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Il cinema come strumento di educazione ambientale. Il “Green Cinema” spiegato da Gaetano Capizzi

| Redazione

Tempo di lettura: 18 minuti

Il cinema come strumento di educazione ambientale. Il “Green Cinema” spiegato da Gaetano Capizzi

Da “La foresta di smeraldo” del 1985 di John Boorman a oggi. Pubblichiamo l’intervento che Gaetano Capizzi (1960-2023) aveva fatto alla conferenza internazionale “Nature in Mind”. Il cinema ha anticipato, e oggi sta rispecchiando, preoccupazioni e angosce collettive di fronte a una lunga serie di disastri ambientali e al riscaldamento globale.

di Gaetano Capizzi

Gaetano Capizzi, scomparso il 24 ottobre 2023, aveva partecipato come relatore nella sessione “Educazione, infosfera, cultura di massa e natura” della conferenza internazionale “Nature in Mind”, organizzata dal Raggruppamento Biodiversità dell’Arma dei Carabinieri in collaborazione con WEEC Network. Anticipiamo qui in testo del suo intervento, in corso di pubblicazione degli atti della conferenza. Con Gaetano e gli altri relatori eravamo stati ricevuti in Vaticano da papa Francesco.

Gaetano Capizzi aveva anche tenuto una lezione sul cinema ambientale l’8 settembre 2021, nell’ambito della masterclass tenutasi presso la nostra sede nazionale di Torino “Glocal Eyes. Giovani guardiani del clima intorno a noi”. La lezione di Gaetano Capizzi sarà presto resa disponibile sul nostro canale YouTube WeecnetworkTV. (M.S.)

La consapevolezza che le drammatiche crisi ambientali siano conseguenza delle attività umane è un fatto relativamente recente ma di grande importanza.

Infatti, è solo del 1962 la pubblicazione di Silent Spring, il libro di Rachel Carson sulle conseguenze dell’uso dei pesticidi, che ha aperto le porte dell’ambientalismo moderno; la prima grande manifestazione ambientalista, la Giornata della Terra, che coinvolse venti milioni di americani, è del 1970; mentre la pubblicazione de I Limiti alla crescita (lo studio commissionato al Mit dal Club di Roma di Aurelio Peccei, che ha ribaltato l’idea positiva di sviluppo) è del 1972. Anche le grandi associazioni ambientaliste nascono tra gli anni ’70 e ’80.

Queste “giovani” tappe insieme, a una lunga serie di disastri ambientali, unita all’evidenza dei fenomeni legati al riscaldamento globale, hanno contribuito a diffondere in ampi settori della società la sensazione che il nostro pianeta sia in pericolo, provocando un enorme cambiamento culturale con cui tutti devono fare i conti.

Aumenta nei film il numero di messaggi ambientali

Il cinema ha anticipato, e oggi sta rispecchiando, queste preoccupazioni e angosce collettive.

Oltre a essere aumentato a dismisura il numero di messaggi ambientali nei film generici, si è andato formando un vero e proprio genere, il «cinema green», in cui la natura e l’ambiente non sono più solo lo sfondo dei drammi umani, ma diventano il soggetto centrale della narrazione.

Questa tendenza, oggi resa evidente dal moltiplicarsi del numero dei film, rassegne e festival specializzati, era stata identificata già nel 1990 da un servizio della rivista The Hollywood Reporter che scriveva di “cinema green” riferendosi a film come The Mosquito Coast del 1986 di Peter Weir e La foresta di smeraldo del 1985 di John Boorman.

Nel tempo il genere “green” si è evoluto, occupandosi non solo di ecologia ma anche di “ambiente”, cioè del mondo naturale influenzato dall’attività umana, diventando poi “ambientalista”, cioè prendendo posizione e sostenendo battaglie che riguardano la conservazione della natura, un diverso modello di sviluppo e la sfera della giustizia sociale.

Fiction

Sul versante della fiction la lista dei film del pantheon green è lunghissima, ne citiamo solo alcuni giusto per dare l’idea del livello di penetrazione del tema. Si può partire da lontano con due campioni di incassi al botteghino, entrambi su incidenti in centrali nucleari: Sindrome cinese (USA 1979) di James Bridges e Silkwood (USA 1983) di Mike Nichols, con Meryl Streep e Cher. Segue The Day After (USA 1983) di Nicholas Meyer sulle conseguenze della guerra atomica, film che sul network tv ABC fu visto da oltrecento milioni di spettatori. A Civil Action (USA 1998) di Steven Zaillian, un film di denuncia su un grave caso di inquinamento industriale, in cui John Travolta precede di poco Julia Roberts e il suo Erin Brockovich – Forte come la verità (USA 2000) di Steven Soderbergh, candidato ad una selva di Oscar.

