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Il potere e le sue forme. La sfida dell’educazione

| TIZIANA CARENA, Luisa Piarulli

Tempo di lettura: 9 minuti

Il potere e le sue forme. La sfida dell’educazione
La società tecnologica ha portato a livelli prima impensabili i processi di manipolazione del consenso e di persuasione collettiva. I mezzi di comunicazione di massa hanno un effetto passivizzante: trasformano ognuno in spettatore.

      Edgar Morin e altri: educare nella complessità o soccombere?

 [Siamo in una] società dominata

dal potere onnipresente del profitto

E. Morin

Qual è il potere oggi in questa società immersa nella tecnocrazia? Esiste il potere tecnologico? La Scuola di Francoforte ha tematizzato la questione non meno di Martin Heidegger. Le successive riflessioni sull’argomento (Severino, Galimberti) dipendono soprattutto da Heidegger e, in parte, anche dalle sollecitazioni della Scuola di Francoforte. Non è un caso che si siano sviluppate, soprattutto in questo primo ventennio del XXI secolo, varie forme di tecnofobia accompagnate da ricorsi molteplici a forme della mentalità pre-moderna. All’estremo, la “sindrome della caverna” è un esempio in tal senso.

La società tecnologica ha portato a livelli prima impensabili i processi di manipolazione del consenso e di persuasione collettiva. L’essere umano, oggi, riceve infiniti stimoli che informano e disinformano, creando un disorientamento esistenziale. Pensiamo alla tendenza all’imitazione, al comportamento emulativo degli stessi politici quando usano Tik-Tok o social network più autorevoli. Lo stimolo che ne deriva è “fate come noi”, che orienta verso un comportamento unico, al conformismo o all’omologazione. Anche qui niente di nuovo, soltanto l’estrema potenza dei mezzi di persuasione: ogni società, infatti, funziona sulla base dell’omologazione.

I social modificano gli schemi mentali

“Due cose assolutamente opposte ci condizionano ugualmente: l’abitudine e la novità” (Jean de La Bruyère, 1645-1696). Che cos’è l’abitudine nella società tecnologica? Nutrire l’inconscio informatico, passando una media di sei ore a scrollare sui social che danno nutrimento al patrimonio conoscitivo. Per dirla come Piaget, si modificano gli schemi mentali attraverso questa assimilazione e questo accomodamento continuo della conoscenza. Si modifica il modo di apprendere; le funzioni cognitive si diversificano sulla base dell’esperienza che si fa giorno dopo giorno. Infatti, com’è noto, non c’è apprendimento senza modifica del comportamento. Già William James suggeriva, nel suo saggio Le leggi dell’abitudine, che il fatto di ripetere la stessa azione è ciò che permette poi di avere una risposta condizionata. I social network e il potere tecnologico indottrinano regalandoci competenze che prescindono dal vero e dal falso e costituiscono la base di una nuova retorica o di una sorta di “Neo-Sofistica”. La società esiste e sussiste sulla base di fasci di persuasione collettiva e sulla base di una difficile dissuasione. Il nuovo potere tecnologico “incanta” il processo riflessivo. Infatti, come suggerisce James, il risultato successivo è che l’abitudine diminuisce l’attenzione cosciente con la quale le nostre azioni sono eseguite[1].

Il potere dei media pone continuamente il problema etico e pare essere una grande riflessione collettiva su molti problemi, una sorta di problem-solving gigantesco, fuori dimensione. Ma questa costruzione conoscitiva non può avvenire autenticamente soltanto in una dimensione virtuale. Se vogliamo tornare sul tema dell’apprendimento significativo di matrice piagetiana, in questo caso non si costruisce un apprendimento, perché l’apprendimento sussiste soltanto come conseguenza della riflessione. I mezzi di comunicazione di massa hanno un effetto passivizzante: trasformano ognuno, come ha notato Débord[2], in spettatore e gli inibiscono il ruolo di attore, di soggetto attivo.

