Cinema, ambiente e i film che si potrebbero fare

Si svolgerà a Torino dal 31 maggio al 5 giugno la quindicesima edizione di Cinemambiente, la più importante rassegna italiana sulle tematiche legate all’ecologia e una delle più importanti a livello internazionale. Nell’attesa, pubblichiamo il racconto di maggio di Giorgio Nebbia, che ci conduce in un viaggio, appunto, nella storia del rapporto tra cinema, inquinamento, industria, speculazione edilizia, catastrofi e crimini ambientali, apocalisse atomica. E dà qualche consiglio a produttori e registi rispetto a film che potrebbero, o si dovrebbero, realizzare.

Se siete ammiratori di Julia Roberts, la brava e bella interprete di “Pretty woman”, non vi sarete di certo lasciati sfuggire la sua altra interpretazione nel film “Erin Brockovich”, diretto nel 2000 da Steven Soderbergh, grazie al quale l’attrice vinse l’Oscar come protagonista. Il film racconta la storia vera di Erin Brockovich, una “impiegatuccia” di un piccolo studio legale in California, la quale iniziò un’inquietante indagine su un colosso industriale, la Pacific Gas & Electric Company (PG&E). La compagnia era responsabile di aver versato nel sottosuolo delle soluzioni di cromo esavalente, tossico e cancerogeno, usato come antiruggine nella centrale di compressione del gas, e di aver inquinato le falde idriche da cui traevano l’acqua potabile gli abitanti del paesino di Hinkley.

Erin Brockovich, una storia vera
La battagliera Brockovich convinse 650 abitanti del paese a fare causa alla PG&E accusandola di aver provocato, attraverso l’inquinamento delle acque, gravi malattie quali tumore al seno, linfoma di Hodgkin e altre, che sarebbero spesso state causa di aborti. L’impresa, chiamata in causa, cercò dapprima di negare le evidenze, prima fra tutte la presenza di cromo esavalente nelle acque del sottosuolo, poi quella dei metodi usati per scaricare le sostanze nel pozzo. Una volta costretta a riconoscere che il cromo era effettivamente presente nelle acque sotterranee, la PG&E iniziò a sollevare una serie di obiezioni. Era vero che il cromo esavalente manifestava la sua tossicità quando assorbito attraverso l’assunzione di acqua? Qual è la concentrazione di cromo che si potrebbe considerare responsabile dei tumori riscontrati? E se anche il cromo fosse stato assorbito con l’acqua potabile, avrebbe da solo potuto causare tante differenti malattie? I malati di tumore fra gli abitanti di Hinkley erano davvero più numerosi di quelli medi della popolazione americana? E i malati che storia personale avevano?
Nonostante il tentativo di depistare l’opinione pubblica sulle gravi conseguenze che aveva avuto il suo operato, la PG&E decise comunque di evitare il processo, accettando di risarcire i ricorrenti con la somma di 333 milioni di dollari, la più alta finora pagata per danni provocati da un inquinamento.

Battaglia contro l’inquinamento
La storia ha sollevato vari problemi che potranno continuare a influenzare il futuro dell’industria chimica. Il primo riguarda i ricorsi collettivi contro i danni ambientali, un istituto che si chiama “class action”, abbastanza diffuso negli Stati Uniti e che è entrato anche nelle norme italiane, consistente nella richiesta di danni da parte non di un singolo individuo, ma di un gruppo di persone che si considerano danneggiate da un soggetto economico. Inoltre c’è stato grande interesse negli Stati Uniti e nel mondo sia per la storia umana personale della protagonista, sia perché è uno dei pochi casi in cui i grandi mezzi di comunicazione hanno raccontato conflitti “chimici” e industriali. Forse non tutti gli spettatori, non chimici, del film hanno capito tutto sul cromo esavalente, ma hanno almeno potuto seguire le varie fasi della controversia.
Gran parte del dibattito e degli atti del processo si trovano in internet. La Brockovich ha un proprio sito, un blog e continua la battaglia contro gli inquinamenti. Alcune università americane hanno poi organizzato dei corsi di diritto dell’ambiente basandosi sulla documentazione del processo alla PG&E, mettendo a disposizione degli studenti delle raccolte di documenti (alcuni dei quali furono cancellati).
Al di là del successo della Brockovich e del film, io credo che la discussione pubblica sulle problematiche legate all’inquinamento delle imprese finisca per far crescere nel Paese la conoscenza delle relazioni che connettono produzione, qualità dei prodotti e dei rifiuti, la sicurezza sul lavoro e il diritto della popolazione all’informazione. E aiuti anche gli imprenditori a comportamenti più attenti nei confronti non solo dei lavoratori, ma anche delle persone che abitano fuori o intorno alle fabbriche.

