Barbara Degani: “Stati generali, il percorso prosegue”

«Il cambiamento che abbiamo di fronte è lento ma inesorabile. Anche in Italia assistiamo a una forte crescita del consenso intorno ai temi ambientali che travalica le classiche distinzioni tra destra e sinistra. Quello di cui abbiamo bisogno, da noi e nel mondo, è diffondere cultura e consapevolezza ambientale. Conoscere come funzionano gli ecosistemi e come salvaguardare le risorse naturali che sono intorno a noi. Anche perché, una volta esaurite, non potremmo trovarle da nessun’altra parte, purtroppo». Barbara Degani ha raggiunto il terzo anno da Sottosegretario all’ambiente e l’educazione ambientale rappresenta un capitolo importante del suo lavoro: prima con l’introduzione delle Linee guida all’interno del decreto sulla Buona scuola, poi con l’organizzazione degli “Stati generali” che hanno portato a Roma, nel novembre scorso, circa 150 esperti con l’obiettivo di produrre una Carta sottoscritta dal ministro Galletti e dall’allora responsabile dell’istruzione Stefania Giannini. Ma come prosegue adesso questo percorso? Ed è possibile compiere un salto di qualità che collochi finalmente l’educazione ambientale al centro di un progetto che tenga insieme la scuola, il territorio e le altre agenzie formative? Abbiamo provato a dialogare con lei su questo e altri temi per capire in che modo fra istituzioni, organizzazioni sociali e mondo della ricerca sia possibile creare le premesse per un reale cambio di marcia.

 
Sottosegretario Degani, sono passati cinque mesi dagli Stati generali dell’educazione ambientale. Quali passi concreti si stanno compiendo per dare seguito agli impegni riportati nella Carta sottoscritta al termine dei lavori? 
L’educazione è certamente un tema molto importante perché maturi nelle nuove generazioni una coscienza ambientale e una consapevolezza basata su saperi formalizzati e certificati. Lo sforzo del governo è stato quello di dare sistematicità ai progetti di educazione ambientale che finora sono stati svolti a macchia di leopardo sul territorio nazionale, in base alla buona volontà e alle specifiche competenze di dirigenti scolastici e insegnanti. Esperienze di carattere regionale hanno convissuto con progetti più localistici senza che ci fosse nessun denominatore comune a uniformare i percorsi, neanche a livello di contenuti. Il recente lavoro congiunto del Ministero dell’Ambiente e dell’Istruzione, che ha prodotto delle linee guida e un protocollo d’intesa, rappresenta un punto d’inizio fondamentale per coordinare in futuro i percorsi di educazione ambientale. Ad esempio, sono attualmente in corso delle iniziative per formare i formatori, per supportare i docenti fornendo loro i saperi specialistici sui temi ambientali che gli esperti del Ministero hanno tradotto per renderli fruibili ai giovani studenti. Venti milioni di euro, a valere sul Programma operativo nazionale del Miur (PON 2014-2020, ndr), sono già stati messi a bilancio per finanziare iniziative di questo tipo.
 
Il percorso era stato costruito insieme alla titolare dell’Istruzione sotto il governo Renzi, Stefania Giannini, com’è stato coinvolto il nuovo ministro, Valeria Fedeli? 
Il ministro Fedeli ha scelto di sostenere le iniziative intraprese finora e nel recente convegno “Educazione globale azione locale”, che si è tenuto a Bologna, ha voluto sottolineare l’importanza del percorso fin qui intrapreso, affermando la necessità di integrare gli interventi programmati nel campo dell’educazione ambientale nel sistema INFEA.
 