Annunciato come il primo ecomovie sui cambiamenti climatici, The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo (USA 2004) di Roland Emmerich, divenne la bandiera assunta dai democratici americani per denunciare l’ostilità dell’amministrazione Bush nei confronti dei problemi ambientali e in modo particolare per la mancata ratifica del protocollo di Kyoto. Il film arrivò a incassare oltre 500 milioni di dollari. Durante le riprese si verificarono eventi atmosferici così inquietanti da fare affermare al regista: «Se non ci sbrighiamo a terminare il lavoro, invece di un film dovremo girare un documentario».

Avatar: una denuncia senza mezzi termini dello sfruttamento delle risorse naturali e dello sterminio dei popoli indigeni

Campione d’incassi di tutti i tempi, con tre miliardi di dollari, l’ecofantasy Avatar (USA 2009) di James Cameron, pur se ambientato in un altro pianeta, denuncia senza mezzi termini lo sfruttamento delle risorse naturali e lo sterminio dei popoli indigeni. Il regista, convinto ambientalista, dopo il successo del film, ha sostenuto la lotta di tredici tribù amazzoniche contro la costruzione di una diga faraonica su uno dei principali affluenti del Rio delle Amazzoni, diga che avrebbe costretto gli indigeni a evacuare le loro terre. Cameron ha dichiarato al New York Times che “La diga è il miglior esempio di ciò che abbiamo tentato di raccontare in Avatar: la civiltà tecnologica che minaccia culture e popolazioni che vivono nel mondo naturale. Il mondo civilizzato che si spinge nella foresta e distrugge una civiltà”.

In questa short list di blockbuster ambientalisti ci fa piacere inserire Promised Land (USA 2012) di Gus Van Sant con Matt Damon sullo sfruttamento criminale delle risorse naturali, Captain Fantastic (Usa 2016) di Matt Ross in cui Viggo Mortensen festeggia con i suoi bambini, come fosse Natale, il 7 dicembre, data di nascita del filosofo antisistema Noam Chomsky. Fino ai recenti Cattive acque (Usa 2019) di Todd Haynes con Mark Ruffalo sullo scandalo del teflon e Don’t Look Up, (USA 2021) di Adam McKay con Leonardo di Caprio e Jennifer Lawrence. Per partecipare al film, Leonardo DiCaprio ha percepito un compenso di 30 milioni di dollari, mentre Jennifer Lawrence ha ricevuto un cachet di 25 milioni di dollari.

Cartoon

Anche l’universo del cartoon ha assunto in modo deciso le tematiche ambientali.

Citiamo solamente Moster & Co. (USA 2001) di Peter Docter sull’energia, La gang del bosco (USA 2006) di Tim Johnsone e Karey Kirkpatrick su consumismo e sovralimentazione, Happy Feet (USA 2006) di George Miller sui cambiamenti climatici, Galline in fuga (Regno Unito 2009) di Peter Lord e Nick Park sugli allevamenti intensivi, tutto il cinema di Hayao Miyazaki sull’armonia e il ritorno alla natura, Wall-E (USA 2008) di Andrew Stanton, su un pianeta invaso dai rifiuti, Piovono polpette (USA 2009) di Phil Lord e Christopher Miller sullo spreco alimentare.

Cinema del disastro

La preoccupazione per lo stato del pianeta ha coinvolto anche il cosiddetto “cinema del disastro” che è la “versione adulta, verosimile e ragionevole del film di fantascienza”.

Nel cinema catastrofico le calamità sono sempre meno naturali e sempre più di origine storico-sociale: incidenti atomici, esperimenti militari, gas sfuggiti dai laboratori e incontrollato sviluppo industriale. Spesso la catastrofe è già avvenuta e il film si fa carico di rappresentarne le conseguenze.

Pensiamo ad esempio a The Day After Tomorrow, Waterworld (USA 1995) di Kevin Reynolds, 28 giorni dopo (Regno Unito 2002) di Danny Boyle che ha firmato anche 28 settimane dopo (Regno Unito 2007), e a tutta la serie di Mad Max fino a Dune (USA 2021) di Denis Villeneuve.

