Dimmi quale tonno mangi e ti dirò che consumatore sei

Lo sapevate che i tonni in scatola non sono tutti uguali? Che l‘industria del tonno in Italia non può essere definita sostenibile, in quanto utilizza dei metodi di pesca che danneggiano l’ecosistema marino e che ogni anno provocano la morte, per cattura accidentale, di migliaia di squali, tartarughe marine, tonni non ancora maturi e tante altre specie?

Eppure è proprio così.

L’Italia, tra i più grandi produttori di tonno in scatola al mondo e il secondo in Europa, utilizza ancora metodi di pesca distruttivi come i palamiti e le reti a circuizione con sistemi di aggregazione per pesci (FAD). Per questo motivo, Greenpeace (associazione non violenta, nata nel 1971, che utilizza azioni dirette per denunciare in maniera creativa i problemi ambientali e promuovere soluzioni per un futuro verde e di pace) ha pubblicato una classifica dei produttori di tonno più sostenibili, in modo da rendere più consapevole il consumatore del fatto che acquistando una marca di tonno piuttosto che un’altra, stia contribuendo indirettamente a questa distruzione.
Sul sito è possibile scaricare le schede tonno delle maggiori aziende italiane, per capire quali sono le loro politiche di acquisto, di pesca e stock del prodotto.
Per ottenere queste informazioni sono stati inviati dei questionari alle aziende e, sulla base delle loro risposte, è stata creata una tonno-classifica: ai primi posti svettano Coop, ASdoMar e Mare Blu, le uniche ad aver adottato una politica scritta per l’approvvigionamento sostenibile.

Vediamo nel dettaglio le tecniche distruttive utilizzate ancora oggi  per la pesca del tonno.
I FAD – Fish aggregation devices- sono dei sistemi di aggregazione dei pesci, che utilizzano dei galleggianti per attirare i tonni e poi prelevarli con ampie reti conosciute come reti a circuizione (purse seins). Ma quando si tirano su le reti, i tonni non sono gli unici animali ad essere stati catturati: insieme a loro si trovano piccoli squalitartarughe marine ed altre specie, la cosidetta pesca accessoria che, da uno studio scientifico, risulta essere pari a 100.000 tonnellate all’ anno di fauna marina pescata “per sbaglio”. 
Inoltre la cattura ed uccisione di esemplari di tonno non ancora maturi, oltre ad essere un danno ambientale provoca anche un impoverimento degli stock (ovvero delle riserve biologiche). E non finisce qui: altri problemi legati ai FAD sono l’alterazione del ciclo biologico dei tonni e il loro allontanamento dalle rotte migratorie con notevoli danni su tutto l’ecosistema marino.

Arriviamo ai palamiti, altra metodologia di pesca. Sono lenze lunghe fino a 100 chilometri, alle quali sono attaccate un gran numero di lenze più corte, fino a 3.000, che terminano con un amo: sono molte le specie accessorie che trovano la morte in queste lenze.
Tempo fa l’attenzione fu puntata sul problema della cattura dei delfini, risolto dalla stragrande maggioranza delle aziende che attualmente immettono sul mercato tonno unicamente “dolphin safe” (amico dei delfini). Questo è un certificato dall’Earth Island Institute (EII), una delle organizzazioni pioniere nella certificazione “dophin safe” che ha contribuito in modo decisivo a risolvere il problema della strage di delfini nell’Oceano Pacifico Centro-Orientale causata dalla pesca al tonno.
Ma questo non basta.
I consumatori devono essere a conoscenza delle conseguenze che la pesca del tonno in scatola, che arriverà sulle loro tavole, provoca sull’intero ecosistema marino. Solo allora le aziende, se non vorranno essere escluse dal mercato, dovranno adeguarsi.
“È necessario cambiare il modo in cui la pesca al tonno viene gestita e introdurre modifiche sostanziali nei metodi di pesca utilizzati se vogliamo davvero proteggere l’ecosistema marino e garantire che risorse come il tonno non si esauriscano. Le decisioni dei produttori di tonno in scatola e della grande distribuzione organizzata nel nostro Paese possono davvero trasformare questo mercato, facendo crescere la domanda per un tonno pescato in maniera equa e sostenibile.” (Report Tonno Greenpeace)
Per informazioni:


6 marzo 2010

 

eco 2

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