Miti e aspettative della genitorialità

Non un noir, né un thriller, ma un dramma, come lo ha definito la regista stessa, in cui si mescolano errore e giustizia, bene e male, verità e menzogna. Due famiglie, due contesti sociali, due storie speculari: Andreas, poliziotto integerrimo, e sua moglie Anne hanno da poco avuto un bambino, così come Tristan e Sanne, una coppia di tossicodipendenti, evidentemente incapaci di prendersi cura del neonato. Un intervento di Andreas nel loro appartamento li fa incontrare: questo il punto di partenza di una catena di eventi inarrestabile, di decisioni difficili da prendere, di esiti inaspettati.

Atmosfere nordiche per questo film che mette tutti in discussione, spettatori compresi. Il grande dilemma sotteso è: chi può arrogarsi il diritto di dirsi un buon genitore? Egoismo e presunzione, ma anche insicurezza e fragilità muovono le scelte dei protagonisti, ciascuno impegnato ad agire nell’ottica di ciò che è meglio per sé. Una riflessione disincantata sulla genitorialità, che tratta con spietato realismo l’evento che più di ogni altro è costellato di falsi miti e aspettative irrealizzabili.

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