Scuola, Didattica a distanza, pandemia e…valutazione degli alunni

Le riflessioni dell’esperta di pedagogia Luisa Piarulli sul mondo della didattica. Ogni crisi permette un’opportunità di cambiamento, ma questo deve essere reale, stimolato e non dettato dall’emergenza. Formazione globale degli studenti in ottica bio-psico-sociale, etica della valutazione e “cum-divisione” concreta: ecco alcuni tra gli aspetti da tenere in considerazione per ripartire dopo la DAD.

di Luisa Piarulli

Il terzo millennio verrà ricordato anche per la pandemia che ha sconvolto il mondo intero e che ha costretto a ribaltare usi e consuetudini che parevano immodificabili, a mutare ritmi quotidiani per quanto frustranti, a subire un capovolgimento che costringe, volenti o nolenti, a una “nuova normalità”. Il mondo intero non era preparato, eppure, chi dubbioso, chi impaurito, chi trasgressivo, chi recluso, chi ribelle, ha necessariamente dovuto adattarsi al “nuovo”, né cercato, né richiesto, né desiderato, con la nostalgia dentro il cuore di quel passato prossimo che pure piaceva poco. I cambiamenti epocali trovano sempre impreparati. In questo panorama in trasformazione c’è la nostra cara e vecchia scuola. Sì, la nostra cara scuola che, se potesse parlarci, ci direbbe che lei invece ha proprio voglia di cambiare, che sì, apprezza la moltitudine di sperimentazioni, alcune anche interessanti, ma ci direbbe che delle buone opportunità devono beneficiarne tutti i giovani, nel rispetto dei diritti costituzionali e che occorre intraprendere un nuovo e coraggioso viaggio.

La pandemia globale che si sta vivendo insegna, per lo meno, che va costruito un altro futuro sorretto da valori umani profondi e in equilibrio con il pianeta, un nuovo scenario nel quale la scuola rappresenta il fulcro del cambiamento auspicato, una preziosa possibilità di formazione del cittadino di domani e, la Didattica a Distanza, traducibile in didattica dell’emergenza, non può certamente rispondere a questo obiettivo.

Ogni crisi, pur nella sofferenza che contempla, è risorsa di miglioramento quando sorretta da autentica e sincera riflessione.

Ecco che mi sovviene un bel testo di Antonio Gramsci, “L’alternativa pedagogica”, dove scrive che se la scuola è luogo di educazione e di sapere, “la cultura non è il sapere enciclopedico che serve solo a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore…La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri… L’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica […]”.

Tutto cambia ma la Valutazione no

Così, al tempo della Didattica a Distanza, le parole di Antonio Gramsci fanno riflettere. Questa nostra generazione di studenti, silenziosamente, si è adattata alle regole, ha accettato le notevoli limitazioni allo sviluppo della vita sociale, osservando, riflettendo, imparando, donando perfino il proprio tempo al volontariato mentre sostenevano questo strano e nuovo modo di “andare a scuola”. Ma ora, sempre silenziosamente, subiranno anche il fatidico voto, ovvero la rendicontazione aritmetica del proprio operato. Senza addentrarci nel merito delle teorie costruttiviste o contestualiste, è noto che lo sviluppo dell’intelligenza è anche adattamento. Cosicchè, quando agli insegnanti viene richiesto di procedere alla valutazione sommativa al termine dell’attuale anno scolastico, sorge naturale una deontologica domanda: è pensabile misurare quantitativamente le competenze di vita acquisite nella pandemia? Oppure è sufficiente limitarsi a quantificare delle aride conoscenze che a ben guardare non sono che nozioni?