Produttori

Le grandi case di produzione sanno ormai che il genere green ha un pubblico e non lesinano a finanziare film in cui l’ambiente ha un ruolo primario. Jeff Skoll, imprenditore al passo con i tempi, già fondatore di eBay, ha dato vita alla Partecipant Production, che in questi anni ha prodotto una serie di film ambientali con grandi ritorni economici come Syriana di Stephen Gaghan con George Clooney, Una scomoda verità (USA 2006) di Davis Guggenheim, con Al Gore, Fast Food Nation (Usa 2006) di Richard Linklater sull’allevamento intensivo, Food Inc. (Usa 2008) di Robert Kenner, film candidato all’Oscar, The Cove (USA 2009) di Louie Psihoyos, vincitore di un premio Oscar e il già citato Promised Land.

Star System

Il contributo di Hollywood alla salvaguardia del pianeta coinvolge anche lo star system che sta mostrando grande impegno a favore dell’ambiente; attori e attrici strapagati invece di godersi egoisticamente i frutti del loro successo si danno da fare per il pianeta.

Alcuni sostengono che sia facile essere ambientalisti dall’alto di una montagna di dollari e che per certe star si tratta solo di un impegno di facciata. Sicuramente c’è del vero, ma ricordiamoci che alcuni anni fa era cool guidare dei grossi fuoristrada e sfoggiare diamanti provenienti da dubbie miniere. L’impegno delle star a favore del pianeta è sicuramente un segno dei tempi.

Il fatto che Leonardo DiCaprio, un attore hollywoodiano, sia diventato un’icona nel mondo ambientalista ha sancito l’importanza del cinema nel creare consapevolezza ambientale.

Un lungo elenco di star

Madonna da qualche anno si dimostra particolarmente sensibile ai problemi dell’ambiente e partecipa a molte iniziative, tanto da guadagnarsi la copertina del prestigioso Vanity Fair in un numero speciale sull’ecologia. L’elenco delle star non finisce qui. La sirenetta a Manhattan Daryl Hannah affianca al suo lavoro di attrice la militanza ambientalista, il natural born killer Woody Harrelson lotta contro gli ogm, Matt Damon ha fondato l’ong Water.org per favorire l’accesso all’acqua pulita in Africa. Ed Norton ha sfruttato la sua fama per dar vita al programma “Solar Neighbors” che si occupa di portare pannelli solari nelle case delle famiglie povere di Los Angeles. George Clooney, già interprete di Syriana, film critico sul bussiness del petrolio, guida un’auto elettrica e ha lanciato la campagna “Oil Change” contro la dipendenza statunitense dal petrolio. Brad Pitt ha azzerato l’impatto ambientale di case e trasporti privati, ed è anche un appassionato di architettura eco-sostenibile. Julia Roberts è portavoce del gruppo ambientalista “Biocarburanti per la Terra” e, come Tom Hanks, non perde occasione, in ogni sua apparizione pubblica e televisiva di affrontare le tematiche ambientaliste. Robert Redford è tra gli attori più attivi nella lotta al riscaldamento globale, in cui si impegna, oltre che con la propria immagine con un intelligente attivismo. Cameron Diaz, ha collaborato con Al Gore nella sua campagna contro il riscaldamento globale impegnandosi in prima persona in Live Earth, lo show planetario contro il riscaldamento climatico.

Documentari

L’onda verde ha investito fortemente il “cinema del reale”, in un momento di trasformazione estetica e teorica, concretizzata in una sorta di tendenza “fluid gender” del cinema contemporaneo, in cui i confini tra fiction e non fiction si fanno sempre più sfumati.

Una svolta fondamentale è stata segnata da Una scomoda verità del 2006 di Davis Guggenheim, con protagonista Al Gore, che ha avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica: ha reso visibile e comprensibile il problema del riscaldamento globale, si è assestato nella top ten degli incassi di tutti i tempi nella categoria documentari, ha vinto due Oscar e ha contribuito in modo determinante all’assegnazione del Nobel ad Al Gore. In Inghilterra è stato addirittura distribuito nelle scuole insieme ai libri di testo. Un documentario sui cambiamenti climatici ha quindi cambiato il clima intorno al documentario green, facendolo passare da genere di nicchia a fenomeno popolare.

Nei credits il nome del produttore ha iniziato a differenziarsi da quello del regista, segno che le case di produzione cominciavano a investire in questo filone. I documentari militanti si sono trasformati in film d’autore, le produzioni sono diventate meno asfittiche, il lavoro di ricerca più preciso, il risultato finale più coinvolgente.

Con il successo del film con Al Gore è cominciato il gold rush del cinema green.