Un’ autorità carismatica senza volto

Un classico della sociologia, Max Weber, ha descritto nelle sue opere le forme di potere: il potere tradizionale, il potere legale razionale e il potere carismatico, distinti sulla base del processo socio-psicologico di ciascuna forma di legittimazione (l’autorità dell’eterno ieri, l’autorità della ragione e delle leggi formulate razionalmente e il fascino del capo). I social assumono la forma di una autorità carismatica senza volto, perché ogni capo carismatico riceve il carisma dalla rete, e non da qualità intrinseche dei soggetti che costituiscono, di fatto, la rete stessa. Se un essere umano, per l’intera giornata, interloquisse con l’IA nelle sue varie forme, il suo atteggiamento e il suo comportamento sarebbero assorbiti e tutta la sua attenzione ed energia orientate da questa attività di ricerca di identità sociale.

L’identità sociale attraverso queste nuove forme esperienziali e di apprendimento collettivo, con l’uniinformazione che ne consegue, non può che produrre un comportamento che si omologa, basato sull’imitazione ed emulazione reciproca rispetto ad altri comportamenti omologati. Il potere attuale che si manifesta nell’uso dei dispositivi per entrare in un mondo altro prepara a risposte comportamentali che sono frutto di un lavoro che è stato fatto cognitivamente proprio per produrre l’effetto di verità caratteristico del virtuale. Non a caso il comportamento è la risposta di un soggetto a una sollecitazione.

Le varie forme del potere

Il potere ha una sua semantica; comprenderne il linguaggio significa comprendere una parte del suo funzionamento e riconoscere come esso orienta percezioni, valori e comportamenti. È una dimensione costitutiva delle relazioni umane e, per questo, mai del tutto neutrale. Poiché l’essere umano è un essere in relazione, ciascuno esercita e subisce forme di potere, nei confronti degli altri e di sé stesso. Allora la domanda importante da farsi è: di quale forma di potere mi servo tra le molteplici varianti? Coercitivo, paternalistico, manipolativo, o generativo? Rispondere non è semplice e richiede un percorso di introspezione dentro la propria biografia che non tutti sono disposti a fare, o non ne sono capaci perché nessuno glielo ha insegnato.

Pensiamo per un attimo alla prima relazione educativa, quella tra il bambino e chi si prende cura di lui, una relazione inevitabilmente asimmetrica, nella quale il potere dell’adulto può essere orientato in modi molto diversi. Esiste una profonda differenza tra chi utilizza la propria autorità per favorire l’autonomia e la libertà del bambino e chi, invece, per eccesso di protezione o per bisogni inconsapevoli, finisce per limitarne la crescita e l’indipendenza. Nei casi più estremi, questa dinamica può assumere forme patologiche, come nella Sindrome di Munchausen per procura, dove la dipendenza e la vulnerabilità del minore vengono strumentalizzate a vantaggio dell’adulto. Pensiamo al doppio legame, concetto elaborato da Gregory Bateson[3] per il quale il potere non si manifesta attraverso l’imposizione esplicita, bensì attraverso una trama comunicativa che rende difficile distinguere i propri desideri da quelli dell’altro.

L’educazione è pratica di liberazione e autoconsapevolezza

Dunque, il potere viene esercitato a ogni livello relazionale. Conoscerne le dinamiche e i funzionamenti è un compito educativo che inizia con la conoscenza di sé. Bisogna entrare nelle proprie storie in punta di piedi, disporvisi con sincerità e sostarci per poter riconoscere le modalità con cui si esercita il potere, comprendere le diverse direzioni che esso può assumere, individuare e valutare l’influenza che il potere degli altri esercita sulla propria vita. Si tratta di un processo, senza dubbio coraggioso e faticoso, di autoconsapevolezza: il presupposto per lo sviluppo del pensiero critico e per la conquista della propria libertà. L’educazione, secondo Paulo Freire, è pratica di liberazione e di presa di coscienza.

Educare il e al potere oggi è una vera emergenza. Assistiamo a una diffusa confusione emotivo-affettiva che produce effetti profondi tanto sul singolo quanto sulla comunità. Emozioni come la paura, la rabbia, la frustrazione o il senso di mancanza, quando non educate, possono diventare terreno fertile per l’esercizio di forme di potere distruttive, che invece di generare autonomia e crescita, alimenta relazioni fondate sul dominio, sulla manipolazione o sulla subordinazione. La psicoanalisi ci mostra come, in alcuni casi, dietro personalità autoritarie o tiranniche si celino storie segnate da esperienze pregresse di umiliazione, svalutazione, abbandono o sopraffazione. Se la storia è davvero maestra di vita è necessario interrogarsi seriamente su questo tema facendo appello ai tanti studiosi che se ne sono occupati.

