Se trent’anni vi sembran pochi!

Negli anni ‘80 del ‘900 si erano consolidati e diffusi diversi sistemi di protezione della natura, dopo che i decreti delegati dei primi anni ‘70 assegnarono alle Regioni la competenza per legiferare in materia di aree protette e tutela della natura.

Era quindi probabile, ma non scontato vista la scarsa attitudine italiana a cooperare, che sul finire degli anni ‘80 una iniziativa, che guardasse allo scambio e coordinamento, nascesse tra gli enti gestori delle aree protette istituiti dalle Regioni . In una prima riunione, nella nebbiosa e invernale pianura sulle sponde del Parco del Ticino Lombardo nella sede dell’allora presidente Luigi Bertone, il Parco dell’alta Valle Pesio contribuì all’avvio insieme al parco di San Rossore e della Mandria, come parchi promotori.

Il 4 febbraio 1989 in Piemonte nasceva il Coordinamento delle aree protette regionali italiane.  Una avanguardia che poneva il tema della natura e del suo ruolo a livello nazionale che di lì a poco si dotò anche di una rivista.  Al Parco della Mandria, grazie al contributo di cooperazione dell’allora presidente Annibale Carli, in quella data si teneva il primo incontro costituente seminariale che fu già occasione per iniziare ad organizzare temi e questioni. Ho avuto la fortuna e l’impegno di portare il mio contributo in quella giornata grazie al supporto del Presidente Riccardo Mucciarelli. 

La raccolta degli interventi di quella giornata testimonia come da un lato la politica e dall’altro la tecnica – ed anche la società civile – erano dotate di una visione. Oggi l’attenzione è invece schiacciata nel garantire la sopravvivenza e la gestione ordinaria, con soggetti bloccati da decine di adempimenti, procedure e formalismi, che restando soli nel panorama, orfani di una visione e di progetti per i territori capaci di dare un significato reale alle procedure. Se e quando si profilano fughe in avanti, queste assumono più il sapore di un “armiamoci e … partite” perché non dotate di risorse, di capacità umane e di forme di governance adeguate ai tempi di oggi.

Oggi, guardando indietro ai 30 anni passati, non si può non constatare che passi in avanti veri ci sono stati , ma anche passi indietro, troppi. La legge nazionale è nata, nel 1991 e tante aree protette sono state istituite consolidando una politica del Ministero dell’Ambiente che oggi non è certo quella dei primi anni ‘90, considerando che questo Ministero nasce in Italia, non dimentichiamolo, solo nel 1985.

Ma ci sono però passi che non sono stati fatti.

Il personale non è cresciuto ed anzi sta diminuendo, segnato dai pensionamenti, quote 100 e dintorni.

Una scuola di formazione nazionale non è nata.

Il Coordinamento tra aree protette nazionali e regionali non è partito .

La Carta della natura come strumento di programmazione non c’è ed è oggetto solo di stralci parziali.

Le risorse finanziarie sono nel loro insieme, nazionali e regionali, diminuite.

I momenti di comunicazione e quelli di condivisione come le conferenze nazionali e regionali non sono un appuntamento costante di dibattito. Anzi sembrano più somigliare a specie in estinzione come è estinta la Rivista nazionale sui Parchi. E nel frattempo paesi avanzati come la Francia evolvono nei loro sistemi di rete come nella Federazione dei parchi francese. Meglio dare un’occhiata al loro sito web…

Gli organismi dei parchi, specie nazionali, sono in troppi casi affidati a commissariamenti o senza organi di direzione.

Le riforme regionali, quando ci sono state per aggiornare le legislazioni degli anni ‘80, sono solo giunte per fare riordini amministrativi (come in Piemonte e in Emilia Romagna). Nulla di nuovo davvero, nulla che possa essere chiamato davvero Riforma. Niente di paragonabile ad esempio alla legge sulle aree protette francese. (dossier del Senato italiano)

E come se non bastasse regioni all’avanguardia sono arretrate, anche con proposte di riduzione delle aree protette o con la cancellazione di prospettiva di importanti strumenti di pianificazione come nel caso del Piano d’Area del Po in Piemonte (realizzato in forma digitale negli anni 2000 dal parco del Po torinese) senza costruire nuove frontiere sul terreno della governance partecipata, su quello dell’integrazione tra sostenibilità e aree protette.

Non è complessivamente dunque un bilancio positivo. Anche una iniziativa di confronto, a 30 anni dalla nascita del Coordinamento, forse sarebbe stata utile. Ma non se ne sente o vede per ora traccia.

Il recente libro su Bino Li Calsi voluto da Renzo Moschini aiuta a rintracciare motivi e ragioni di una politica nazionale che nel panorama di oggi si stentano a rintracciare. 

Per onestà della memoria e della cultura dei parchi è importante ricordare tutto ciò per meditare, in questo febbraio sul finire del secondo ventennio del terzo millennio.

Parliamone ;-)