Tutto è cambiato in tempo di pandemia e, in poche settimane, è stato rivoluzionato un sistema didattico che sembrava inamovibile da almeno cinquant’anni, ma la Valutazione pare debba continuare con le stesse modalità, a dimostrazione del fatto che resta una questione ancora più complessa di tutte le altre. Non riusciamo proprio a pensare ad altre vie, non certo per mancanza di preparazione ma perché la valutazione resta il nodo di tutta la filiera (termine che rubo dal lessico “pandemico”) e suscita timori e incertezze persino ai vertici e così si sceglie la vaghezza o l’arroccamento ai vecchi sistemi della cui efficacia abbiamo finito per convincerci. Sono perplessa e ho una sola convinzione: mai come ora è necessaria un’etica della valutazione in contrapposizione alle rigidità del pensiero docimologico che difficilmente tiene conto del cosiddetto “difetto di obiettività”. La valutazione è un problema spinoso da sempre e richiede la consapevolezza, prima di tutto da parte del docente, che nella relazione intersoggettiva, qualunque essa sia, intervengono costantemente e inconsapevolmente degli elementi condizionanti la relazione stessa. Tutto ciò che il valutatore recepisce ed interpreta va a collocarsi entro un quadro valoriale che è innanzitutto suo, personale e contingente (Scurati). “Il valutare non è mai innocente” ci ricorda P. Merieu. Inoltre, nell’ambito della didattica a distanza si aggiungono difficoltà di carattere tecnico che rendono ancora meno oggettive le valutazioni. Ciò nonostante, pare sempre più evidente la ripresa delle prassi docimologiche.

Il trionfo dell’istruzionismo

Ma non è solo questo a preoccuparmi. Temo la deriva tecnicistica e clinica della scuola che, luogo per eccellenza educativo, va trasformandosi in luogo di diagnosi e disturbi da una parte, mentre dall’altra, frequentemente, si somministrano test per valutare risultati, con l’ambizione di ricavarne esiti oggettivi ma che solitamente sono standardizzati (e poi, non si somministrano i farmaci?). I test di apprendimento, secondo alcune ricerche non tengono conto delle character skills, considerate competenze sviluppabili e modificabili (Hekman, Kautz, 2017) nel corso della vita e che richiedono grossi investimenti da parte delle cosiddette agenzie educative. Siamo diretti verso una necessaria quanto inevitabile trasformazione dei nostri stili di vita che ci deve costringere anche ad abbandonare vetuste prassi valutative soggette peraltro a distorsioni che possono segnare a vita lo studente.

In questo presente, temo più che mai una valutazione che si tramuta in giudizio sulla persona, la quale, se non risponde con efficacia ai test somministrati, viene definita non adeguata agli standard attesi, alle prestazioni. Ma quali sono gli standard? Chi li decide? In quanto tempo devono essere raggiunti? Parliamo di persone o di esseri robotizzati? Si rischia il trionfo dell’istruzionismo nella scuola, a scapito dell’Educazione e della Formazione. Non solo, temo gli effetti della separazione tra i sistemi sociali, economici, culturali che dovrebbero essere in comunicazione, temo la frammentazione dei saperi che veicolano verso un pensiero unico e che atrofizza la creatività degli individui, temo il pericolo dell’isolamento sociale e della mancanza di flessibilità, temo la morte della relazionalità, a partire dalle aule scolastiche. Le scolaresche potrebbero diventare tanti “uni”: nulla di più triste. Quando si dice aula si pensa al vociare, al movimento, a quel sano chiasso indice di vitalità e di dinamismo.

Come si “condivide” sul digitale?

Quanto sono importanti le parole! Quanto potere evocativo in ciascuna di esse! Anche per questo è sempre interessante la conoscenza delle etimologie. Per esempio in tempo di DaD siamo soliti condividere. Parola che ci fa sentire a posto con la coscienza. Che cosa condividiamo? File, appunti, ricerche, esercizi. Bene. Ma condividere significa letteralmente “dividere con qualcuno” e “quando si condivide in rete è il contrario di dividere con qualcuno. Quando condividiamo in realtà fotocopiamo, mandiamo a uno o a mille contatti qualcosa di nostro, senza privarci di niente. La condivisione del web è in realtà una moltiplicazione che non fa i conti con nessuna sottrazione […]. Dove non v’è rinuncia e dove non c’è bisogno di interpellare l’altro, il cum quanto il dividere sono falsi” (Marco Balzano, 2019).