Il potere vuole dominare la persona

Per il filosofo James Hillman, che ha sviluppato una vera e propria fenomenologia del potere e delle sue molteplici incarnazioni[4], il problema non è eliminare il potere, ma riconoscerne le forme e sottrarlo all’ossessione del dominio. Di segno opposto è la rappresentazione offerta da George Orwell; in 1984 ecco che cosa l’autore fa dire ai protagonisti: “Come fa un uomo ad affermare il suo potere su un altro?” “Facendolo soffrire” “Esatto; l’obbedienza non basta. Il potere è infliggere dolore ed umiliazione altrimenti non c’è certezza. Il potere è fare a pezzi una mente umana e poi rimetterla insieme nella nuova forma che tu stesso scegli; il potere non è un mezzo, è un fine”.[5] Attraverso il dialogo tra i protagonisti, Orwell mostra la forma più estrema e perversa del potere: quella che non si accontenta dell’obbedienza, ma mira al dominio totale della persona. In questa visione, il potere coincide con la capacità di distruggere l’autonomia dell’altro per ricostruirla secondo la propria volontà.

Edgar Morin ci ricorda che “Freud dette al piacere la dignità di Principe del potere, non di Principe delle Tenebre[6] e ci dà la speranza che educare al potere si deve e si può. Sempre secondo Morin, ogni persona, in quanto soggetto, ha “due quasi-software in sé. Il primo è un software egocentrico, fondato sul nesso «me-io» che lo situa e lo posiziona nel mondo e gli permette di nutrirsi, difendersi, vivere. Il secondo è il rapporto «noi-tu»: l’empatia originaria, la relazione, un noi dentro il quale l’io può uscire dalla membrana solipsistica e realizzarsi pienamente“.[7]. La piena realizzazione della persona nasce dall’equilibrio tra queste due dimensioni. La maturità umana consiste nel saper coniugare identità personale e appartenenza collettiva, una concezione che si inserisce nella sua più ampia e nota teoria della complessità: l’essere umano è contemporaneamente individuo e membro di una comunità, autonomo e dipendente, egoista e altruista. La vita sociale e democratica si fonda proprio sulla capacità di mantenere vivo questo dialogo tra «io» e «noi», evitando sia l’individualismo estremo sia il conformismo collettivo. L’uomo si realizza pienamente quando riesce a integrare il bisogno di affermare sé stesso con la capacità di aprirsi agli altri, riconoscendo che la propria identità si costruisce nella relazione.

Credere nella presenza dei giovani

Oggi, tuttavia, tale equilibrio appare sempre più fragile. Ci si affida, senza realmente fidarsi, a quei “poteri governativo-pastorali” di cui parla Morin: poteri seduttivi e rassicuranti che, anziché promuovere processi autentici di crescita e cambiamento, alimentano dipendenze e passività. La conseguenza è viversi in una dimensione di complicazione e di confusione che acuisce la percezione di una certa deriva umana. Cresce in maniera soffusa il timore di sentirsi fragili e soli, in balìa dei potenti che “giocano” a tavolino le sorti del pianeta senza che ne abbiano compreso la necessaria visione di complessità, nella convinzione di possedere un’unica verità; mentre, come ci ragguaglia Morin, “l’errore fondamentale consiste nell’appropriarsi del monopolio della verità“.[8]

In un mondo di adulti generalmente senza contezza, ci sono i giovani. Sono presenti quando si mobilitano per la giustizia sociale, per la tutela dell’ambiente, per i diritti umani, per una cittadinanza più consapevole e partecipata. Ed è in loro che dobbiamo credere, ed è nell’educazione che dobbiamo investire per accompagnarli nel riconoscere il potere e i suoi strumenti, interpretarne gli effetti e orientarlo verso finalità generative e responsabili. Ma senza l’opera educativa si rischia di rientrare nella caverna di Platone. Occorrono acume, osservazione e pensiero poiché gli strumenti del potere sono spesso gli stessi: persuasione, seduzione, leadership, capacità comunicativa, carisma, entusiasmo, prestigio, autorità e autorevolezza. Facile cadere in inganno! A fare la differenza, infatti, non sono gli strumenti, ma il fine verso cui vengono orientati. È necessario educare per imparare che il potere non è nell’homo consumens che ostenta la forma più subdola di potere, quello di possedere per esserci; non è nemmeno nell’homo videns, narcotizzato dall’immagine, frammentato e compresso in una compulsione narcisistica. Bisogna educare per sapere che ciascuno è le parole che usa e che dobbiamo imparare a stare nella complessità, che è l’invito e il monito di Morin. Egli, con la saggezza dei suoi 104 anni, rimarca come la complessità non sia complicazione, né confusione ma qualcosa che dobbiamo semplicemente imparare per sconfiggere la frammentarietà della conoscenza. Il suo pensiero si coniuga perfettamente con il principio pedagogico di empowerment secondo cui «Non è il potere negativo di sfruttamento e manipolazione bensì è un potere positivo che aiuta a crescere e porta al riconoscimento delle proprie potenzialità, di quelle altrui, dell’interdipendenza tra l’io e il tu. È l’affermazione delle modalità dell’essere su quelle dell’avere, è la speranza in un mondo in cui l’uomo può essere molto anche se ha poco».[9] Compito complesso e complicato, appunto: troppe le pre-comprensioni e i pregiudizi da scardinare, ma non impossibile.

