Un tavolo di lavoro istituzionale per la scuola che verrà

Studentesse protestano contro la DAD di fronte a una scuola di Torino

Quale futuro ci attende? Quanto ci importa realmente di costruirne uno sufficientemente buono? Pensando ai posteri, sapendo che è il presente a disegnare il futuro di cui siamo responsabili. Negli anni ’70 del secolo scorso Lorenzo Milani, Mario Lodi, Gianni Rodari, Danilo Dolci tentarono un rinnovamento. E oggi? Un invito a esperti dell’educazione e della formazione, maestri, dirigenti scolastici, psicologi dell’educazione per iniziare a gettare i semi della scuola che verrà.

2020: la pandemia. Eh, sì, finiremo nei libri di storia di domani, ma ci saranno ancora dei libri a veicolare conoscenze e saperi? Quale futuro ci attende? Quanto ci importa realmente di costruirne uno sufficientemente buono? Come commenteranno i posteri le scelte di oggi? Che cosa si dirà di noi? Come sarà la scuola di domani? Chissà! Vedremo ancora i banchi? con o senza rotelle? Immagino di no, i computer saranno elaboratissimi, i giovani saranno iper-connessi, autonomi, fagocitati dalle prestazioni, selezionati e competitivi. Solo quelli meritevoli ovviamente, ma non come intende la nostra Costituzione.

Efficienza ed efficacia saranno le parole d’ordine ma, intravedo solitudine, gli sguardi non saranno rivolti al cielo, perché il cielo non avrà stelle. A chi piacerebbe un simile scenario? Siamo sinceri, va ritrovato il coraggio di dire il vero perché è solo la verità a renderci liberi e sappiamo bene che è il presente a disegnare il futuro di cui, ci piaccia o no, siamo responsabili.

Quale domani stiamo confezionando?

Quale domani stiamo confezionando per i nostri giovani? Quali opportunità e prospettive di realizzazione offriamo loro? Li giudichiamo, anche impietosamente, cerchiamo le loro falle, le evidenziamo e li rimproveriamo costantemente per le loro mancanze. Ma noi adulti non ci poniamo domande e, convintamente, crediamo di essere sempre e comunque nel giusto e di agire per il loro bene.

L’epidemia ha capovolto quei sistemi che apparentemente davano sicurezza, ha rotto degli equilibri, ha stravolto le nostre certezze, ha messo in risalto le annose lacune dei sistemi sanitario e scolastico, ovvero quei sistemi che avrebbero dovuto garantire la tutela della salute di ogni cittadino.

Una salute, evidentemente, bio-psico-sociale, ovvero la risultante di quegli eventi multifattoriali che coinvolgono la mente, il corpo, la società e l’ambiente, in una stretta e complessa rete d’interdipendenze.

La scuola, lo sappiamo benissimo, da diversi decenni è stata oggetto di interventi, investita dal succedersi di riforme senza continuità, ma poco o nulla ha coinvolto principalmente l’idea stessa di scuola, al passo con i tempi e rispettosa di ogni individualità. In questi anni gli interventi hanno piuttosto seguito la logica della prevenzione piuttosto che della promozione: due posizioni epistemologiche differenti. Inoltre, l’influenza medica ha reso pervasivo il modello “malattia” anche fra le scienze psicosociali che si è materializzato con la crescita del fenomeno di diagnosticizzazione dei giovani studenti.

Un test per dare un nome a una mancanza

Siamo dentro un nuovo concetto di normalità, illusi di offrire le condizioni per stare dentro il sociale nel migliore dei modi. Ma che cos’è la normalità? Si è assistito a un cambio di paradigma. Ieri di fronte all’alunno difficile ci si chiedeva: “Che cosa posso fare? Come?”, oggi la domanda è: “Avrà problemi familiari, l’alunno non è seguito, manca di…?”. Parte così l’invio alla neuropsichiatria: un test darà un nome alla mancanza, che sarà ascrivibile comunque e sempre all’alunno.

Sorrido al pensiero di un Lorenzo Milani che, presumibilmente oggi avrebbe dovuto far diagnosticare tutti i suoi giovani, o Mario Lodi, Gianni Rodari, Danilo Dolci, considerato che erano gli anni ’70 (migrazioni, classi numerosissime, doppi turni, famiglie operaie numerose…). Invece furono gli anni di un tentato rinnovamento.

Oggi siamo in piena crisi e traballano, vistosamente, quelle che fino a ieri erano certezze.

La scuola come obiettivo primario

Eppure, la crisi è una benedizione, aveva sostenuto Albert Einstein, essa ci offre la possibilità di un’apertura al nuovo, un’alternativa migliore del prima. Non è per nulla semplice ma le saremo riconoscenti domani per averci permesso di intraprendere un nuovo quanto necessario cammino verso un rinnovato habitus mentale che abbia come primario obiettivo la scuola e con essa l’istruzione, l’educazione, la formazione dei nostri giovani: una triade complessa ma ineludibile.

Il discorso di Piero Calamandrei pronunciato l’11 febbraio 1950 al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), non solo è ancora attuale ma evidenzia quanto ancora non è stato realizzato.

