E se si scoprisse che l’ambiente è più appassionante della finale dei mondiali di calcio?

Luca Mercalli su Rai 3 fa scoprire in modo chiaro e avvincente quanto scientificamente inoppugnabile i “gradi” della crisi del pianeta e le vie per uscirne

di Pierluigi Cavalchini

 

Molti se ne sono accorti e, data la concomitanza di due fattori favorevoli – il giorno e l’ora –, non hanno potuto fare a meno di confrontarsi con quanto veniva proposto, almeno provando a farsi qualche domanda…

Faccio riferimento al programma ideato, costruito e condotto passo passo da un’autorità indiscussa nella protezione/informazione ambientale come Luca Mercalli (tutti i sabati su Rai Tre dalle 21.30 alle 23.30). Il suo “ScalaMercalli” si è attestato su sicuri livelli al di sopra di altri programmi a carattere scientifico-divulgativo dall’impatto molto inferiore.

Ma andiamo per ordine.

Il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana e volto della TV, ci racconta, in questi venerdì di approfondimento, i “gradi” della crisi ambientale e la via della sostenibilità.

Viviamo in un mondo popolato da oltre sette miliardi di esseri umani, sempre più complesso e vulnerabile. Le crisi ambientali e l’esaurimento delle risorse naturali, annunciate oltre quarant’anni fa dal Rapporto sui Limiti della crescita del Club di Roma, cominciano a verificarsi: cambiamenti climatici, eventi estremi, sovrasfruttamento degli oceani e delle foreste, inquinamento, rifiuti, cementificazione.”

Il riferimento del conduttore va al testo I limiti dello sviluppo ideato e curato – con l’allora mitico Club di Roma – da Aurelio Peccei, genio incompreso della “sostenibilità”, quarant’anni prima che diventasse termine d’uso corrente.

 

Dall’economia “circolare” soluzioni sostenibili

 

È molto chiaro lo scienziato (ottimo anche in questa sua funzione di comunicatore) e le soluzioni sostenibili potrebbero già essere alla portata: “economia circolare”, riciclo degli scarti, energie rinnovabili, agricoltura sostenibile, una nuova filosofia di vita per le donne e gli uomini di domani. Ciò che periodicamente ci sentiamo ripetere e, in diversi ambiti, ci troviamo a discutere e meditare. Alzi la mano chi, dalle scuole elementari all’Università, dai programmi di informazione scientifica fino ai proclami politico-elettorali, non ha mai sentito parlare – o potuto leggere – di “compatibilità ambientale”, di “sviluppo sostenibile”, di “limiti dello sviluppo e conseguente necessità di un “autolimitazione”… Basti citare l’altrettanto ottimo Al Gore, vicepresidente americano ai tempi dei Bill Clinton che, senza problemi e remore, con tanto di diapositive di supporto, ci ha mostrato quanto fosse vicino il “punto di non ritorno” e questo, per la cronaca, giusto dieci – quindici anni fa. Allora si discusse molto dello sforzo presidenziale americano, di quanto fosse necessario “un cambio di rotta” dati i contenuti delle proiezioni (già allora drammatiche) verso l’alto di CO2, NOx ecc …. ma come abbiamo potuto sperimentare, poco di più è successo …

Potremmo, poi, andare a scomodare August Picard e l’altrettanto mitico Jacques Cousteau (grandi interpreti di un corretto rapporto tra uomo e natura) oppure la Conferenza di Stoccolma del 1972 proprio sui primi studi sui rapporti fra antropizzazione e ambiente, il tutto con una sfilza di nomi in bibliografia da far paura alla Treccani. Ma qualcosa non ha funzionato, quindi ben venga ScalaMercalli, sperando in un’inversione di tendenza.

 

Una informazione corretta è la chiave

 

Per esempio ci è stato confermato che l’informazione scientificamente corretta e comprensibile a tutti è la chiave di una possibile rivoluzione globale sempre più urgente. Senza consapevolezza non siamo forti né come individui né come collettività. ScalaMercalli con questi presupposti si propone di andare in onda (se non ci saranno intoppi) per sei settimane dal Centro Multimediale “Sheikh Zayed” della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura). Si tratta, in sostanza, di una serie continua di documentari originali da tutto il pianeta – dai ghiacci delle Ande alle megalopoli cinesi – intervallati e presentati in modo logico e comprensibile dal conduttore. Vi sono stati già nelle due prime apparizioni (del 28 febbraio e del 7 marzo) importanti ospiti del mondo scientifico per approfondire temi quali i cambiamenti climatici, le risorse energetiche fossili e rinnovabili, la gestione dei rifiuti, l’uso del territorio e la vulnerabilità agli eventi estremi, la protezione civile e l’agricoltura sostenibile. Ora bisogna vedere se ai buoni propositi seguiranno i fatti, anche se siamo ben consapevoli che questa seconda “tranche” di prodotto sfugge alla Rai ma attiene tutt’altri decisori.