Immagino i maestri della scholè greca a vederci oggi: arriccerebbero il naso, si chiederebbero dov’è finita la scuola, quella scuola da loro considerata luogo del gioco, del divertimento, della creatività, perché nella scholè greca l’obiettivo era la formazione globale dell’individuo attraverso la lettura, la scrittura, la memorizzazione, la musica, il movimento e tanto altro. La DaD è molto lontana da questa concezione e oggi, ripeto, rappresenta soltanto l’alternativa emergenziale per garantire il diritto all’istruzione ai nostri studenti. Ma nel caso si prospettasse l’idea di dover ancora continuare per questa via, ritengo necessario studiare i modi per renderlo un apparato fruibile a tutti ma, soprattutto umanizzato. Comunque un provvedimento emergenziale. Fare scuola è ben altra cosa! Riccardo Massa, insigne pedagogista, scrive: “Le tecnologie didattiche sarebbero molto utili ed efficaci, qualora se ne sviluppassero le implicazioni pedagogiche […]. La didattica pretende di far precipitare sulla scuola una tecnologia troppo debole e velleitaria, che si illude di rendere scientifiche le pratiche educative trascurando le condizioni sociali e affettive dell’insegnamento […]”. D’altra parte, aggiunge: “La polemica antitecnologica occulta sia la fallacia didattica sia gli effetti perversi dei dispositivi pedagogici tradizionali” (R. Massa, 2017).

Non rammendi emergenziali ma cambiamento sensibile

Non si tratta dunque di esaltare i benefici della scuola del prima, né dell’attuale DaD. La pandemia ha messo a nudo le annose carenze, strutturali in primis, del nostro sistema scolastico, nonostante la ricerca avesse già avanzato proposte per un’altra architettura degli spazi, in ottica squisitamente pedagogica. Ora siamo costretti a cambiare ma i cambiamenti non s’improvvisano. La trasformazione verso la quale avviarsi non dovrà porre rammendi emergenziali, essa esige un altro modo di pensare, di vedere, di osservare, di agire, di ascoltare, di sentire, di toccare. Insomma, l’attenzione al mondo sensibile.

C’è da augurarsi che le nostre scuole possano riaprire al più presto i battenti, garantendo sicurezza bio-psico-sociale, perché loro, i nostri alunni, desiderano tornare a scuola. Ne sono stupiti essi stessi e ne indoviniamo le ragioni. Essa è dialogo, è incontro, è contatto, è comunicazione, è umanità. Ampliare il pensiero è fondamentale! La scuola non è solo l’edificio in cui vivere un certo numero di ore al giorno e se Dad dovrà ancora essere, ricordiamoci che si può far scuola nei musei, nei parchi, nei teatri, nelle biblioteche.

Anche la valutazione va ripensata e sarebbe una buona cosa procedere secondo una pedagogia della domanda (P. Freire, 2004). Ho assicurato agli studenti le condizioni necessarie per imparare? Sono consapevole di essermi infiltrata/o nelle loro case? che qualcuno ha provato imbarazzo per i suoi 35 metri quadri di appartamento? Ho cercato di cogliere emozioni, preoccupazioni, ansie o noia o situazioni di conflitto intrafamiliari? Ho chiesto loro che cosa provano in questa emergenza? Li ho resi protagonisti di un percorso? E poi, che cosa significa fare lezione? Che cos’è una lezione? Come si dovrebbe concepire una lezione? Quali sono gli obiettivi?

E via dicendo. Se inseriamo le risposte in una griglia, quelle che tanto usiamo per “incasellare” gli alunni, ci daremo la possibilità di un altro sguardo.

Loro, “i valutati”, dicono della DaD:

Non pensavo, non l’avrei mai detto, ma mi manca molto la scuola, mi mancano i miei amici, i miei parenti e mi manca persino prendere il pullman.

