Le navi dei veleni

Andrea Palladino nel suo ultimo libro edito da Manifestolibri, Bandiera Nera. Le navi dei veleni, ricostruisce fatti, date e nomi delle società coinvolte nello smaltimento criminale di rifiuti altamente pericolosi, che ha visto come protagonisti mediatori criminali, ‘ndrangheta e funzionari dello Stato.

Proponiamo qui di seguito l‘intervista all’autore.

D. Come ha raccolto informazioni dettagliate e precise, che non lasciano spazio a dubbi e possibili giustificazioni, sui traffici illegali di rifiuti tossici e quale ruolo ha invece avuto in queste vicende lo Stato italiano?

R. Le inchieste sulle navi dei veleni in Italia hanno interessato una decina di procure e gruppi investigativi (dalla Forestale alla Marina e Carabinieri). Il fatto paradossale è che questi reati siano andati in prescrizione (all’epoca dei fatti dopo 4-5 anni i reati ambientali decadevano) oppure che non sia stata ricostruita la loro realtà processuale.

Oggi si può affermare che la gestione illegale dei rifiuti ha avuto coperture a livelli alti in politica, sia in Italia che all’estero. Come sarebbe stato altrimenti possibile esportare verso l’Africa e il Sud America rifiuti velenosi, senza che sia stato fatto alcun controllo da parte dei ricchi Paesi esportatori?

Nel 1988 il Parlamento europeo ha ricostruito la vicenda del traffico di rifiuti evidenziando l’appoggio governativo e istituzionale. Nel 2004 l’allora Ministro per i Rapporti con il Parlamento, l’on. Carlo Giovanardi, parlò apertamente delle attività illecite legate alle “navi a perdere”.

Il libro è stato scritto utilizzando come fonte principale il processo in sede civile sulla nave Zanoobia1, grazie al quale è stato possibile ricostruire i fatti, individuare le società coinvolte, ma non comprendere se questa nave è solo la punta di un più ampio iceberg. Altra documentazione importante è quella relativa agli atti parlamentari sui traffici che hanno coinvolto la città di Pisa (Il dossier presentato da Edo Ronchi).

D. Cosa dovrebbero fare secondo lei le istituzioni italiane?

R. Oggi in Italia il sistema dei rifiuti e, soprattutto, i controlli continuano a non funzionare.

Le analisi condotte a largo della Calabria hanno dimostrato che il mare è altamente inquinato, ma lungo le coste non vi sono stabilimenti industriali o fabbriche che possano giustificare la presenza di sostanze velenoso nell’acqua. Perché allora non viene svolta una ricerca da parte dello Stato per capire da cosa dipendano questi dati?

Una delle possibilità è la presenza di navi cariche di sostanze altamente pericolose inabissate nel Mediterraneo. Una ricerca seria potrebbe dare delle risposte ai  molti cittadini che vivono sulle coste calabresi e che vedono morire i propri familiari e amici a causa di tumori apparentemente inspiegabili. Analisi che però, ad oggi, non sono state svolte.

A luglio del 2009 una nave appartenente ad una ONG tedesca ha individuato un’imbarcazione che, a largo della costa, gettava nel Mediterraneo dei container sospetti. A novembre una nave della NATO ha individuato i container, segnalandoli alla Capitaneria che ha poi dichiarato di non riuscire a trovarli. I container gettati in acqua sono finalmente stati ritrovati a inizio aprile 2010. Questo dimostra che, evidentemente, i sistemi di controllo non funzionano e che lo Stato italiano non ha la capacità e i mezzi necessari per individuare i colpevoli e trovare una soluzione al problema.

Purtroppo sono passati molti anni da quando questi crimini sono stati commessi e oggi essi non possono più sfociare in giudizio, ma potrebbe essere interessante conoscerli e rifletterci a livello parlamentare: è importante sapere cosa sia veramente successo, fa parte della nostra storia.

Inoltre dovrebbe essere doveroso interrogarsi su che fine abbiano fatto le società colpevoli di crimini ambientali. La Jelly Wax sicuramente fino al 2006, quindi dopo la condanna, ha continuato ad operare tranquillamente. Non è forse questo il sintomo di una troppa facilità nel concedere le autorizzazioni da parte dello Stato? Non dovrebbero esserci maggiori controlli su queste aziende? La Jelly Wax nel 2003, a soli cinque anni dai fatti della Zanoobia, mentre veniva citata in giudizio per quelle stesse vicende che avevano suscitato forte scandalo (forse più all’estero che in Italia) continuava ad operare.

Mentre all’estero sono state studiate delle legislazioni per punire i trafficanti, ad esempio in Nigeria è stata istituita la pena di morte, in Italia non sono stati neppure individuati i colpevoli. Questo è un fatto grave per la storia dell’Italia.

