Se la natura fa default

In attesa di conoscere i risultati della prossima conferenza mondiale di Rio de Janeiro sulla green economy (“nel contesto dello sviluppo sostenibile e della lotta alla povertà”, aggiungono le Nazioni Unite, che hanno convocato il summit sotto lo slogan “Il futuro che vogliamo”), le ultime diagnosi disponibili sullo stato del pianeta confermano la necessità di un cambiamento (netto e urgente) di rotta. Il rapporto biennale del WWF sulla biodiversità (Living Planet Report) è stato “lanciato” a 400 chilometri di altezza dalla Terra dall’astronauta André Kuipers, in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea (ESA). «Abbiamo un solo pianeta. Da qui riesco a vedere l’impronta dell’umanità, tra cui gli incendi delle foreste, l’inquinamento atmosferico e l’erosione del suolo e delle coste – le sfide che si riflettono in questa edizione del Living Planet Report», ha detto Kuipers guardando in giù dalla sua navicella spaziale.

Per una volta, però, cominciamo dalla fine, ovvero dalle azioni necessarie, secondo il rapporto, a riportare l’impronta umana dentro i confini ecologici del pianeta.

La sostenibilità in cinque mosse

Cinque le mosse da fare per gestire e condividere equamente e sostenibilmente il capitale naturale:
1. Preservare il capitale naturale: proteggere e ripristinare i processi ecologici fondamentali, fermare la perdita di habitat naturali, espandere significativamente la rete mondiale di aree protette per preservare la pluralità di specie e habitat della Terra per il suo valore intrinseco, oltre che per l’importanza dei servizi che gli ecosistemi forniscono all’umanità.
2. Produrre meglio: ridurre l’input di materiali e di risorse idriche, territorio, energia e altre risorse naturali e diminuire i rifiuti, incrementare sensibilmente la produzione di energia da fonti rinnovabili.
3. Consumare in maniera saggia: sviluppare stili di vita a bassa impronta, cambiare i modelli di consumo energetico e promuove modelli di consumo sano, con l’obiettivo primario di ridurre l’impronta ecologica – e in particolare quella del carbonio – delle popolazioni ad alto reddito.
4. Riorientare i flussi finanziari: reindirizzare i flussi finanziari a supporto della conservazione e di una gestione sostenibile degli ecosistemi, contabilizzare i costi sociali e ambientali, premiare e finanziare l’innovazione, la conservazione del capitale naturale, la gestione sostenibile delle risorse.
5. Gestire equamente le risorse: condividere le risorse disponibili, prendere decisioni eque e ecologicamente informate, cambiare le definizioni di benessere e successo, che dovranno includere la salute personale, sociale e ambientale e superare il criterio del PIL come indice di riferimento.

L’Indice del Pianeta vivente

Vediamo, allora, i dati in base ai quali il rapporto prospetta il possibile “default” del pianeta. Molto meno oggetto di attenzione da parte dei mass media e di apprensione da parte di governanti e opinione pubblica, ma molto più grave di quello della Grecia.
L’indice usato dal rapporto è il Living Planet Index, che si basa sullo studio di 9.000 popolazioni di specie di Vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci di oltre 2.600 specie). Ebbene, questo indice segnala una riduzione globale di biodiversità di ben il 30%, dal 1970, con punte superiori al 60% nelle zone tropicali.
I cinque principali fattori di pressione diretta sulla biodiversità e gli ecosistemi sono:
1. Perdita, alterazione e frammentazione degli habitat: agricoltura, acquacoltura industria e urbanizzazione sono le maggiori cause di perdita di suolo naturale.
2. Sovra-sfruttamento di specie selvatiche: animali e piante subiscono uno sfruttamento a scopi alimentari, medicinali o come materie prime a tassi superiori alla loro capacità di riproduzione.
3. Inquinamento: uso di pesticidi e fertilizzanti, scarichi industriali e urbani, attività minerarie distruggono l’ambiente.
4. Cambiamento climatico: combustibili fossili, deforestazione e processi industriali fanno cresce il livello di gas con effetto serra presenti nell’atmosfera.
5. Specie invasive: sono le cosiddette “specie aliene” che l’azione umane trasporta deliberatamente o inavvertitamente da una parte all’altro del globo, introducendo negli habitat delle specie locali dei predatori, dei competitori o dei parassiti che prima non c’erano.
Insomma, come questo e altri rapporti ci dicono (maggio è stato anche il mese della presentazione della traduzione italiana dell’annuale State of the World curato dal Worldwatch Institute e pubblicato in Italia da Edizioni Ambiente), le diagnosi e anche le cure proposte non mancano.
Ciò che serve aumentare è la coerenza e l’efficacia delle politiche. Anche aumentando la pressione da parte di noi cittadini.

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