Se diventa rassicurante non andare a scuola

“A che serve avere le mani pulite se poi si tengono in tasca?”, diceva don Milani. Di fronte al disastro educativo, siamo tutti chiamati a progettare e difendere il futuro. Una pandemia depressiva che si aggiunge alla pandemia, il fallimento di una nuova didattica calata in modalità vecchie, la crescita delle dispersione scolastica e dell’esercito di quanti “disimparano”: chi si assume la responsabilità di correggere la situazione?

In molte città italiane gli studenti stanno protestando contro la chiusura delle scuole. In stile Greta Thunberg, contro l’emergenza educativa.

A ben pensarci, forse, c’è, qualcosa di molto più grave di cui ci dovremmo preoccuparci in quanto società segnata dal Covid e (si spera per un breve periodo) dal post-Covid. Conviene, allora, riflettere e proporre soluzioni soprattutto sui buchi prodotti nell’apprendimento/formazione di un’intera generazione fortemente segnato già dall’annosa piaga della dispersione scolastica. Ambedue i mali, infatti, sono interconnessi e fanno prefigurare esiti, a breve e medio termine, catastrofici per il futuro del Paese.

Ancor più perché possono essere gravati dalla dimenticata letalità di altre malattie (cancro, cardiopatie, diabete) e dai guasti di una cosiddetta pandemia depressiva, quella causata dalla ininterrotta dipendenza da internet e dalla conseguente desocializzazione a cui sono stati sottoposti gli studenti di ogni età.

Una scuola che insegna a disimparare

È vero, nessuno era attrezzato a sostenere l’onda d’urto di una pandemia simile; meno che mai il mondo della scuola. Il ricorso alla didattica a distanza, falsamente decantato come vero toccasana in tempi di emergenza, è stato un fallimento totale. Lo è stato per i motivi noti a tutti: impreparazione dell’istituzione scolastica, vistosi buchi nella pratica del web, fastidio nell’accettazione del nuovo, pervicacia nel tentare di tradurre un momento emergenziale di insegnamento in una modalità consueta.

Ma l’insuccesso c’è stato anche perché, già da alcuni anni, vige nella scuola la pratica del disimparare piuttosto che quella dell’imparare. Ma non l’esperienza del disimparare (acquisita con la sapientia dell’età) auspicata da Roland Barthes, quella in cui si lascia lavorare «l’imprevedibile rimaneggiamento che l’oblio impone alla sedimentazione delle cognizioni, delle culture, delle credenze che abbiamo attraversato».

Il disimparare della scuola contemporanea è, invece, inteso nella dismissione dell’abitudine ad imparare. Che è molto diverso dal “perdere la memoria di ciò che si è imparato”. E forse è proprio la società che, purtroppo, oggi chiede alla scuola di insegnare a disimparare.

Un pezzo di carta, purché sia

Qual è, infatti, l’auspicio della maggioranza delle famiglie per i propri figli? Che conquistino il pezzo di carta! L’attestazione, cioè, di un titolo di studio acquisito in qualsiasi modo: nella scuola pubblica o privata, con raccomandazioni, con pietismi o con l’esibizione di meriti extrascolastici (impegni sportivi, di associazionismo, di volontariato).

E così gli studenti dell’anno del Covid e quelli del post-Covid potranno finire col rappresentare il grosso dell’esercito di coloro che intenzionalmente disimparano, trovando, in più, degli interlocutori iperprotettivi ed impauriti come i familiari e gli insegnanti. Ovviamente, il risultato di un tale basso livello di istruzione – costituito da quel tasso (invece) altissimo di analfabeti di ritorno, pari al 30% degli italiani alfabetizzati! – produce e produrrà costi sociali altissimi, rinvenibili nei mancati processi (individuali e collettivi) di partecipazione democratica, nel costante stato di insicurezza, nella difficoltà a saper cogliere le opportunità del mercato del lavoro, nel ricorso “salvifico” alle cattedrali della criminalità.

Il triste primato della dispersione scolastica

Altro grande problema – aggravato dalla pandemia in corso – è (e resterà) quello della dispersione scolastica. L’Italia già ha un brutto primato (14,5%), che la colloca tra gli ultimi posti in Europa tra i paesi con la piaga degli abbandoni scolastici: quart’ultimo paese nella Ue (10,6%), appena prima di Romania (16,4), Malta (17,6%) e Spagna (17,9%). Più dettagliatamente, si segnano percentuali da capogiro nelle regioni “di colore rosso” per la pandemia come la Sardegna (23%), la Sicilia (22,1%), la Calabria (20,3%) e la Campania (19,1%). Ma anche le regioni più virtuose non sono meno sofferenti, anche in considerazione del proprio territorio e del conseguente affollamento: Friuli (8,9%), Abruzzo (8,8%) ed Umbria (8,4%).

Il tragico risultato è che nella scuola italiana – solo negli ultimi venti anni – 3 milioni e mezzo di ragazzi hanno abbandonato le aule e non hanno completato il ciclo di studi; per il loro insuccesso lo Stato ha sborsato, inutilmente, 55 miliardi di euro!

Aumento esponenziale delle diseguaglianze

Oggi, in piena ripresa dei casi di coronavirus, purtroppo molti genitori si convincono sempre più che – in una situazione così caotica, con grandi pericoli di contagi e con manifesta imperizia dei responsabili delle istituzioni – è meglio tenere a casa i propri figli. Per cui, dopo anni di tentativi e di progetti tesi ad arginare la dispersione e l’abbandono, ci si troverà a dover fronteggiare anche il fenomeno di un allontanamento degli studenti dalle aule intenzionalmente voluto, sicuramente sofferto, ma almeno per il momento rassicurante.

Chi spenderà una parola contro? Chi si preoccuperà dei costi sostenuti dallo Stato? Chi si assumerà la responsabilità di dare risposte ad un Paese, che si troverà a dover arginare una crisi socioeconomica epocale e a dover creare opportunità lavorative, pur in presenza di un aumento esponenziale delle diseguaglianze?

Povertà culturale che si aggiunge a povertà culturale

Succederà, forse, che la dispersione scolastica nell’anno del Covid ed in quelli del post-Covid raggiungerà cifre da capogiro. Aumenteranno sia gli evasori totali (coloro che intenzionalmente evadono l’obbligo scolastico), sia i dropout (coloro che non completano il corso di studio). Si aggiungerà, così, emarginazione ad emarginazione, povertà culturale a povertà culturale. E, forse, l’intero Paese – particolarmente nei territori con sacche di deprivazione culturale – si troverà a dover combattere un altro triste primato. Che si aggiungerà agli altri non altrettanto lusinghieri e riguardanti una grandissima percentuale di giovani nella fascia d’età 6-17 anni, che non hanno mai letto un libro, che non sono mai stati a teatro, che non hanno mai varcato la soglia di museo o visitato una mostra.

Ed ancora una volta sarà compito della Politica – la politiché technè – progettare e difendere il futuro. Ben sapendo, però, che tutti indistintamente, in quanto cittadini di questo Stato, fanno (facciamo) politica; soprattutto quelli che dichiarano (dichiariamo) di non volerla fare, perché è una cosa sporca!

Ma, come ricordava don Milani, a che serve avere le mani pulite se poi si tengono in tasca?

Leggi gli altri articoli di Ciro Raia nella rubrica FARE SCUOLA

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Ciro Raia
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Ciro Raia, preside in pensione, è Presidente dell'I.Re.S.CO.L. (Istituto regionale per lo Studio della Storia dei Comuni e delle Comunità Locali).

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