Bologna-Roma: un viaggio monocromatico

Prendere il treno da Bologna a Roma è come una lunga lezione di ecologia del paesaggio. Si parte dal capoluogo emiliano e, dopo una ventina di minuti attraverso il tessuto urbano periferico, il convoglio si tuffa nel paesaggio appenninico.

 

Rilievi non molto elevati dove abbondano boschi, prati e foreste, raramente si presentano alla vista campi coltivati o infrastrutture. Superata Firenze ci si avvia verso il fondovalle dell’Arno fino ad Arezzo, dal finestrino si possono scorgere in lontananza le colline toscane, il vero brand di questa regione famosa in tutto il pianeta per il suo paesaggio rurale.

E poi giù, fino a Chiusi-Chianciano terme, ancora colline e tinte verdastre, fino al fondovalle del Tevere e l’alta valle tiberina, attraversando l’Umbria fino a Orvieto, poi nel Lazio, a Orte, dove la geomorfologia diventa piatta e un po’ desolante, fino alle porte di Roma, preannunciata dall’acquedotto Traiano e successivamente dalla caotica urbanizzazione della prima periferia. Quando non si sonnecchia o si è alienati da aggeggi tecnologici è possibile assistere dal finestrino, indipendentemente dalla stagione, alla variabilità, alla transizione cromatica della natura.

Verde scuro e intenso e verde acqua, giallo paglia o acceso, marrone bruciato, grigi sfumati, la gamma di colori offerta dal paesaggio è sempre vasta. Ho preso quell’Intercity Roma-Bologna qualche giorno fa, ma qualcosa è cambiato. Spulciando oltre il vetro ho notato le ampie pozze d’acqua nei campi coltivati, segno della difficoltà dei terreni a drenare tutta l’acqua che il violento temporale della notte prima aveva scaricato sull’Italia centro-settentrionale.

La cosa, però, che ha catturato la mia attenzione era l’assenza di quell’excursus cromatico che aveva lasciato il posto a una oligocromia: colori predominanti erano diverse tonalità di giallo, quelle tipiche dell’arsura, della siccità, dei campi assetati, dei seminativi stremati e quasi al collasso. Un’oligocromia che caratterizzava tutto il paesaggio, dalla capitale alla città felsinea. Erano due mesi che non pioveva, la terra era martoriata e secca. Agosto 2011 è al 10° posto fra i più caldi degli ultimi 200 anni e la temperatura media nelle prime 2 settimane di settembre è stata superiore di circa 5 C°. Il danno non è stato solo visivo e a pagarne le conseguenze non è stato solo il territorio.

L’anticipo della maturazione delle castagne e della vendemmia, causato appunto dalle temperature eccezionalmente (o forse oramai regolarmente?) elevate, porterà a una riduzione fino al 50% del raccolto per le castagne e a una diminuzione della produzione dei vini del 10% circa (stimati quest’anno 42 milioni di ettolitri, a fronte di una produzione per il 2010 di circa 46,5 milioni di ettolitri). L’assenza delle piogge, inoltre, ha impedito quasi del tutto la crescita dei funghi. Il trend delle condizioni termiche degli ultimi anni ha fatto si che la frutticoltura di montagna e quella di pianura avessero gli stessi tempi. In realtà già le altissime temperature medie estive avevano provocato problemi di maturazione precoce per cocomeri, meloni, insalate, finocchi, porri, etc.

A poco serviranno le precipitazioni di questi giorni, anzi il passaggio brusco da temperature sahariane a quelle tipiche di pieno autunno non fanno altro che danneggiare ulteriormente le colture, non particolarmente avvezze a cambi repentini di regime climatico, e la mancanza di transizione tra i due regimi di temperatura incide negativamente sulle fasi vegetative della pianta. È stato un evento climatico episodico, o addirittura eccezionale, o va analizzato nel contesto di un intervallo temporale sufficientemente lungo da poter stabilire una qualche tendenza delle temperature e delle precipitazioni? Il 2009 si posizionò al quinto posto tra i più caldi degli ultimi due secoli in Italia, mentre il 2010 ha presentato una anomalia positiva, cioè una maggior temperatura, di 1,15°C rispetto alla media del periodo assunto come riferimento, quello tra 1961 e 1990. La top ten degli anni più caldi degli ultimi due secoli è la seguente: 2003, 2001, 2007, 1994, 2009, 2000, 2008, 1990, 1998, 1997.

Bisogna aggiungere altro? Vorrei fare alcune considerazioni sull’informazione ambientale che viene svolta dai media e dalle istituzioni pubbliche su un argomento così cruciale per il futuro della nostra comunità quale il cambio climatico. Questa è stata finora caratterizzata da un alternarsi di ingiustificato catastrofismo, di quelli che induce a sentirsi impotenti di fronte al cataclisma preannunciato, e da un altrettanto grave pressapochismo, figlio della fiducia cieca nelle immense capacità della tecnologia di porre rimedio a qualsiasi situazione negativa, seppur si tratti di un problema di cosi vaste proporzioni come questo del cambio climatico.

Un altro limite, a mio parere, dell’informazione ambientale e la mancata contestualizzazione del problema ai giorni nostri: è del tutto inutile, ai fini di una necessaria sensibilizzazione, presentare al cittadino un problema che si presenterà in tutta la sua gravità tra qualche decennio; il mantra più diffuso è ‘Se non ci si attiva subito entro il 2050 le temperature potrebbero essere maggiori di quelle attuali fino a 3 gradi °C’. Dovrebbe, invece, passare il messaggio che l’emergenza climatica e le sue conseguenze sono già presenti con il loro drammatico impatto, per cui bisogna attivarsi subito sia come individui che come società civile per porvi rimedio, per garantire a noi stessi un presente decente e un futuro per quelli che verranno scevro del degrado ambientale nel quale versiamo già ai giorni nostri.

L’avvisaglia di questa estate è un richiamo, un monito ad agire, ora, senza perdersi in congetture tecnico-scientifiche sulle cause del riscaldamento climatico, su quanto abbia pesato l’essere umano nell’incrementarlo. L’arrivo di qualche giorno di pioggia, o di qualche settimana particolarmente fredda non deve spostare il focus dal trend generale, che dice che l’emergenza è dei giorni nostri, la siccità e la desertificazione delle zone costiere mediterranee è in atto da qualche decenni. Quello a cui andiamo incontro non è la riduzione dei raccolti della castagna ma un impatto devastante sugli ecosistemi, sulle falde idriche, sulla vita stessa dell’essere umano.

Se non si vuole credere agli allarmi lanciati dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite – l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale – si provi a raccogliere informazioni sullo stato delle falde freatiche che alimentano la propria comunità oppure, più semplicemente, si provi a osservare il paesaggio e i suoi colori fuori dal finestrino di un treno o della propria auto.

Umberto Mezzacapo

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