…Stare chiusa in casa mi aiuta a rendermi conto di molte realtà…

Ho capito di aver bisogno di socializzare, di rapportarmi con le persone, chiunque siano, instaurare un rapporto e averci un confronto …

È difficile gestire i compiti perché volendo o no sono tutti accumulati, si fanno interrogazioni/verifiche e bisogna saper gestire anche lo studio senza avere una spiegazione “valida” come a scuola…però non si sta 6/8 ore a scuola a fare lezioni consecutive, ci si può alzare anche 20/15 minuti prima dell’inizio della video lezione, non bisogna vestirsi o truccarsi. Si fanno poche ore e poi si può ritornare a fare la propria routine senza problemi. Penso sia soltanto questo ciò che c’è di positivo.

Del resto, bisogna essere forti e riuscire a superare l’anno senza alcun debito così appena rientriamo a scuola recuperiamo.

Ecco, queste ultime parole sembrano offrire la soluzione per la valutazione, semplice e coerente. Inutile, uno schermo non potrà mai sostituire la bellezza di volti e sguardi attraverso i quali passa la comunicazione.

Allora, ripeto, come scrisse Antonio Gramsci, se la scuola è luogo di educazione e di sapere, ricordiamoci che “la cultura non è il sapere enciclopedico che serve solo a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore…La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri… L’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica […”]. È pensabile, ripeto, misurare quantitativamente tutto ciò?

La valutazione sommativa in tempo di DaD andrebbe a misurare aridamente dei contenuti che gli alunni, pur avendo tentato di memorizzare nonostante la dis-concentrazione, internet ballerino, connessioni incerte, fratellini rumorosi e aspirapolvere di casa, non hanno assimilato.

…personalmente trovo più efficace l’insegnamento svolto fisicamente nei banchi di scuola, perché è più facile rimanere concentrati…ho una famiglia numerosa e stando tutti a casa è più facile sconcentrarsi…

 Infine, ma non ultimo, ricordiamoci che l’azione del valutare rientra in un processo dinamico di insegnamento-apprendimento, utile al docente a ritarare eventualmente il percorso stesso, vale a dire che una valutazione riguarda anche l’efficacia degli strumenti messi a disposizione degli alunni e delle metodologie didattiche utilizzate. E la DaD non è stata semplice per nessuno se non per pochi insegnanti che per scelta o per passione sono “tecnologicamente preparati”, né rappresenta il cuore del “fare e stare a scuola”.

Per concludere credo che nel processo di valutazione, fintanto che resta, vada privilegiata la sua funzione formativa, evitando di concentrarsi sui pochi risultati raggiunti nei primi mesi di scuola, visto che i processi cognitivi sono soggetti a naturale evoluzione che richiedono un tempo flessibile, rispettoso dei ritmi di apprendimento di ciascun alunno. Tutto ciò affiancato da un legittimo percorso di autovalutazione attraverso il quale rendere protagonisti gli stessi studenti, in ottica metacognitiva.

Auspico che sul tema della valutazione possa doverosamente e di diritto esprimersi un comitato di esperti dell’educazione e della formazione, ovvero dei pedagogisti, per offrire, attraverso studi e ricerche, un supporto scientifico e validato, scevro da contaminazioni di tipo efficientistico-manageriale. La scuola è esplorazione, è Persona, è vita, è crescita degli uni e degli altri, ovvero degli alunni e dei docenti. Insieme. 

Bibliografia essenziale

  1. Gramsci, L’alternativa pedagogica (Firenze 1995)
  2. Balzano, Le parole sono importanti (Milano 2019)
  3. Massa, Cambiare la scuola (Roma 1997)
  4. J. Hackman, T. Kautz, Formazione e valutazione del capitale umano (Torino 2017)

 

Scrive per noi

Luisa Piarulli
Luisa Piarulli
Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

Luisa Piarulli

Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

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