Due crisi intrecciate

Due crisi incombono. Della prima si parla ampiamente su tutti i mass media. Fa cadere governi, fa trovare centinaia o migliaia di miliardi per salvare banche e rassicurare i “mercati” (che sono poi un’esigua minoranza di speculatori che inseguono il profitto finanziario sul filo dei secondi). I contestatori (cui il settimanale americano Time ha dedicato la famosa copertina prenatalizia come “personaggio dell’anno”) dicono che è la prepotenza dell’1 per cento contro il restante 99 dell’umanità. Ma c’è anche una seconda crisi.

La crisi ecologica segnalata da una serie di indicatori: riscaldamento crescente del pianeta, perdita di biodiversità, diminuzione delle risorse idriche (nei prossimi dieci anni fino a 250 milioni di persone in più avranno problemi di acqua), carestie e fame (gravissima quella in corso nell’Africa orientale), perdita di suolo fertile, esaurimento di molte risorse.

Di questa seconda crisi si parla molto meno e i mezzi finanziari mobilitati per affrontarla sono un’inezia rispetto a quelli recuperati per fare fronte alla prima.

Non si capisce che le due crisi sono strettamente intrecciate, che la prima è figlia anche della seconda e che affrontare la seconda è il modo migliore per rimediare alla prima.

Riconoscere i limiti fisici del pianeta e l’importanza del “capitale naturale”, sviluppare un uso efficiente dell’energia e dell’acqua, preservare le foreste e la fertilità dei suoli, mettere in sicurezza il territorio, organizzare una mobilità sostenibile sono l’unico modo per assicurare un’economia stabile nel tempo e in grado di soddisfare con intelligenza ed equità i bisogni dei sette miliardi di esseri umani.

Per questo le speranze di molti si sono appuntate sulla recente conferenza internazionale sul clima svoltasi a Durban (Sud Africa). Sono stati giorni di liti e di tensioni, in cui si è manifestata una nuova geografia politica: grosso modo, l’Unione Europea (con il nuovo ministro dell’Ambiente Corrado Clini che si è speso molto per assicurare il successo della conferenza) a far fronte comune con l’Alleanza dei piccoli stati insulari (che stanno andando sottacqua), l’Alleanza latinoamericana fondata dal venezuelano Chavez e i paesi meno sviluppati da un lato, contro l’asse degli inquinatori dall’altro (USA, che non hanno aderito agli accordi di Kyoto, Brasile, Russia, India e Cina – ricordiamo che Cina e USA, i due più grandi emettitori di gas serra del pianeta, nel 2009 hanno contribuito da soli al 41% delle emissioni mondiali).

Interessante anche la conferma di internet come piazza virtuale del villaggio globale: Twitter, Facebook e blog hanno garantito in tempo reale la trasparenza sul lavoro difficile dei negoziatori.

I giudizi degli osservatori sull’esito della conferenza sono contrastanti.

Per i sostenitori del bicchiere mezzo vuoto (o quasi vuoto), è inaccettabile che le decisioni siano state rimandate a un nuovo accordo globale da scrivere entro il 2015 e che la sua applicazione (dopo la necessaria ratifica da parte dei singoli stati) sia prevista per il 2020.  Gli allarmi lucidi e documentati della comunità scientifica non sono serviti a far prendere decisioni serie e impegnative ai negoziatori presenti a Durban: «Ancora oggi la maggioranza dei politici e dei decisori non riesce minimamente a comprendere che il deficit ecologico assunto sin qui dall’umanità e gli effetti che stiamo subendo e subiremo sempre di più in futuro per una totale sottovalutazione del valore del capitale naturale, sono da considerare un priorità di estrema urgenza», ha commentato il direttore scientifico del WWF Italia Gianfranco Bologna.

Per i sostenitori del bicchiere mezzo pieno, il protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni resterà in vigore fino al 2015. Il rischio di un “tutti a casa” e della fine di qualsiasi politica sul clima è stato, almeno per il momento, scongiurato. Si è riusciti inoltre a definire la struttura e le modalità di gestione del fondo destinato a finanziare le azioni di riduzione delle emissioni e di adattamento ai mutamenti climatici nei paesi poveri (il Green Climate Fund), anche se manca qualunque certezza sui finanziamenti promessi (cento miliardi dollari entro il 2020).

Insomma, nel 2012 non ci sarà la fine del mondo, ma l’umanità ce la sta mettendo tutta per provocarla.

Mario Salomone

20 dicembre 2011

 

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