La storia? Universale

Studiare la storia dell’umanità, conoscere le biografie dei personaggi che hanno acceso o abbruttito la storia universale farebbe molto bene ai nostri giovani. Incrementiamola, facciamoli appassionare! La storia, passata e presente, ci restituisce molti esempi di interpretazione del potere: da un lato i grandi dittatori che lo hanno esercitato per sottomettere persone inermi; dall’altro, figure come Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela, solo per citarne alcuni, che lo hanno impiegato con la generatività della parola, dello sguardo, delle buone idee, dell’etica del vivere, rivolgendo un’attenzione esclusiva agli ultimi. Negli uni è cresciuta a dismisura la fame di potere, negli altri, paradossalmente predestinati a un’esistenza perseguitata ma mai dimenticata, “il potere spirituale […] che è al di sopra del denaro, al di sopra del prestigio e della fama” (Hilman, 2003).

Il tema è delicato, facilmente incline a interpretazioni errate; come osserva Edgar Morin, siamo ancora lontani da una prospettiva antropologica capace di “portare in sé la coscienza della complessità umana” (Edgar Morin, 2015). In questo scenario, l’unico potere che sembra poter conferire senso al presente è quello dell’Educazione, intesa come pratica di formazione integrale della persona e della coscienza critica, a iniziare dai primi anni di vita. Resta tuttavia aperta una questione fondamentale: chi educa gli educatori? (I. Kant). Credo sia necessaria una formazione diversa, un’altra traiettoria, per esempio l’epistemologia riflessiva.

Il compito che ci attende è immenso. L’unica speranza coincide con il credere nell’utopia pedagogica, non come fuga dalla realtà o ingenua idealizzazione del futuro, ma come tensione trasformativa capace di orientare l’azione educativa in senso generativo. Affidarsi all’educazione significa compiere una scelta profondamente politica, antropologica ed etica, fondata sul riconoscimento della complessità umana e sulla convinzione che ogni individuo possa sviluppare la propria autonomia, responsabilità e libertà all’interno di relazioni autenticamente formative: il potere buono dell’educazione. “Un’educazione che mirasse a una concezione complessa della realtà e facesse su questa una riflessione complessa, collaborerebbe anch’essa con gli sforzi che hanno per obiettivo quello di attenuare la crudeltà del mondo” [10] Educare alla complessità per non soccombere.


[1] Le leggi dell’abitudine, tr. it. Mimesis Editrice, Sesto San Giovanni (MI), 2019, p. 37.

[2] La société du spectacle, 1967

[3]BATESON G., Verso un’ecologia della mente, trad. di Giuseppe Longo, Milano, 1977.

[4] HILLMAN J., Il potere. Come usarlo con intelligenza, Milano 2003

[5]Tratto da “Orwell 1984”, regia di Michael Radford, anno 1984; basato sul romanzo “1984” di George Orwell e pubblicato nel 1949. https://www.youtube.com/watch?v=xi0nLJ0UBSs

[6] HILLMAN J., Il potere, cit.

[7]MORIN E., La fraternità, perché? Resistere alla crudeltà del mondo, AVE ed., Roma, 2020

[8] MORIN E., Educare per l’era planetaria, cit.

[9] SIMEONE D., La consulenza educativa, Milano 2002

[10] MORIN E., Educare per l’era planetaria, cit.

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