Vaccini e cure contro il bla bla bla

Dilaga il bla bla bla e forse non è sempre un male, bisogna però guardarsi dalle varianti. Il rimedio per fortuna c’è: la visione scientifica ed etica, la riconnessione con la natura, la comprensione della complessità delle sfide, la capacità di sviluppare una risposta integrale a crisi interconnesse e di agire di conseguenza. Ovvero, tutto quello che solo una educazione formale, non formale e informale ispirata all’ambiente e alla sostenibilità può dare a un’umanità divisa, disorientata e incattivita dalle disuguaglianze e dalle ingiustizie.

(Quello che segue è l”editoriale di “.eco” di dicembre 2021)

Nel numero di dicembre di “.eco” molti antidoti al bla bla bla.

Non solo cresce il bla bla (o, all’inglese, “blah bla blah”), ma ha anche successo l’espressione stessa, ormai ripresa anche da quelli che il bla bla lo fanno. Del resto, già nel 2013 il Worldwatch Institute nel suo rapporto annuale (Is Sustainability Still Possible?) ironizzava sul diffondersi di un “sustainababble” (ovvero, un “sostenibilblabla”), cacofonica profusione della parola “sostenibile” per indicare qualunque cosa, dal meglio per l’ambiente fino alle cose di moda. La parola “sostenibile””, concludeva il rapporto, «è insostenibile».

Insomma, di ambiente, clima, transizione si parla sempre di più, dai TG alla pubblicità ai grandi leader mondiali. La pre-COP milanese, il G20 romano, la COP26 a Glasgow hanno moltiplicato appelli e promesse. Molte delle quali si riveleranno da marinaio, o comunque insufficienti e tardive, come plasticamente ha profetizzato Simon Kofe, ministro degli Esteri delle Isole Tuvalu, parlando immerso nell’acqua. Questa pandemia di bla bla ha due facce: da un lato la presa d’atto della gravità della crisi climatica è incontrovertibile, dall’altro, però, bisogna guardarsi dalle varianti, che, come per il Coronavirus, sono le più pericolose: dal greenwashing fino a soluzioni peggiori del problema che pretendono di risolvere.

Senza visione, senza approccio globale

Il limite maggiore delle decisioni che scaturiscono dai vari summit sta però forse nella loro frammentarietà e parzialità. Un accordo su questo, un impegno su quest’altro, con paesi pseudo-virtuosi a pavoneggiarsi (nessuno in linea con gli accordi di Parigi – tra quelli monitorati dal consorzio Climate Action Tracker solo il Gambia, il più piccolo paese africano, li sta rispettando) e senz’altro non virtuosi a fare da freno, gli uni e gli altri complici o ostaggi delle lobby dei combustibili fossili, della carne e in generale del consumo di massa. Il miraggio di una crescita illimitata in un pianeta finito a fare da bussola, il PIL come totem venerato quotidianamente da stuoli di adoratori di Mammona.

Sono gli interessi geopolitici, economici e finanziari che governano il mondo, ma a fare loro da volano è un deficit culturale. Lo ha osservato, ad esempio, Massimo Cacciari su La Stampa: «si tratta di un’unica, complessa crisi, dovuta all’interazione di processi biologici, economici, sociali, che è impossibile affrontare con interventi separati nel tempo e nello spazio», ridotta a una sola, di volta in volta, delle sue componenti e a prendere una parte del problema isolandola dal tutto. «Ciò non genera – commenta – soltanto interventi inefficaci, ma, prima ancora, conoscenze erronee, poiché una questione in sé complessa non può neppure essere davvero conosciuta se la si affronta a pezzi, senza visione di insieme».

Ci sono le cure e i vaccini

Come rispondere al bla bla bla? Come uscire dall’alternativa tra demotivante pessimismo e immotivato mezzopienismo del bicchiere? Le interconnessioni, ha scritto Angelo Baracca su Il Manifesto, «dovrebbero essere la base di un’educazione ambientale» che ci faccia uscire in positivo dall’impasse.

In effetti, spetta all’educazione ambientale:

  1. Porre al centro del progetto formativo (che sia nelle scuole e nell’università o nei contesti non formali e informali) quella che Mauro Ceruti chiama “la sfida delle complessità”. Costruire un’altra comprensione e narrazione del mondo, una visione lungi-mirante.
  2. Riconnettere gli esseri umani alla natura, inanimata e animata, vegetale e animale: alla Terra e alla terra, di cui siamo fatti e cui tutti torniamo. Empatia, fratellanza-sorellanza, incantamento.
  3. Lavorare per costruire la comunità planetaria di destino, partendo dalla creazione di vasi comunicanti: tra attori sociali, tra ambiti educativi, tra culture e linguaggi. Olismo, coraggio, volontà, dialogo, partecipazione alcune delle parole calde da usare.

PS

Con questa e le altre riviste del nostro “network” da decenni (tra poco saranno quarant’anni) sperimentiamo vaccini al bla bla bla e cerchiamo cure fatte di consapevolezza e strumenti culturali. Ma questo numero, come lettrici e lettori constateranno sfogliandolo, ne è particolarmente pieno e perfettamente esemplificativo del ruolo “di servizio” che cerchiamo di svolgere, con passione, volontariato e pochi mezzi.

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Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

MARIO SALOMONE

Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

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