Vernadskij, lo scienziato che scoprì l’unità del mondo biologico e inanimato

È Vladimir Vernadskij (1863-1945), geochimico, prima oppositore degli Zar, poi coraggioso difensore dell’indipendenza della scienza nella Russia di Stalin. A Parigi ebbe tra i suoi allievi il gesuita Teilhard de Chardin. Già nel 1926 parlava di effetto serra e buco dell’ozono. Suo il merito di aver scoperto che la vita sul pianeta si basa sulla circolazione degli elementi, dall’atmosfera alle piante, agli animali, al suolo, e poi di nuovo all’atmosfera e alle acque; di questi cicli vitali fanno, naturalmente, parte gli esseri umani. Il suo testamento scientifico e spirituale è un saggio sulle modificazioni operate sulla biosfera dalle attività derivate dalla mente umana.

Giorgio Nebbia

nebbia@quipo.it

Era il gennaio 1945, un inverno terribile di bombardamenti, di lotte sanguinose per sconfiggere definitivamente i tedeschi, la stagione della drammatica scoperta dei campi di sterminio nazisti. Proprio in mezzo a tanto sangue la rivista americana American Scientist pubblicava, come messaggio di speranza, un articolo intitolato: “La biosfera e la noosfera”, scritto dal russo Vladimir Ivanovich Vernadskij. L’articolo era preceduto da una presentazione del grande ecologo americano G.E. Hutchinson (1903-1991) che annunciava, con dolore, che pochi giorni prima l’autore era morto, ottantaduenne, nell’Unione Sovietica. Il dolore della comunità scientifica era ben giustificato perché Vernadskij era stato un personaggio straordinario.

Una visione rivoluzionaria del mondo

Vernadskij, nato nel 1863, aveva studiato nella Russia zarista partecipando ai movimenti giovanili di protesta contro l’assolutismo degli Zar. Dopo un periodo di studi in Germania, Vernadskij era diventato professore di geochimica nel 1890, poi membro dell’Accademia delle Scienze e presidente di una speciale Commissione per lo studio delle risorse naturali, incaricata di identificare i giacimenti di minerali di importanza economica sparsi nello sterminato impero russo. Vernadskij aveva studiato, in particolare, i minerali radioattivi che erano stati scoperti e descritti pochi anni prima dai coniugi Curie.

Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 Vernadskij aveva continuato i suoi studi e l’insegnamento. Non era iscritto al partito comunista, ma fu rispettato e apprezzato dal governo bolscevico e da Lenin e poi da Stalin che lo incaricarono di continuare a dirigere la Commissione per le risorse naturali e anzi di intensificarne l’attività. In un periodo della storia russa che molti libri descrivono come oscuro, violento, intollerante, questo non-comunista fu nominato presidente della prestigiosa Accademia delle Scienze dell’URSS, girava il mondo e passò alcuni anni, dal 1924 al 1926, a Parigi presso l’Istituto Pasteur; a Parigi insegnò all’Università, mettendo a punto la nuova rivoluzionaria visione biogeochimica della grande unità di tutto il mondo biologico e inanimato, che sta alla base della moderna ecologia. Nel periodo di Parigi apparvero, prima in francese e poi in russo, due opere fondamentali di Vernadskij: “La geochimica” e “La biosfera”.

A Parigi l’età dell’oro dell’ecologia

Nella Parigi di quegli anni venti – l’“età dell’oro dell’ecologia”, come l’ha chiamata il biologo italiano Franco Scudo (1935-1998) – vivevano e insegnavano il grande matematico italiano Vito Volterra, che descrisse le leggi fondamentali della coesistenza delle popolazioni animali, e il russo Kostitzin (1886-1963), emigrato dall’Unione sovietica dopo un passato di rivoluzionario, a cui si devono altre opere fondamentali di biologia matematica.

Le lezioni di Vernadskij erano seguite dal gesuita P. Teilhard de Chardin (1881-1955), che conduceva ricerche di paleontologia in Cina e a cui si deve il concetto di “noosfera”, la forma in cui la storia naturale dell’uomo si completerà come trionfo della mente.