Comunque il programma in oggetto oltre a raccontare con l’aiuto di scienziati e ricercatori i diversi “gradi” (ancora il termine “mercalliano” ) di questa crisi e l’esaurimento delle risorse naturali, informa il pubblico anche delle possibili soluzioni tecnologiche e delle risorse culturali che già esistono per potere invertire questa tendenza: dalla politica energetica della Danimarca, ad esempio, agli orti del Marocco che strappano terra al deserto (argomento di uno dei prossimi venerdì).

 

La prima puntata sale in vetta

 

Nella prima puntata, in onda sabato 28 febbraio 2015 si è partiti subito “duro” con una visita al centro scientifico svizzero (ma con personale internazionale) dello Jungfrau chiamato “Osservatorio Sfinx” dove si possono esaminare senza contaminazioni i “componenti in sospensione” dell’atmosfera; ça va sans dire che i filtri di saturazione restano immacolati in alta quota e invece diventano prima grigi e poi neri man mano che impattano col traffico delle città. E questo “fondo” di anidride carbonica, di ossido di carbonio, di metano, di esafluoruro di zolfo più centinaia di altri elementi va ad intaccare un tessuto delicato come l’involucro atmosferico che è veramente piccolo rispetto al raggio terrestre (massimo 50.000 metri sul suolo). Altra “cartina al tornasole” della situazione attuale nettamente peggiorata rispetto agli anni Settanta dello scorso secolo è l’abnorme consumo di combustibili fossili (anche e soprattutto petrolio, carbone, metano) che ci sta condannando ad una situazione di disequilibrio globale lanciata a più cinque gradi in media complessivi di riscaldamento globale entro il 2100. E questo più cinque gradi viene ritenuto, in più momenti del programma, pericolosissimo. Addirittura, citando direttamente una metafora del Club di Roma espressa a fine anni Settanta, “nel 2050 avremo bisogno di tre pianeti come la nostra Terra se il trend non sarà invertito” perché le condizioni generali climalterate danneggeranno l’insieme delle produzioni e le stesse modalità di vita sociale (innalzamento dei mari, aumento della popolazione con concomitante divaricazione maggiore fra aree ricche e povere, problemi di terrorismo e rischio guerre, anche per il mantenimento di beni primari).

 

Prosperità vs. crescita

 

Dopo questi accenti “concreti”, sempre nel primo appuntamento del 28 febbraio, il nostro meteorologo ci ricorda il peso violentissimo che sta avendo la nostra “impronta ecologica” in quel grande e variegato mondo dei metalli, da quelli di uso comune ai più rari e ricercati. Qui si arriva anche a ipotizzare, come stanno facendo all’Università di Bologna, un percorso che porti alla costruzione di telefonini interamente o in gran parte riciclabili, almeno nelle componenti più preziose (coltrite, tantalio, gallio) proprio perché non si è mai – incredibilmente – presa in considerazione una “priorità” di recupero per questo bene così diffuso . Stesso discorso vale per il rame che, raffinato – e se ne porta a lavorazione completa sempre meno e con più spese – vale la ragguardevole cifra di 5.000 dollari per tonnellata, ma un discorso simile potrebbe essere fatto per il ferro, per l’oro, il platino, lo zinco ecc.

Insomma spese in aumento un po’ su tutta la linea, senza possibilità di intervenire in modo coordinato al di là delle solite – e spesso discutibili – leggi di mercato e, ancor più, dalla speculazione finanziaria che vi è collegata.

Ha un bel dire Tim Jackson (Surrey GB University) che non è più assolutamente il caso di parlare di “crescita” e di Prodotto Interno Lordo. Le proposte che fa, e che sono reperibili in uno dei suoi molti libri di argomento economico, riguardano ben altro. “Se abbiamo una buona qualità della vita, se possiamo avere un lavoro decente e adeguatamente pagato, se possiamo fare liberamente delle scelte in momenti fondamentali della vita di ciascuno quali quelle inerenti l’assistenza sanitaria, l’istruzione di base e superiore, la giustizia e molti altri” , parola del prof. Jackson. Si tratta, come ben sappiamo, di parametri che non sono in nessun “paniere” di riferimento e che, con l’aria di crisi che tira, ne resteranno fuori per un bel po’. Al proposito l’obiettivo attento del curatore del programma si sposta in quel di Londra nel quartiere sud di Brixton dove si cerca di rispondere alle “storture” del sistema capitalistico tradizionale (non solo alla “crisi”) in modo originale, usando moneta per uso locale, ritornando all’autoproduzione alimentare e, dove possibile, ricreando un tessuto sociale fondato sulla socialità e l’aiuto reciproco. Auguri…

 

Tra Cina, picchi del petrolio e carote di ghiaccio

 