John Travolta in un’altra storia vera
La storia di Erin Brockovich non è stata l’unica trattata da film recenti. Qualcuno ricorderà forse un altro film intitolato “A civil action” (così anche in italiano), del 1998, diretto da Steven Zaillian e interpretato da John Travolta, nella parte di un avvocato ‒ il suo vero nome è Jan Schlichtmann ‒ difensore dei diritti di numerosi cittadini che si erano ammalati di tumori attribuiti a un imprecisato “inquinamento” dell’acqua potabile, e da Robert Duvall, nella parte dell’avvocato degli inquinatori. Anche questo film si ispira a una storia vera ambientata nella tormentata cittadina di Woburn nel Massachusetts, non lontana da Boston, Stati Uniti. Tormentata perché nella sua zona industriale, nel corso dei decenni, si sono insediate fabbriche responsabili di vari inquinamenti, poi chiuse e abbandonate; un’industria nucleare aveva contaminato l’ambiente con sostanze radioattive; alcune fabbriche chimiche e alimentari hanno cambiato produzione e proprietà, per cui era difficile risalire alle cause iniziali delle malattie che colpivano gli abitanti al tempo del processo.

Materiale di studio e per tesi di laurea
Il romanzo-inchiesta di Jonathan Harr, e il film che ne è stato tratto, raccontano l’evolversi della storia in diverse tappe: come identificare le sostanze inquinanti, in questo caso tricloroetilene usato come sgrassante, come scoprire chi l’ha versato nel sottosuolo (nel romanzo e nel film un ex-operaio dell’impresa rivela l’origine dell’inquinamento), dove è stato versato, come ha potuto circolare nelle falde sotterranee fino ad arrivare ai pozzi. E ancora le reazioni delle industrie sotto accusa, che negano l’evidenza e cercano di accordarsi con le vittime per evitare processi dannosi per la propria immagine. Il film offre molte informazioni sulla chimica e geologia del fenomeno. Anche in questo caso su internet si trovano informazioni alle pagine www.northernshoreonline.com e www.geology.ohio-state.edu. Quest’ultimo contiene il materiale e le dispense distribuite agli studenti si molte università americane che seguono uno speciale corso intitolato “Science in the courtroom”.
Quante belle tesi di laurea potrebbero fare e quante cose potrebbero imparare gli studenti e i dottorandi anche italiani che seguono i corsi di diritto dell’ambiente!

L’industria del tabacco, sullo schermo e in tribunale
Altri due film che meritano attenzione hanno invece al centro le lotte contro le industrie del tabacco.
Una storia, tratta anch’essa da un fatto vero, racconta la vita e le disavventure di un funzionario di una società che fabbrica sigarette e che pentito rivela dall’interno ‒ il titolo del film è “Insider” diretto da Michael Mann, con Russel Crowe e Al Pacino (1999) ‒ i trucchi chimici (il tabacco veniva umettato con soluzioni di ammoniaca) che la società praticava per aumentare l’assuefazione alla nicotina dei fumatori. Jeffrey Wigand, il nome vero del funzionario pentito, ebbe innumerevoli sventure personali e di lavoro e “finì” per andare a insegnare chimica in un liceo, una fine che, come chimico, considero ben apprezzabile anche se meno remunerativa del precedente impiego che lo rendeva complice dell’aumento dei tumori da fumo.
Una storia simile, che riguarda ancora l’industria del tabacco, è contenuta nel romanzo “La giuria” di Grisham. Ma la trasposizione cinematografica del 2003, con la regia di Gary Fieder e l’interpretazione del sempre grande Dustin Hoffman, espone la stessa trama ma spostando le accusa del processo contro i fabbricanti di armi.

Il dramma di Chernobyl
Altri disastri ambientali sono stati oggetto di film. Nell’aprile 1986 esplose uno dei reattori della centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, allora regione dell’Unione Sovietica; grandi quantità di elementi radioattivi si sparsero nel cielo, raggiungendo lontani paesi europei e anche l’Italia, ma soprattutto, ricaddero addosso agli operatori della centrale e sugli abitanti delle città vicine. Molti coraggiosi piloti che volarono sulla centrale in fiamme per gettare cemento sul reattore in modo da fermarne il funzionamento, furono esposti ad alte dosi di radiazioni e manifestarono presto tumori mortali. Il film “Chernobyl” del 1991, di Anthony Page, descrive il generoso intervento del chirurgo californiano Robert Gale, interpretato dal bravo Jon Voigt, specialista mondiale di trapianti di midollo osseo, che volò in Ucraina per aiutare i colleghi russi impegnati nel salvare la vita delle persone esposte alle radiazioni.