La prima Conferenza nazionale sull’educazione ambientale si era svolta a Genova nel Duemila, in un contesto molto diverso da quello di oggi, quando intorno alla scuola si respirava un clima di cambiamento e anche di maggiore partecipazione civica. Crede che il messaggio lanciato nel novembre scorso riesca a dare agli insegnanti una prospettiva nuova per la propria professione, a fargli percepire l’educazione ambientale come un fattore di cambiamento per la scuola italiana?
Ne sono certa. Gli insegnanti hanno certamente una sensibilità ambientale in media più elevata rispetto a quella degli altri. Proprio a loro è stato da sempre delegato il compito di educare alla tutela ambientale i giovani, fin dalla più tenera età. L’entusiasmo e la voglia di mettersi in gioco degli insegnanti è fondamentale quindi per trasmettere sia le giuste conoscenze sui temi ambientali, sia un messaggio di fiducia sulla possibilità di far del bene alla nostra casa comune, l’ambiente, attraverso i comportamenti quotidiani e uno stile di vita eco-compatibile.
Nella bozza della Strategia italiana verso la sostenibilità, presentata al Ministero dell’ambiente il 21 marzo, non ci sembra di cogliere impegni evidenti del governo per l’educazione alla sostenibilità, pensa che nella versione definitiva si potranno aggiungere obiettivi puntuali a questo proposito?
In realtà in quel documento, nell’obiettivo strategico nazionale IV.1 della sezione Partnership, è presente un richiamo esplicito alla promozione della cultura della sostenibilità e alla centralità dell’educazione per lo sviluppo sostenibile. Non potrebbe essere altrimenti: come potremmo raggiungere uno sviluppo sostenibile senza un’adeguata cultura ed educazione ambientale diffusa?
L’alternanza scuola-lavoro rappresenta forse uno degli aspetti più concreti della legge sulla Buona scuola. Come pensa che questa esperienza si possa perfezionare perché sia effettivamente utile ad un progetto educativo che metta l’ambiente al centro della formazione per le nuove generazioni, quelle che guardano alla green economy?
I progetti di sensibilizzazione nel campo dei green jobs sono diversi. Tutti nascono dalla convinzione che il mondo dell’economia verde, e dell’economia circolare in particolare, potrà essere un vettore importante di sviluppo nel medio periodo. Associazioni come Legambiente e alcune fondazioni hanno già attivato progetti di alternanza scuola-lavoro che prevedono lo svolgimento di brevi stage in aziende, centri di ricerca, associazioni ambientaliste ed enti pubblici che si occupano di temi green. Le occasioni per mettere in pratica i propri “talenti” sul campo sono molte e diversificate. Per questo 21 e 22 aprile, ad esempio, abbiamo organizzato a Roma il Festival dell’educazione ambientale, nell’ambito della manifestazione Earth Day, al cui interno sono previste delle attività che rientrano nella cornice dell’alternanza scuola-lavoro e rappresentano occasioni importanti per i giovani al fine di acquisire conoscenze sul mondo dell’economia e dei green job, ascoltando le esperienze dirette di imprenditori ed esperti, ricercatori e startupper del settore.
Su questi temi esiste però ancora un forte ritardo culturale. Quale sensazione prova quando sui media, com’è accaduto anche lo scorso anno dopo alcune sue dichiarazioni, legge che l’educazione ambientale dovrebbe diventare una materia d’insegnamento obbligatoria?
Su questo tema c’è stato lo scorso anno un grande ed appassionato dibattito. Un’importante associazione ambientalista nazionale come il WWF sostiene da sempre di fare dell’educazione ambientale una materia curriculare da inserire nei programmi scolastici. La scelta finale presa dai partecipanti al confronto è stata tuttavia quella di non “circoscrivere” l’educazione nell’ambito di una singola materia, ma di esaltarne la sua connotazione interdisciplinare e la sua organicità difficilmente “scomponibile” in programmi scolastici standard. La buona formazione è importante a tutti i livelli, per gli studenti come per gli insegnanti, ma anche per i comunicatori e i giornalisti, ai quali sarebbe utile rivolgere incontri di approfondimento sui temi ambientali.
 
Il sistema INFEA durante lo scorso decennio vedeva nella collaborazione tra Stato e Regioni il motore di un’educazione ambientale inclusiva, capace di porre al centro non solo la scuola ma tutti i cittadini, nell’ottica dell’educazione permanente. Attraverso quali strumenti di governance pensa che oggi si potrebbero rilanciare questi processi come motore d’innovazione non solo educativa ma anche sociale e industriale?
Sotto il profilo della governance ambientale una grande innovazione riguarda la creazione dell’SNPA, vale a dire il “Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente”, una rete composta dalle agenzie regionali per l’ambiente più l’Ispra, istituita con la legge 132 del 2016 entrata in vigore lo scorso gennaio. Nella riforma del sistema agenziale l’educazione ambientale è un ambito istituzionale ritenuto fondamentale. In particolare, il comma G dell’articolo 3 della legge afferma che tra le funzioni del Sistema nazionale vi è la “collaborazione con istituzioni scolastiche e universitarie per la predisposizione e per l’attuazione di programmi di divulgazione e di educazione ambientale, nonché di formazione e di aggiornamento del personale di amministrazione e di enti pubblici operanti nella materia ambientale”. Nella fase attuale di redazione dei decreti attuativi, chiamati a definire i Livelli essenziali delle prestazioni tecniche ambientali per le attività dell’SNPA e i criteri di finanziamento per raggiungere i medesimi, credo sia importante riflettere sull’opportunità di creare una sinergia tra questa funzione in capo al Sistema nazionale e al sistema INFEA, che può vantare già un’esperienza consolidata. Mettendo in rete questo know-how, sarà possibile realizzare programmi e progetti educativi efficaci, con i quali alimentare la cultura del rispetto dell’ambiente, che invita a considerare le risorse naturali come beni comuni.
Ma c’è a suo avviso una visione generale sul futuro dell’Italia, a prescindere dalle appartenenze politiche, che punti verso la riconversione alla sostenibilità? Oppure quanti educano in questa direzione sono destinati a remare controcorrente ancora a lungo?
Pensiamo allo storico accordo di Parigi del dicembre 2015, quando 190 paesi hanno sottoscritto un “patto” vincolante e universale per la stabilità climatica del pianeta. Anche da noi l’attenzione verso questi temi va oltre le appartenenze politiche, segno che tutti ormai avvertiamo l’urgenza di affrontare i problemi ambientali e climatici per salvaguardare il pianeta così come lo conosciamo. A diffondere nel mondo la cultura ambientale è stato due anni fa lo stesso papa Francesco con la sua enciclica Laudato si’, un monito a riconoscere la bellezza del Creato e a prendercene cura, nell’interesse di tutti, soprattutto delle nuove generazioni. Mi sembra che tutto sommato coloro che s’impegnano in questa direzione possano sentirsi sempre meno soli.
 