L’impegno di DiCaprio

Leonardo DiCaprio ha prodotto e narrato The 11th Hour – L’undicesima ora del 2007di Nadia e Leila Conners, usando solo energia rinnovabile. Nel film l’incombenza di lanciare l’allarme per il pianeta è affidata a più cinquanta personalità: ecologisti, architetti, psicologi, scienziati, tra cui Michail Gorbaciov, Stephen Hawking e R. James Woolsey, l’ex capo della Cia.

L’impegno di DiCaprio è proseguito nel 2016, anno in cui ha prodotto e interpretato il documentario Before the Flood, diretto da Fisher Stevens, trasmesso da National Geographic in 171 paesi, ed è continuato nel 2019 con Ice on Fire, un viaggio alla scoperta di soluzioni per ridurre le emissioni di CO2 e rallentare l’aumento delle temperature.

Il filone del “climate change” ha iniziato ad affollarsi: nel 2006 Linus Torell, Michael Stenberg e Johan Soderberg, hanno realizzato The Planet che si inserisce in una sorta di new wave del documentarismo svedese, mentre l’inglese Franny Amstrong ha firmato il docudramma The Age of Stupid interpretato dal compianto Pete Postlethwaite e il canadese Micheal Taylor The Great Warming narrato da Keanu Reeves e Alanis Morrisette.

Il riscaldamento globale documentato dalle immagini

Nel 2009 l’olandese Gertjan Zwanikken ha realizzato Meat the Truth che ha anticipato il più conosciuto Cowspiracy: The Sustainability Secret realizzato negli USA nel 2014 da Kip Andersen e Keegan Kuhn.

Nel 2012 il giovane Jeff Orlowski con Chasing Ice ha illustrato l’impresa del fotografo naturalista James Balog, che al Polo Nord ha cercato immagini che mostrassero in modo lampante i danni provocati dal riscaldamento globale. Il risultato, oltre al film in cui Scarlett Johansson ha cantato Before My Time, è stato un reportage tra i più letti nella storia della rivista, ma anche l’avvio dell’Extreme Ice Survey, importante progetto fotografico sui ghiacciai.

Nel 2018 Balog, che ormai dedicava il suo lavoro solo ai cambiamenti climatici, ha prodotto e interpretato The Human Element di Matthew Testa in cui i quattro elementi della natura sono sconvolti dall’intervento dell’uomo. ThuleTuvalu del 2014 di Matthias von Gunten ha illustrato le conseguenze del “climate change” in due luoghi geograficamente lontanissimi: Thule nell’artico e Tuvalu in entrambi devastati, mentre Anote’s Ark 2018, di Matthieu Rytz ci ha condotto a fianco di Anote Tong, ex presidente dell’aricpelago di Kiribati, sommerso dall’innalzamento dell’oceano, che continua a cercare di fare riconoscere alle istituzioni mondiali un nuovo status giuridico: quello di profugo ambientale.

I temi della siccità e della deforestazione

Sono focalizzati sui temi della siccità e della deforestazione Thank you for the Rain del 2017 realizzato da Julia Dahr, regista danese inserita da Forbes tra gli under 30 di maggiore influenza nel mondo dei media, e Kisilu Musya, contadino africano a cui Julia ha affidato le macchine da presa perchè ritraesse se stesso la propria famiglia alle prese con la siccità. Nel 2019 The Great Green Wall, grazie alla cantante e attivista maliana Inna Modja, ci ha condotto alla scoperta del più grande progetto panafricano contro la desertificazione. Il suo regista, l’americano Jared P. Scott, si era fatto notare nel 2016 con The Age of Consequences, un’indagine che, attraverso fonti dell’agenzia statunitense per la sicurezza nazionale, interviste ad alti graduati dell’esercito e a veterani di guerra, ci dimostra come l’instabilità ambientale, dovuta ai cambiamenti climatici, sia stata determinante nella guerra in Siria, nei disordini sociali scaturiti dalle Primavere arabe e nell’ascesa e nel consolidarsi dell’ISIS.

Un’intensa e commovente biografia

Nel 2015 il francese Luc Jacquet ha girato La Glace et le Ciel, un’intensa e commovente biografia dello scienziato Claude Lorius, che aveva scoperto la relazione tra livelli di CO2 e temperatura terrestre analizzando le bolle d’aria imprigionate nel ghiaccio antico. Studiando quell’aria oggi riusciamo a determinare con esattezza i livelli di CO2 del passato. Il film è stato sapientemente realizzato con i footage di alta qualità delle innumerevoli spedizioni scientifiche di Lorius. Di Jacquet è anche il famosissimo La marcia dei pinguini del 2006: vincitore di Oscar, campione di incassi e di innumerevoli altri premi il film, è diventato un punto di riferimento del cinema naturalistico innovandone gli stilemi. Da segnalare che la passione antartica di Jacquet è nata dall’esperienza di assistente alla regia nel notevole Der Kongress der Pinguine dle 1993, dello svizzero Hans-Ulrich Schlumpf.