Petroliere: catastrofi in mare
Il 24 marzo 1989 la grande petroliera Exxon Valdez ha avuto un incidente nel porto di imbarco dell’Alaska, con sversamento in mare di 400.000 tonnellate di petrolio. Il film “Catastrofe in mare”, di Paul Seed del 1992 descrive la battaglia della autorità governative per cercare di arginare i danni ecologici, che dovranno far fronte però all’interferenza nelle indagini dei proprietari della nave e dell’oleodotto, che per evitare eccessivi costi e riattivare al più presto il flusso del petrolio, intralceranno i lavori di disinquinamento.

“Potrebbe succedere”: la guerra atomica
Si possono raccomandare anche altri film, di fantasia questa volta, ma con forte motivazione etica e ecologica. “L’ultima spiaggia” di Stanley Kramer, del 1959, tratto dall’omonimo romanzo di Nevil Shute, denuncia come una guerra nucleare in una qualsiasi parte del mondo può spargere elementi radioattivi mortali sull’intero pianeta fino a farne estinguere la vita umana. Era l’epoca delle esplosioni nucleari nell’atmosfera (che sarebbero parzialmente cessate soltanto nel 1962), e il film si chiude con l’avvertimento: “Fratelli potrebbe succedere”.
Altrettanto drammatico il film “Il giorno dopo” (The day after) di Nicholas Meyer, 1983, che descrive come una famiglia americana, il padre è interpretato da Jason Robards, vive il bombardamento nucleare della città di Kansas City, in seguito, anche qui, allo scoppio accidentale di una guerra nucleare fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Il film apparve quando, nell’età di Reagan, era al culmine la tensione per lo schieramento di missili balistici intercontinentali, ICBM, nei due paesi contrapposti.

Petrolio, cambiamento del clima
Sempre nell’ambito dei film di fantasia il film “Il rapporto Pelican”, di Alan Pakula del 1993, anche questo con Julia Roberts, descrive le trame delle grandi compagnie petrolifere per uccidere i giudici americani che avrebbero potuto accogliere le raccomandazioni degli ecologisti e opporsi alle trivellazioni petrolifere in una oasi-rifugio dei pellicani. L’abilità e il coraggio della protagonista riescono a salvare l’ecosistema minacciato.
Infine, il più recente “L’alba del giorno dopo”, di Ronald Emmerich, del 2004, drammatizza quello che potrebbe succedere se i mutamenti climatici portassero a coprire di neve e ghiaccio gli Stati Uniti; scenario possibile, ma poco convincente dal punto di vista ecologico.

La breve stagione italiana degli anni Settanta
Negli anni settanta, infine, si ebbero anche in Italia alcuni film di fantasia ispirati alla difesa dell’ambiente e alla coraggiosa azione dei “pretori d’assalto”. Mi vengono in mente il bel film di Dino Risi del 1971, “In nome del popolo italiano”, con Ugo Tognazzi, pretore coraggioso che deve fare i conti con inquinatori e speculatori edilizi.
Del 1974 il film di Steno, “La poliziotta”, con la brava Mariangela Melato, giovane agente di polizia municipale che cerca di colpire senza riguardo – ma con grave disturbo dei suoi superiori – violazioni ecologiche, frodi ambientali, corruzioni. In quegli anni, nel cinema italiano, c’è stata una breve stagione di speranza di moralizzazione e di lotta vittoriosa contro inquinamenti, abusi, corruzione.

Poca attenzione a salute e ambiente. Qualche suggerimento
Mi chiedo come mai in Italia, dove i produttori cinematografici sono sempre alla ricerca di nuovi soggetti, ci sia così poca attenzione ai problemi delle lotte civili per la difesa della salute e dell’ambiente: eppure di contestazioni e processi ce ne sono stati tanti ‒ da Marghera all’amianto, a Cengio, a Manfredonia, a Gela, a Seveso, a Carrara, a Taranto, solo per fare alcuni nomi ‒ e ogni volta le lotte popolari, tante ce ne sarebbero da raccontare, in troppi casi non hanno portato risarcimenti monetari agli inquinati, ma hanno fatto crescere la cultura industriale dell’Italia.
Per quanto ne so, l’unico film sul genere fu tratto da un racconto di Laura Conti su Seveso, la cittadina lombarda in cui, nel luglio 1966, si verificò un grave incidente in una fabbrica chimica, con fuoriuscita di molti chili di cancerogena diossina, nome allora sconosciuto, responsabile della morte di molti animali e delle pustole sulla faccia di molti bambini. Il libro era intitolato “Una lepre con la faccia da bambina”, Roma, Editori Riuniti, 1976; il film, con lo stesso nome, era diretto da Gianni Serra e interpretato da Franca Rame, Amanda Sandrelli e altri, ma è circolato pochissimo.

Giorgio Nebbia
2 maggio 2012

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