C’è un libro, un video, uno spettacolo o qualche altra produzione culturale che l’ha colpita durante l’ultimo anno e che vuole suggerire ai lettori di “Eco” come spunto per un approfondimento educativo sulla sostenibilità?
Un film dal messaggio “ambientalista” che mi ha molto colpito recentemente è stato “La glace et le ciel” di Luc Jacquet, l’autore del precedente “La marcia dei pinguini”. La sua nuova opera è il racconto epico e appassionante della vita del glaciologo Claude Lorius, che ha speso la sua esistenza studiando i ghiacci polari dell’Antartide. Credo sia un film che dovrebbero vedere tutti perché dimostra chiaramente come l’uomo, con i suoi comportamenti scellerati, non riesca a salvaguardare niente, nemmeno una regione remota come quella antartica, che rischia in gran parte di scomparire a causa del riscaldamento globale.
 
Ci sarà, come promesso al termine della scorsa edizione, un’altra Conferenza sull’educazione ambientale? E nel caso con quale formula sarà organizzata, pensa che si potrà chiamare di nuovo a confronto, come avvenne a Genova, un’ampia rappresentanza delle diverse realtà impegnate nell’educazione ambientale?
L’ultima Conferenza è stata un bellissimo successo di cui sono particolarmente fiera per aver contribuito ad organizzarla. Credo sia utile programmare questo momento di riflessione a cadenza biennale, anche per avere il tempo sufficiente a condurre le necessarie valutazioni ex-post degli interventi adottati in materia. Per sapere, ad esempio, se i progetti di educazione ambientale portati avanti con i fondi PON e quelli relativi al nuovo Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente produrranno risultati tangibili positivi sarebbe utile programmare nel 2018 una nuova edizione della Conferenza, mirando a fare di questa manifestazione un modello di riferimento periodico per tutti quelli che operano nel campo dell’educazione ambientale.

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Marco Fratoddi
Marco Fratoddi è direttore editoriale dell’Istituto per l’ambiente e l’educazione Scholé futuro - Weec network, insegna Scrittura giornalistica all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale dove ha centrato il proprio corso sulla semiotica della notizia ambientale e le applicazioni giornalistiche dei nuovi media. Fa parte di Stati generali dell'Innovazione dove segue in particolare le tematiche ambientali, è Segretario generale della Federazione italiana media ambientali. Nel ricordo di Luisa Minazzi partecipa all'organizzazione del Festival della virtù civica a Casale Monferrato (Al). Suo il blog Ecoteatro su questa testata. E per saperne di più... +393886410723.

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Marco Fratoddi è direttore editoriale dell’Istituto per l’ambiente e l’educazione Scholé futuro - Weec network, insegna Scrittura giornalistica all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale dove ha centrato il proprio corso sulla semiotica della notizia ambientale e le applicazioni giornalistiche dei nuovi media. Fa parte di Stati generali dell'Innovazione dove segue in particolare le tematiche ambientali, è Segretario generale della Federazione italiana media ambientali. Nel ricordo di Luisa Minazzi partecipa all'organizzazione del Festival della virtù civica a Casale Monferrato (Al). Suo il blog Ecoteatro su questa testata. E per saperne di più... +393886410723.

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