I grandi incendi

Nel 2020 Ron Howard ha realizzato Rebuilding Paradise un impressionante documentario sui “big fire”, i grandi incendi dovuti al riscaldamento climatico, mentre nel 2021 il francese Yann Arthus-Bertrand è tornato ad affascinare gli spettatori con Legacy – Notre Heritage, un ammonimento alla nostra generazione che non ha saputo fermare lo sfruttamento delle fonti fossili, un appello disperato per la decarbonizzazione immediata della nostra società. Arthus-Bertrand ha dedicato la sua intera opera alla documentazione dei problemi ecologici. Grande fotografo, celebre per le sue vedute aeree, è passato al cinema nel 2004 con La terre vue du ciel, diretto da Renaud Delourme, per poi affermarsi a livello planetario nel 2009 con Home, di cui ha curato la regia, prodotto da Luc Besson e realizzato con riprese in oltre cinquanta paesi nel mondo. Così come Legacy, anche Home ha avuto una distribuzione internazionale in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente (WED) dell’ONU.

Le guerre per le risorse di moltiplicheranno

Un tema molto trattato nel cinema “ambientalista” è quello delle risorse energetiche.

Il grido d’allarme sull’esaurimento del petrolio è stato lanciato in modo molto efficace dallo svizzero A Crude Awakening – The Oil Crash del 2006, di Basil Gelpke e Ray McCormack, tra gli ecodocumentari più sconvolgenti. L’energia prodotta da un barile di greggio equivale al lavoro di dodici persone per un anno e alla fonte costa solo un dollaro. Si tratta un’energia quasi gratuita. Nel 1970 oltre la metà del pianeta non usava petrolio, oggi a farne a meno sono rimaste due o tre isole del Pacifico.

È un bene fantastico, ma purtroppo non è non rinnovabile e destinatato all’esaurimento. Nei prossimi decenni si raggiungerà il «picco di Hubbert», cioè la domanda supererà l’offerta e niente sarà come prima. In futuro solo lo 0,1 per cento della popolazione potrà guidare un’automobile o prendere un aereo. È prevedibile un’altra grande depressione, questa volta non dovuta a ragioni finanziarie, ma naturali. Si moltiplicheranno le guerre per le risorse che saranno multigenerazionali.

Il limiti alla crescita sul grande schermo

Scenari simili a quelli proposti dai vari Mad Max, Waterworld, Dune, Avatar, peraltro già anticipati nel citato rapporto I Limiti alla crescita e riportati al pubblico dal bel documentario italiano Last Call del 2013 di Enrico Cerasuolo, dove intervengono gli scienziati che hanno realizzato quello studio, ancora viventi. Il film, ispirato da Luca Mercalli e vincitore del Festival Cinemambiente, è stato ospitato in un numero impressionante di festival.

Altri danni provocati dall’economia del petrolio sono lo sfruttamento delle popolazioni e l’inquinamento. In un’ipotetica classifica dei disastri causati dalla rapacità dell’uomo, la tragedia del Delta del Niger figurerebbe sicuramente ai primi posti. Qui le connessioni tra multinazionali del petrolio, potere politico, violazione dei diritti umani, guerriglia, fame e distruzione ambientale, sono di un’evidenza imbarazzante. Questo è lo scenario di Delta Oil’s Dirty Business del 2006, film che cercato di indagare le cause della povertà, del disastro ecologico della regione, opera del greco Yorgos Avgeropoulos.

Inquietanti interrogativi sul nucleare

Sempre sul filone energetico, il neozelandese Justin Pemberton ha realizzato nel 2007 The Nuclear Come Back, su luci e ombre della corrente di pensiero che prima di Fukushima indicava nella scissione dell’atomo una possibile soluzione ai problemi del riscaldamento globale. Il tedesco Carl-A. Fechner nel 2009 con The 4th Revolution – Energy Autonomy, seguendo lo sviluppo di una serie di progetti realizzati in vari paesi, ci ha introdotti nella quarta rivoluzione industriale, in cui si produce solo energia rinnovabile.

Nel 2010 il danese Michael Madsen ha realizzato Into Enernity sul deposito di Onkalo in Finlandia, destinato a contenere scorie nucleari per millenni. Il film, più che dare risposte, pone inquietanti interrogativi. Come comunicheremo ai futuri abitanti del pianeta che quel luogo è pericoloso e che non bisogna “aprire quella porta”?

