Un viaggio d’istruzione alle Ciampate del diavolo

Basta una giornata nel Parco Regionale di Roccamonfina-Foce Garigliano per ritornare indietro di migliaia di anni, 350.000 per la precisione, quando i primi esseri umani percorrevano questi stessi sentieri. Sembra siano stati proprio loro, infatti, a lasciare le “Ciampate del diavolo”, espressione dialettale utilizzata dagli abitanti della zona per indicare le impronte umane più antiche del mondo. È da qui che prende il nome il sito paleontologico situato nel comune di Tora e Piccilli, nell’Alto Casertano, dove ancora oggi si possono osservare queste affascinanti orme sulla roccia vulcanica.

Abbiamo avuto l’opportunità di vederle anche noi, durante un tour in vista della quinta edizione della Settimana del Pianeta Terra, che si svolge dal 15 al 22 ottobre con l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica e far conoscere il patrimonio geologico e naturale del pianeta. “Il sito rappresenta bene lo spirito di questo evento che è quello di valorizzare realtà uniche al mondo a due passi da casa, cogliendo gli aspetti naturali unici del nostro territorio” spiega Silvio Seno, docente di Geologia strutturale dell’Università di Pavia, ideatore della manifestazione, insieme al collega Rodolfo Coccioni che insegna Paleontologia e Paleoecologia presso l’Università degli Studi di Urbino.

Ci addentriamo nel sito, alla scoperta delle famose impronte, insieme a uno degli autori di questa incredibile scoperta. Lui è Adolfo Panarello, ricercatore dell’Università di Cassino che, insieme al collega Marco De Angelis e al docente di Geologia regionale e stratigrafica dell’Università di Padova, Paolo Mietto, si è dedicato per quasi vent’anni allo studio delle “Ciampate”. La leggenda locale vuole che fu proprio Lucifero a lasciare quelle impronte mentre camminava sulla lava del vulcano di Roccamonfina. In realtà secondo le ricerche effettuate dall’equipe scientifica, esse risalgono ai primi esemplari umani, cioè a quelli appartenenti al genere Homo Heidelbergensis, alti circa un metro e sessanta.

“Trovare impronte umane è quasi un regalo. Sono solo 65 in tutto il mondo i siti che le contengono e solo quattro hanno più di 160 mila anni. Il nostro è uno di essi. Ma il vero motivo di unicità non è l’antichità delle impronte, o il sito in cui si trovano che rappresenta un esempio unico di persistenza di insediamenti umani mai interrotti” aggiunge Panarello mentre ci avventuriamo sul sentiero che porta alle orme. “La particolarità di questa scoperta sta sicuramente nel numero di orme ritrovate, nello stato di conservazione e nella loro disposizione su una superficie non piana in tre piste lunghe e dalle forme diverse”.

Calandosi lungo il pendio, Panarello simula i passi compiuti dai nostri antenati, forse due che in quel momento si trovavano a passare su questo versante. “Uno di loro ha proseguito a passo regolare scegliendo i punti giusti per non cadere, l’altro sembra aver commesso un piccolo errore di valutazione perché è scivolato, cercando appigli per non cascare. Oltre a impronte dei piedi, infatti, ci sono quelle associabili ad altre parti del corpo come le mani”. Un fattore importante questo, che ci fa capire come questi ominidi già allora usassero in maniera consapevole il sistema locomotore.

Lascia di stucco il fatto che, nonostante nel 2003 addirittura la BBC abbia dedicato loro un reportage, le “Ciampate del diavolo” restino in gran parte un luogo sconosciuto. L’appello del Sindaco di Tora e Piccilli, Natasha Valentino, è forte e chiaro: “Tre anni fa abbiamo a iniziato a lavorare sodo per far sì che questo sito, un tempo abbandonato, possa essere riconosciuto da un punto di vista turistico e rappresentare un volano per la nostra economia”. Per questo l’amministrazione comunale è in procinto di attivare una convenzione per inserire il sito tra i percorsi proposti ai turisti che vanno a visitare la Reggia di Caserta. Con l’aiuto dell’associazione culturale “Orme” l’intento è quello di aumentare anche le gite d’istruzione delle scuole con l’obiettivo di educare i ragazzi fin dall’inizio al rispetto dell’ambiente e alla valorizzare dei nostri piccoli comuni che conservano tesori spesso inestimabili come questi. “Adesso non c’è più tempo. Le istituzioni politiche e accademiche devono incontrarsi e redigere un protocollo d’intesa per impedire che le Ciampate non vengano dimenticate – aggiunge Panarello – È importante collegare il processo di valorizzazione a quello di conservazione con interventi mirati a isolare l’area dall’azione degli agenti naturali e dalla frequentazione incontrollata. In questo modo si poggiano le basi per trasformare le “Ciampate” in un catalizzatore d’interessi non solo scientifici ma anche di tipo turistico, didattico e imprenditoriale”.

Per saperne di più: www.adolfopanarello.it

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