Un orto contro la cementificazione

Reportage. A vedere gli orti urbani di Tre Fontane (Roma) sono venuti perfino dal Kazakistan
 
di Andrea Ferrari Trecate

 

In linea d’aria, partendo dalla Garbatella, non ci sarebbe molta distanza da percorrere per raggiungere il quartiere di Montagnola, il parco di Tre Fontane e i suoi orti urbani. Queste due parti di Roma però sono letteralmente divise da Via Cristoforo Colombo. Una strada a scorrimento veloce, un interminabile serpente di cemento, nato agli inizi degli anni ’40 e completato nel ‘54.
Questo confine fisico e non solo, questo muro di macchine e corsie, divide i due quartieri ma non le loro storie, piuttosto simili.
Due zone che ora Roma si appresta a inglobare ma che, fino a pochi anni fa, erano quartieri periferici, terreno fertile non per le coltivazioni ma per la malavita e, soprattutto, per lo spaccio e la diffusione della droga.
 
La funzione sociale degli orti
 
Gli orti di Tre Fontane però, pur condividendo con la Garbatella un’origine fieramente popolare e romanesca, sono mossi da uno scopo diverso dall’intento di difendere il quartiere dalla cementificazione.
 

Questi spazi, nati abusivamente nel 2013, hanno nel loro piccolo già raggiunto l’obiettivo per cui sono stati ideati: recuperare spazi abbandonati e fare in modo che gli abitanti di Tre Fontane se ne riappropriassero.

Dalla spinta per la difesa di uno spazio da proteggere, alla creazione di uno spazio da condividere.
Il viottolo che porta agli orti nasce da uno slargo di strade, un piccolo sentiero di terra battuta incorniciato da siepi spontanee e, più in alto sulla linea dello sguardo, da palazzoni grigi. Pochi metri e lo spazio ideato da Alberto Modesti e gli altri abitanti del quartiere, si mostra con il verde delle coltivazioni che spiccano sui muri delle costruzioni popolari.
Qui, la funzione sociale degli orti è evidente: molte persone siedono ai tavolini nel prato tra la collinetta che ospita le arnie, le coltivazioni e una serra. Alberto mi accompagna per i viottoli tra le aree coltivate. Ogni centimetro, ora riconosciuto da Comune e Regione, è stato faticosamente strappato all’incuria e restituito ai cittadini. Anche questi orti, costruiti sul rispetto dei cicli stagionali delle colture, sul recupero del biodegradabile orticolo e del compost, hanno creato, attraverso coltivazioni sinergiche e biologiche, un vero e proprio argine contro il degrado urbano. Le molteplici attività, dal semenzaio alle arnie per l’apicoltura, passando per gli spazi per le piante officinali, hanno anche una forte vocazione educativa.
 
Quelli di Tre Fontane sono saliti in cattedra
 
«Ci chiamano le scuole e persino le università»: Alberto mi confessa come questa attività abbia avuto così tanto successo da aver “costretto” lui e i suoi collaboratori anche a migliorare in qualche modo sé stessi.
A diventare bravi contadini prima (compito tutt’altro che facile) e bravi insegnanti e comunicatori adesso.
Nascono così le attività didattiche di Tre Fontane: il lombricaio, l’orto didattico e le visite guidate, gli incontri nelle scuole e nelle università per condividere un’esperienza questa volta – lo si può dire senza timore di smentita ‒ coltivata sul campo.
“Soddisfazione” e “responsabilità”, queste sono le parole che sento ripetere più spesso. Chi lavora duramente la terra, chi sente la responsabilità di essere stato in qualche modo eletto portavoce di un buon esempio da trasmettere, chi semplicemente frequenta questi spazi e se ne sente parte; tutte queste persone sono consapevoli dell’importanza ambientale, sociale ed educativa di questo progetto.
Mi riaccompagna Alberto Faggiani, altro storico ideatore degli orti. Scoppia a ridere durante il tragitto.
«Sono venuti a visitare i nostri orti persino dal Kazakistan, un sacco di gente, un interprete, la loro televisione… io manco sapevo dov’era il Kazakistan però sono felice. La responsabilità è tanta però è davvero bello accorgersi che l’idea funziona».
 

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