In tono più leggero ma non meno inquietante The Babuskas of Chernobyl del 2015, di Anne Bogart e Holly Morris, racconta vita delle anziane “babuskas” che hanno scelto di rimanere a vivere nell’area contaminata della centrale.

Il cibo, tra fame e spreco

Passando al tema dell’alimentazione, nel 2004 Morgan Spurlock in Super Size Me filmato se stesso in un esperimento: si è nutrito per un mese oltanto di hamburger e patatine mostrando alla fine le proprie disastrose analisi cliniche. Unser täglich Brot del 2005 dell’austriaco Nikolaus Geyrhalter, tra fascinazione e orrore, senza parlato, solo col commento sonoro di nastri trasportatori e di macchine gigantesche ci ha mostrato i luoghi surreali della produzione industriale del cibo.

Negli anni successivi Geyrhalter si è confermato regista rigoroso e visionario con Homo Sapiens del 2016, film sulla fragilità dell’esistenza umana, sul suo significato e sulla fine dell’era industriale e con Earth, del 2019 trasformazione del paesaggio dovuto ai miliardi di tonnellate di terreno mosso ogni giorno con pale, escavatori, dinamite.

Sul tema della produzione del cibo sono di grande interesse anche Food Inc. (2008) di Robert Kenner, candidato all’Oscar, che ha svelato ciò che accade e ci viene tenuto nascosto nelle grandi industrie alimentari; We Feed the World del 2005 di Erwin Wagenhofer, ci ha spiegato perché un pomodoro non ha più gusto, perché duecento milioni di persone soffrono di malnutrizione in India, il paese che fornisce alla Svizzera l’ottanta per cento del proprio fabbisogno di grano.

Sempre sulla questione del cibo, il documentario Taste the Waste, del 2011, di Valentin Thurn, ha documentato come l’Occidente sprechi quasi la metà degli alimenti prima che arrivino nei supermercati. Europa e Nordamerica buttano via una quantità di cibo tre volte superiore a quella che servirebbe per nutrire tutti gli affamati del mondo. Lo svedese Leftovers (2009) di Michael Canavagh e Kerstin Ubelacker, ci ha mostrato un gruppo di ragazzi che praticano il “dumpsters diving”, cioè il recupero di alimenti dalla spazzatura come forma di nuova resistenza alle logiche del consumo e dello spreco.

Modelli per un mondo con dieci miliardi di umani

Il tema dello spreco è affrontato con toni più leggeri nel 2014 da Just Eat It – A Food Waste story, del canadese Grant Baldwin, in cui i coniugi Baldwin hanno deciso di nutrirsi solo di cibo recuperato. In breve tempo sono stati in grado di sfamare amici e vicini di casa.

Valentin Thurne è tornato su questo tema nel 2015 con 10 Billion – What’s on Your Plate? Quale modello di produzione sarà in grado di sfamare una popolazione mondiale di dieci miliardi? Si è interrogato sul cibo del futuro nel 2015 anche Bugs, del danese Andreas Johnsen: gli insetti sono stati indicati dalle Nazioni Unite come risorsa fondamentale per combattere la fame già prima che gli chef ne elogiassero il gusto, gli ambientalisti il basso impatto ecologico, i nutrizionisti il loro alto valore nutritivo.

Inchieste sconvolgenti sul mondo marino

Continuamo la nostra ricognizione dei vari aspetti del tema ambientale.

I problemi del mare sono al centro di The End of the Line di Rupert Murray, un documentario inglese del 2009 che ha indicato nel 2048 l’anno dell’esaurimento delle risorse ittiche. Il film trasmesso in prima serata dalla Bbc ha suscitato un dibattito internazionale e anticipato di oltre dieci anni Seapiracy di Ali Tabrizi produzione Netflix di grande successo. La pesca industriale è destinata a causare l’esaurimento dei cosiddetti “stock ittici”, cioè l’estinzione dei pesci, esseri viventi già oggi vittime delle micidiali microplastiche, come è denuciato dal francese Vincent Perazio in Océans, le Mystère plastique del 2016.

Nel 2010 l’Oscar per i documentari è stato assegnato a una coinvolgente ecoinchiesta americana, sostenuta da Steven Spielberg e George Lucas, The Cove – La baia dove mouiono i delfini (2009) di Louie Psihoyos, sulla strage illegale dei delfini in Giappone. Il protagonista è Richard O’Barry che ai delfini ha dedicato la vita. Il film doveva essere programmato nelle sale cinematografiche giapponesi, ma l’uscita è stata impedita dalla potente corporazione dei pescatori di delfini e dalle minacce all’integrità dello stesso O’Barry.