La struttura di programma è in qualche modo simile anche nella seconda puntata, con – prima di tutto – una denuncia di alcune situazioni “fuori scala” che non possono più essere tollerate e, poi, tutta una serie di interventi correttivi da conoscere e provare. Questa volta, come esempio, si cita la Repubblica Popolare Cinese, con le sue grandi e moderne agglomerazioni urbane, con un traffico da metropoli europea e con esiti per salute umana che, finalmente, cominciano a preoccupare anche i governanti della Repubblica Popolare. In particolare è clamoroso e giustamente viene citato da Mercalli, l’irrigidimento legislativo rispetto ai precedenti parametri di tutela ambientale e della salute penalizzati dai diktat delle megaindustrie del “Celeste Impero”. E siccome i video proposti da ScalaMercalli fanno riferimento soprattutto alle concentrazioni di CO2, viene giustamente ricordato il pesantissimo apporto cinese al totale mondiale annuo che assomma a più 36 miliardi di parti immesse nell’atmosfera con danni agli oceani (acidificazione) e gravissime conseguenze sull’alterazione del clima e dei normali cambiamenti di stagione. Oggi, infatti, siamo arrivati alla “bellezza” di 400 parti per milione contro un andamento che, negli ultimi 800.000 anni non ha mai superato i duecento, anche nei picchi periodici segnalati dai carotaggi del ghiaccio polare. In questo pare, secondo uno dei molti video presentati da Mercalli, che l’Italia sia all’avanguardia e che con l’Università di Milano si sia raggiunta una tale eccellenza nei campionamenti, nelle analisi e nei successivi resoconti, tali da porci al top della ricerca mondiale. Dall’analisi di questi “documenti di ghiaccio”, poi, vengono presentate tutta una serie di considerazioni e valutazioni su quelle che sono le cause dell’aumento dell’indice specifico, non dimenticando che – a volte – ci può mettere lo zampino anche la “politica”.

Così è successo con le fluttuazioni del prezzo del greggio al barile, governate in tutto e per tutto dai produttori arabo-iraniani, da alcune multinazionali inglesi, francesi e americane e, anche se in condizioni particolari, dal Venezuela. Non vi è mai stata, fino ad ora, una preoccupazione vera riguardo alla salvaguardia dei giacimenti, riguardo il loro esaurimento incontrovertibile, se le voci di chi invoca un loro mantenimento per i posteri continueranno ad essere ignorate. Ed anche in questo caso sono molte le testimonianze di Università, di Centri Studi, addirittura degli stessi organismi mondiali per il lavoro e il Commercio, concordi nell’invitare a fermarsi al più presto o, comunque, a gestire diversamente le restanti risorse.

Per far capire l’entità del problema e, soprattutto, l’incidenza di costi sempre più alti di sfruttamento viene fatto più volte riferimento al Venezuela: in questa nazione sudamericana si trova un ‘ enorme quantità di petrolio nel sottosuolo e nella parte di mar caraibico antistante ma di qualità “heavy” che costringe a due o tre passaggi di raffinazione in più, ovvero ad un costo maggiore del 22 per cento rispetto al petrolio iracheno o saudita. Situazione abbastanza simile a quella che, sempre secondo gli esperti interpellati in trasmissione, ci troveremmo ad affrontare in caso di campagne petrolifere in grande stile nel sud Italia (anche qui “heavy petrol” e costi alle stelle).

 

Cambiare strada, senza aspettare Parigi

 

Entrambe le puntate terminano con una attenzione all’architettura e all’edilizia biocompatibile con soluzioni d’avanguardia e con sistemi, spesso con brevetti italiani, a forte risparmio energetico… Verrebbe da dire, a questo punto… “e allora?” , “cosa aspettiamo a cambiare rotta?”. Due belle domande che sono un po’ il sottofondo di tutta la proposta mercalliana. E qui torniamo alle perplessità iniziali. I dati ci sono, le situazioni a rischio le conosciamo e le abbiamo sviscerate praticamente in tutte le forme, sappiamo che c’è un forte interesse del mondo economico e finanziario teso al mantenimento dello statu quo, sappiamo anche che se messi di fronte a chiari vantaggi (“si spende meno”, “mi ammalo di meno”, “contribuisco a mantenere un ambiente migliore”, “posso trasformare queste emergenze in lavoro nuovo e utile”, “ci possono essere occasioni di lavoro per i nostri figli”) tutta la popolazione, ma proprio tutta, non avrebbe problemi ad abbandonare ciò che sente comunque “non perfettamente in regola” avviandosì in tal modo verso una società della sostenibilità … Solo che questo oggi non avviene.

Le diminuzioni previste dal “Protocollo di Kyoto” non ci sono state, se non in termini di minori aumenti (ma sempre aumenti) dei parametri presi in considerazione, probabilmente una situazione simile si verrà a porre al prossimo summit internazionale di Parigi (di cui ben pochi sapranno qualcosa, così come è successo per i recenti appuntamenti in Danimarca e in Brasile): Parigi dicembre 2015. Il titolo è ambizioso e altisonante: “Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sull’Effetto Serra” l’esito scontato, a meno che i 194 Paesi che hanno assicurato la partecipazione (questa volta veramente tutti i principali produttori di inquinamento come pure tutti i “sofferenti” per la pressione altrui) si divertano una volta di più sull’orlo del precipizio…

Aggiornamenti seguiranno dopo il quarto e il sesto appuntamento del sabato, a questo punto più appassionante di una finale mondiale di calcio.

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