Tornato nell’URSS, Vernadskij si batté con successo perché l’Accademia delle Scienze sovietica restasse indipendente dall’influenza politica del governo, e continuò le sue ricerche sui minerali strategici e radioattivi che avrebbero assicurato all’Unione sovietica la produzione industriale e la vittoria contro il nazismo.

Unità bio-geochimica della vita

Ma soprattutto Vernadskij va ricordato per aver elaborato, in forma compiuta, la grande visione unitaria della vita sul pianeta. Una vita che si basa sulla circolazione degli elementi dall’atmosfera alle piante, agli animali, al suolo, e poi di nuovo all’atmosfera e alle acque; di questi cicli vitali fanno, naturalmente, parte gli esseri umani.

Oggi sono stati inventati nuovi termini: si parla di visione “olistica”, unitaria, appunto, dell’ecologia, ma il concetto di unità bio-geochimica della vita sul pianeta nasce proprio con gli studiosi sovietici già novanta anni fa. Il loro contributo è poco noto forse perché molte delle loro opere sono state scritte in russo, ma c’è stata anche una specie di pigrizia, da parte di tanti, nei confronti della ricerca delle radici culturali dell’ecologia. A tale pigrizia si deve la limitata circolazione in Italia delle opere di Vernadskij, anche di quelle scritte in francese e pubblicate in Francia. La “Geochimica” non è mai stata tradotta in italiano, pur essendo un libro ricco di informazioni e di intuizioni.

Alterazioni del clima

Vernadskij, per esempio, parla chiaramente delle alterazioni del clima dovute alla modificazione della composizione chimica dell’atmosfera. Nel 1926 era già quindi chiaro il concetto di quello che oggi chiamiamo “effetto serra”. Vernadskij parla del ruolo dell’ozono stratosferico come filtro delle radiazioni ultraviolette solari biologicamente dannose e delle conseguenze di quello che oggi chiamiamo il “buco dell’ozono”. Negli studi biogeochimici di Vernadskij erano descritti chiaramente i danni dell’erosione del suolo e i pericoli di perdita di fertilità dei terreni a causa delle attività antropiche irrazionali.

L’altro bel libro di Vernadskij, la “Biosfera”, ha avuto solo di recente una traduzione parziale in inglese, da cui è stata fatta una traduzione, parziale anch’essa, in italiano, pubblicata dall’editore “red” di Como (con una buona introduzione di Jacques Grinevald); alcuni altri scritti di Vernadskij sulla storia e filosofia della scienza (con una bella introduzione  di Silvano Tagliagambe) sono stati tradotti per la  prima volta in italiano in un libro distribuito insieme al numero di agosto 1994 della rivista mensile “Teknos”, pubblicata a Roma. Una edizione, “La biosfera e la noosfera”, a cura di Daniele Fais, è stata pubblicata a Palermo da Sellerio nel 1999. In francese “La biosphére, Paris, Fuderot, 1997.

Biosfera e noosfera

Ma forse l’opera più interessante, quasi il testamento scientifico e spirituale, è il breve saggio del 1945 pubblicato in America e anche questo non tradotto in italiano, sulla biosfera e la noosfera. Vernadskij usa il termine noosfera con un significato diverso da quello, trascendente, usato da Theilard de Chardin. Per Vernadskij la “noosfera” è l’insieme delle modificazioni operate sulla biosfera dalle attività derivate dalla mente umana.

Vernadskij spiega bene che tali modificazioni possono essere negative per i grandi cicli biogeochimici da cui dipende la sopravvivenza della stessa specie umana, ma nota che tali modificazioni – se dominate dalla mente umana, anziché dall’avidità di gruppi o singoli – possono anche essere positive, possono contribuire al progresso umano attraverso l’uso razionale e illuminato delle ricchezze della natura.

Un avvertimento e un messaggio di speranza di grande valore che vengono da uno scienziato che è passato, a testa alta e rispettato, attraverso lo zarismo e l’epoca sovietica, giustamente onorato in Russia tanto che a Mosca al suo nome sono intestati l’Istituto di Geochimica dell’Accademia delle Scienze, un grande viale, una stazione della metropolitana, In onore di Vernadskij sono stati emessi francobolli e innumerevoli libri ne ricordano la figura e l’opera.

Scrive per noi

GIORGIO NEBBIA
Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

GIORGIO NEBBIA

Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

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