Lager per animali

Nel 2013 Gabriela Cowperthwaite ha realizzato Blackfish su un’orca di oltre cinque tonnellate che viveva in cattività tra le attrazioni del SeaWorld di Orlando in Florida, diventata celebre per i numerosi incidenti mortali. Il film invitava a boicottare gli affari milionari dei parchi marini, divertenti per gli umani ma veri lager per gli animali.

Di tutt’altro tono è l’affascinante My Octopus Teacher del 2020, di Pippa Ehrlich e James Reed, prodotto da Netflix e vincitore dell’Oscar che ha raccontato l’amicizia che si è stabilita nel corso di un anno tra il filmmaker Craig Foster, il protagonista e un polpo selvatico in una foresta di alghe in Sudafrica.

In tema marino, ma con un approccio filosofico e contemplativo troviamo i lavori degli antropologi Alexander e Nicole Gratovsky: Intraterrestrial. A Fleeting Contact, del 2017 in cui delfini e balene vengono rappresentati come la coscienza più antica del Pianeta. Le loro capacità e stili di vita racchiudono informazioni di enorme importanza per l’umanità. Revelation of Jonah, del 2020, prendendo ispirazione dal Libro di Giona ci accompagna in una presa di coscienza profonda sul chi siamo davvero.

Privatizzazione dell’acqua

Sull’acqua dolce e sulle mire dei progetti riguardo alla sua privatizzazione, l’autore del già citato Delta Oil’s Dirty Bussiness, Yorgos Avgeropoulos, ha realizzato nel 2009 Life for Sale, che partendo dalla realtà del Cile, dove la privatizzazione dell’acqua è in corso già da molti anni, dimostra come un bene primario, libero e fondamentale, diventi un lusso che non tutti si possono permettere. Comprare un fiume o una fonte d’acqua è semplicissimo: basta mettere i soldi sul tavolo e compilare gli appositi moduli messi a disposizione dall’ufficio vendite.

One Water del 2008 di Sanjeev Chatterjee e Ali Habashi ha portato sullo schermo la magia del rapporto uomo e acqua, fonte di vita e di purificazione spirituale, a volte motivo di contagio e di morte, troppo spesso nelle mani di pochi, sollevando un inquietante interrogativo: cosa stiamo facendo perché questo bene arrivi anche alle generazioni future? Su questo tema è doveroso segnalare Aquarela di Victor Kossakovsky del 2018: un viaggio cinematografico nella bellezza e la pura potenza dell’acqua. Filmato a 96 fotogrammi al secondo, il documentario vuole essere un monito per gli uomini che non potranno mai fronteggiare la volontà mutevole dell’acqua che li sovrasta.

L’enorme quantità di immondizia

Yann Arthus-Bertrand nel 2012 con La soif du monde ha trattato in modo spettacolare la difficoltà di accesso all’acqua potabile in grandi zone del pianeta e la sua cattiva gestione nei paesi più ricchi, mentre il marocchino Nadir Bouhmouch, nel 2019 con Amussu ha indagato sul progressivo esaurimento delle falde acquifere fossili e l’attrice/regista Aïssa Maïga, nel 2021 con Marcher sur l’Eau, presentato con successo al Festival di Cannes, ha narrato la lotta di una comunità del Niger, tra le più colpite dal riscaldamento globale, che è riuscita a cambiare il proprio destino di emigrazione forzata con lo scavo e la gestione di un pozzo.

Altro tema ampiamente presente è quello della produzione dei rifiuti. Il canadese Andrew Nisker con Garbage! The Revolution Starts at Home nel 2007, ha raccontato l’esperienza di una famiglia che, stivando i propri rifiuti in garage, ha preso coscienza dell’enorme quantità di immondizia prodotta, inaugurando un filone che potremmo definire di “ecologia domestica”, che spinge a riflettere sui comportamenti privati. Sempre Nisker, in Chemerical – Redefining Clean for a New Generation, del 2009, ci fatto conoscere la famiglia Goode che ha cercato di eliminare dalla propria esistenza per tre mesi qualsiasi derivato chimico.