«E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione»

A scuola le basi del futuro

La costruzione del futuro comincia dalla scuola. Qui si pongono le basi del proprio progetto esistenziale. È qui che i nostri giovani imparano a giocare la vita, a sviluppare un pensiero critico e non omologato, è qui che forgiano il pensiero, imparano a confrontarsi con la diversità, a dialogare con gli altri, a comprendere il valore di una società democratica, a sentire che l’uguaglianza è un principio fondamentale dello stare al mondo, che la dignità dell’essere umano non va calpestata per nessuna ragione, che il rispetto e l’ascolto dell’altro sono la possibilità di vivere eticamente, che esistere significa stare dentro il mondo da protagonisti attivi e costruttivi, che ogni essere umano ha il diritto sacrosanto a progettarsi e tanto altro ancora. Occorre il coraggio di dirci finalmente la verità, quella che i filosofi chiamano “parresia”. La scuola richiede un altro pensiero, un’altra forma e, per quanto tecnologica possa diventare, la componente di umanizzazione ha la priorità su tutto.

In questo tempo sospeso abbiamo l’opportunità di ridisegnare un nuovo e macro-progetto pedagogico-educativo per la scuola che verrà. Si dice in giro che “nulla sarà più come prima”. Bene, è un buon auspicio, perché la crisi proprio questo richiede: il cambiamento, la trasformazione e che sia migliorativa.

Non c’è tempo da perdere

Non perdiamo tempo! Incominciamo a ricostruire! Propongo, tra i tanti tavoli di lavoro, i tanti comitati tecnico-scientifici, la costituzione di un tavolo pedagogico- educativo, dove esperti dell’educazione e della formazione, maestri, dirigenti scolastici, psicologi dell’educazione possano iniziare a gettare i semi della scuola che verrà. Chi abita la scuola, chi ascolta il detto e il non detto dei giovani studenti, chi sa cogliere il messaggio di ogni loro sguardo, chi ne conosce i problemi e le difficoltà o la sofferenza, chi conosce la mancanza di competenze educative familiari, può sapere, conoscere, fare e…porre le basi di un futuro buono, a misura d’uomo dove le pur necessarie tecnologie saranno tecno -umanizzate. Questa è la vera sfida, un atto dovuto di sinergia pedagogica e politica, dove la politica è polis (in greco antico: πόλις, «città»; plurale πόλεις, póleis) e agorà. La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione (Piero Calamandrei).

Una scuola dell’uguaglianza è il passaporto per il futuro

Diversamente si andrà a porre un ulteriore rattoppo alla parete, al soffitto, si acquisteranno arredi più moderni ma non si sarà modificata l’idea di scuola e si rischierà la totale demolizione della sua funzione di sviluppo intellettuale. Demolire la scuola e le sue fondamenta significa non garantire il diritto alla vita, accettare che vi siano privilegiati e no, poveri e ricchi, far svanire nel nulla le conquiste di tutti quei maestri che hanno dedicato la vita all’Educazione, che con sacrificio e passione hanno affermato l’uguaglianza sociale, raggiunto traguardi estesi a tutti, dal primo all’ultimo dei propri alunni. No, non possiamo accettarlo. Per anni abbiamo insegnato ai nostri studenti che tra i bisogni fondamentali dell’uomo c’è l’autorealizzazione di sé che non si raggiunge garantendo un pasto – quando c’è – né trasmettendo nozioni. È la mente che bisogna nutrire.

Non c’è tempo da perdere, mentre i nostri ragazzi sono collegati in DaD, agli esperti della scuola il compito della ricostruzione, del rinnovamento, della trasformazione. Occorre finalmente un’azione di coralità educativa, di responsabilità educante. Nel trambusto creato dall’epidemia si sono evidenziate tutte le crepe della nostra scuola e, non per niente, le fila dei “dispersi”, quelle degli hikikomori, quelle degli alunni con difficoltà o con disabilità, vanno a rimpinguarsi.

La scuola pubblica va tutelata e garantita, per garantire l’uguaglianza sociale (art. 34 della nostra Costituzione). Penso con tristezza che nel terzo millennio, iperconnesso, ipertecnologico, iper in tanti settori, non abbiamo ancora, banalmente, risolto una questione all’apparenza elementare quanto secolare: la tutela dei diritti dell’uomo e primo fra tutti l’uguaglianza sociale appunto (art. 3 della nostra Costituzione).

L’educazione è il nostro passaporto per il futuro, poiché il domani appartiene a coloro che oggi si preparano ad affrontarlo. (Malcom X)

 

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Luisa Piarulli
Luisa Piarulli
Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

Luisa Piarulli

Luisa Piarulli è esperta in Bioetica e pedagogia del territorio. Premio Curcio 2016 per la cultura pedagogica e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, insegna scienze umane e sociali nelle scuole secondarie superiori. Past president nazionale Anpe, fa parte dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza e del Comitato scientifico dell’Associazione Pensare Oltre. Scrittrice, è editorialista per Orizzonte Scuola. Fa consulenza pedagogica nel suo studio che ama definire il suo “laboratorio pedagogico”, a Torino. Considera una missione promuovere la cultura pedagogica e il ruolo del pedagogista negli ambienti socio-educativi per contrastare la forte ondata medicalizzante che investe giovani e adulti.

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