Edgar Morin, il filosofo che ha individuato i limiti dei sistemi educativi, formativi e di ricerca
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Alla morte di Edgar Morin (scomparso il 29 maggio), per molti è stato naturale rivolgersi al suo grande amico italiano, Mauro Ceruti, massimo esponente nel nostro paese del pensiero della complessità, che con il filosofo francese ha avuto un lungo e fecondo sodalizio (tra i loro lavori comuni, La nostra Europa, pubblicato in Italia da Raffaello Cortina).
In dialogo con Roberto Della Seta sul Manifesto di domenica 31 maggio, Ceruti definisce Morin “Un uomo che aveva il sentimento poetico della vita e che non ha mai smesso, fino agli ultimi giorni, di meravigliarsi delle cose più quotidiane.”
Gli errori da superare
“L’ambivalenza del progresso della scienza, della tecnica, dell’industria; l’insufficienza dello sviluppo tecno-economico per lo sviluppo umano; il mercato incontrollato e accelerato della tecnoscienza; la crisi e ristagno delle democrazie…” sono, osserva Mauro Ceruti, tra le sfide che Morin (inventore del concetto di “policrisi”) ha aiutato a comprendere. “La tecnoscienza, trainata dalla logica del profitto, continua ad alimentare – commenta ancora Ceruti – l’illusione del controllo razionale del mondo, della natura, dell’avvenire, e ad alimentare l’immaginario di un progresso automatico e quantitativo.” A monte, c’è “la carenza di attitudine a cogliere i problemi fondamentali e globali conduce a errori di diagnosi, di intervento, a decisioni aberranti”, “frutto della frammentazione dei saperi e dell’iperspecializzazione delle conoscenze”.
In un ampio articolo nelle pagine culturali del Corriere della Sera, Mauro Ceruti ha tratteggiato la figura di un pensatore con molte radici: “ebraica sefardita, un po’ italiano e un po’ spagnolo, profondamente mediterraneo, europeo, cittadino del mondo, figlio della Terra-Patria.”
Svegliarsi e cambiare strada
Sentitosi europeo solo dai primi anni Settanta del Novecento, “negli ultimi tempi – ricorda Ceruti – confessava di avere perso fiducia nell’Europa, vedendola così disgregata, sottomessa alle forze tecnoburocratiche, inerme di fronte ai migranti e alle guerre”.
Edgar Morin ha avuto una vita lunga e piena (stava per compiere 105 anni), il cognome “Morin” è il nome di battaglia scelto durante la Resistenza (quello originale era Nahoum) e non c’è grande tema della storia del Novecento e del primo scorcio del XXI secolo che non abbia toccato e illuminato.

“Pochi giorni – racconta Mauro Ceruti – fa gli avevo chiesto: come vedi il futuro? Incerto, aveva risposto. E aveva aggiunto, riassumendo il nocciolo delle Lezioni da un secolo di vita (titolo del suo libro testamento): «L’avventura umana è arrivata a una gigantesca crisi, nella quale si gioca il nostro destino. La probabilità è a favore del peggio. Ma anche l’improbabile e l’imprevedibile sono possibili. Sembra che Thanatos debba essere il vincitore. Ma, qualunque cosa accada, la nostra vita può avere senso solo prendendo le parti di Eros».
Il suo accorato appello, conclude Ceruti, è stato: “Svegliamoci! Dobbiamo cambiare strada.”
L’ultimo libro di Mauro Ceruti, con Francesco Bellusci (Aboca, 2026) è Per una civiltà della Terra.
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