Regole di una vita a basso impatto ambientale

Si inseriscono in questa scia il divertente Recipes for Disaster, del 2008 dell’anglofinlandese John Webster, che ha cercato con moglie e figli di vivere un anno senza usare la plastica e No Impact Man, del 2009 dell’americano Colin Beavan, la cui famiglia ci ha dettato le regole di una vita a basso impatto ambientale. Il documentario è diventato un caso mediatico e ha dato vita a un vero e proprio movimento che si basa sulle regole della No Impact Week: un’azione al giorno per rendere migliore il pianeta.

God’s Children del 2002 di Hiroshi Shinomiya, ci ha portato nella discarica di Manila in cui, sotto gli smottamenti conseguenti alle piogge torrenziali del giugno del 2000, sono scomparse oltre mille persone. Nel 2004 Marcos Prado realizza Estamira, su una donna, figura epica che ha vissuto nella discarica di Rio de Janeiro in cui nel 2011 Lucy Walker ha realizzato, insieme all’artista brasiliano Vik Muniz, Waste Land, film finalista agli Oscar nel 2011.

Di grande interesse è Garbage Dreams del 2009 di Mai Iskander, su Il Cairo, che pur essendo la più grande città africana non ha il servizio pubblico di raccolta di rifiuti che è effettuatto dagli ortodossi copti dello slum di Zaballeen.

Trashed di Candida Brady, del 2012 vede Jeremy Irons, narratore/protagonista del film prendere posizione in modo radicale contro la produzione di rifiuti.

Apporti innovativi e lotta alle lobby

Un apporto innovativo al tema degli scarti è dato da due film della regista ispano-tedesca Cosima Dannoritzer: in The E-Waste Tragedy del 2014 ha affrontato il problema dei cinquanta milioni di tonnellate di rifiuti elettronici prodotti ogni anno di cui il settantacinque per cento scompare dai circuiti di smaltimento, per finire in India, Cina o Africa; mentre con The Light Bulb Conspiracy del 2010 ci porta ci ha fatto conoscere la strategia inaugurata negli anni ’20 dal cartello delle lampadine che ha dato inizio alla famigerata filosofia dell’obsolescenza programmata.

Hanno trattato di mobilità sostenibile due film di notevole impatto: Who Killed the Electric Car? del 2006, di Chris Paine, un’inchiesta sul misterioso ritiro dal mercato della favolosa EV1 della General Motors e Bikes vs Cars, del 2015, dello svedese Fredrik Gertten sulle lobby automobilistiche che hanno impedito alle città di svilupparsi a misura di bicicletta.

In questa velocissima carrellata vanno segnalate le opere dell’austriaco Werner Boote, autore di Plastic Planet del 2009, sullo spropositato utilizzo della plastica; Population Boom che ha messo in discussione il concetto di sovrappopolazione e The Green Lie sul green washing.

Inviti all’azione

Ricordiamo anche quelle nate dalla collaborazione artistica tra il fotografo Edward Burtynsky e i registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier Manufactured Landscapes del 2006, Watermark del 2014 e Anthropocene: the Human Epoch del 2018 che sono testimoni dei segni irreversibili prodotti dall’attività umana sul pianeta.

Dallo sfruttamento delle risorse naturali ed energetiche, al “climate change”, al tema dell’alimentazione, produzione del cibo e spreco alimentare, dai problemi del mare dell’acqua dolce, dalla produzione dei rifiuti alla mobilità, ogni singolo aspetto del grande tema dell’ambiente è stato rappresentato sullo schermo da un cinema che incita alla presa di coscienza e all’azione: spesso nei siti ufficiali dei film c’è il link «take action» o addirittura nei titoli di coda vengono proposti decaloghi di buone prassi che suggeriscono cosa possa fare concretamente lo spettatore per risolvere un determinato problema ambientale, suggerimenti che vanno dal comprare o meno un certo prodotto fino a dare indicazione di voto per candidati ambientalisti.

Conclusioni

I film verdi e il fermento che li circonda, il grande riscontro di pubblico, il numero di film prodotti, la nascita di decine di festival specializzati, dimostrano la vitalità di un “cinema ambientalista” che incita alla presa di coscienza e all’azione: spesso nei siti ufficiali c’è il link “take action” o addirittura nei titoli di coda vengono proposti decaloghi di buone prassi che suggeriscono cosa lo spettatore può fare concretamente per risolvere un determinato problema ambientale.

Le generazioni future ci potranno rimproverare di avere lasciato loro in eredità un pianeta malato, non certo di non averne denunciato i problemi.

Gaetano Capizzi

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".eco", rivista fondata nel 1989, è la voce storica non profit dell'educazione ambientale italiana. Intorno ad essa via via si è formata una costellazione di attività e strumenti per costruire e diffondere cultura ecologica e sostenibilità.