Per decenni lo Stato ha garantito l’impunità alle società colpevoli, che così si sentono legittimate a trattare i rifiuti come è più conveniente a loro.

D. Ci sono state delle novità dalla pubblicazione del libro?

R. Da parte del Governo non vi è stata alcuna novità, nessuno è andato a verificare lo stato delle acque a largo di Amantea e Cetraro (sarebbe stata una rivoluzione in Italia se qualcuno avesse deciso di agire).

La Commissione parlamentare di inchiesta sta approfondendo il tema dei rifiuti pericolosi, magari uscirà qualche verità storica…

D. Secondo lei reazioni “popolari”, come quelle che si sono viste a Napoli in seguito all’apertura di nuove discariche, da cosa dipendono?

R. Bisognerebbe domandarsi perché recentemente in Italia si è assistito ad una vera rivolta “popolare” contro l’apertura di nuove discariche, mentre in altri paesi, come la Germania, ciò non accade. Sorge spontaneo chiedersi se ciò dipenda dall’incapacità dello Stato nel difendere i propri cittadini o da un probabile coinvolgimento di una parte dei suoi funzionari, qualsiasi carica ricoprano e a qualsiasi schieramento politico appartengano, nei traffici illegali o da entrambe le cose.

In Italia non vi è trasparenza, vi è una sfiducia condivisa verso lo Stato perché per decenni si è vissuta una realtà criminale autorizzata dallo Stato stesso. Forse ciò che ha colpito gli abitanti di città come Napoli non è stata la  Sindrome Nimby (Not in my back yard – non nel mio giardino), ma piuttosto quella “non più con queste persone”.

A Borgo Montello2 a seguito delle dichiarazioni di Schiavone del 1996 nessuno sino ad oggi ha svolto carotaggi e controlli. Il comune di Latina ha giustificato i misteriosi corpi metallici presenti nella discarica affermando che, sotterrati in quest’area, vi sono molti vasetti di omogeneizzati. È difficile convincere gli abitanti di queste zone che sia tutto regolare. In tutte le vicende relative al traffico di rifiuti si intuisce un  coinvolgimento della criminalità organizzata, ma anche di qualche livello istituzionale. Dopo l’uccisione di Don Cesare Boschin3 si è capito che la causa dell’assassino è rintracciabile nelle sue riflessioni sulla discarica, ma non si è ancora indagato su chi l’abbia ucciso.

A ciò si aggiunge il fatto che circa un anno fa l’Arpa Lazio ha affermato che le falde acquifere sono inquinate, a questa dichiarazione non è seguito nessuna indagine per comprendere da cosa dipendano i dati, anzi è stato autorizzato un ulteriore ampliamento della discarica già esistente.

D. Cosa può fare un cittadino per esser sempre informato? Quale ruolo hanno stampa e media in queste vicende?

R. La stampa locale spesso è un buon punto di partenza. Vi è anche l’informazione alternativa in rete, ma bisogna fare attenzione e saper distinguere.

Un altro suggerimento è quello di seguire i lavori parlamentari, fanno parte dell’informazione istituzionale e sono molto importanti.

È sicuramente anche interessante leggere i libri e le inchieste scritti su questo tema.

Il Governo non capisce che anche se dice “il caso è chiuso” la gente, come la popolazione di Amantea, sa che non è così. Chi vive i problemi sulla propria pelle, vede i familiari morire per tumore, sa che i problemi rimangono se non si cerca di risolverli. È politicamente infame dire che il caso è chiuso!

1 La Zanoobia, dopo esser partita un anno e mezzo prima dalla Toscana ed esser stata respinta dai Paesi in cui avrebbe voluto abbandonare il suo carico velenoso, sbarca a Genova nel 1988. Il Tribunale di Genova chiede di effettuare una perizia sui fusti conservati nella stiva. In seguito viene stilato un elenco, che comprende 140 aziende europee e statunitensi i cui nomi sono stampati sulle etichette dei bidoni. Questo documento è stato poi utilizzato nel processo civile, il cui appello è oggi ancora in discussione, dell’avvocatura dello Stato contro i produttori delle sostanze ritrovate sulla nave.

2 Borgo Montello è una frazione del comune di Latina. Carmine Schiavone, ex casalese pentito ed oggi collaboratore di giustizia, ha affermato che nella discarica della cittadina sono stati occultati dei bidoni contenenti rifiuti altamente tossici.

3 Nel 1995 Don Cesare Boschin, parroco di Borgo Montello, insieme a un comitato cittadino, chiede chiarezza riguardo ad alcuni strani eventi che interessano la discarica, come i camion sospetti che arrivano di notte. Dopo pochi mesi viene ritrovato morto nella sua canonica, si parla di una rapina finita male. Molti sono gli interrogativi ancora aperti, dato che non è stato sottratto niente nella canonica, neanche i soldi che il parroco qui conservava.

Marta Taibi

10/07/2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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