Rapporto Ecomafia 2013: c’è ancora molto da fare

L’ambiente è stato la grande vittima sacrificale dell’attuale criticità della situazione politica, sociale ed economica italiana. Mai come ora è importante far luce sugli illeciti perpetrati ai suoi danni, in un’ottica di informazione e prevenzione.

Martedì 9 luglio Legambiente, in collaborazione con Libera ha presentato a Torino il Rapporto Ecomafia 2013. Le storie e i numeri della criminalità ambientale, un importante strumento di monitoraggio degli illeciti ambientali sul territorio italiano.
Sono intervenuti Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, Antonio Pergolizzi, coordinatore nazionale dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente, Maria Josè Fava, referente di Libera per il Piemonte e Alessandra Stefani, Comandante Regionale del Corpo Forestale dello Stato.

Numeri e storie
Il rapporto ecomafia, giunto quest’anno alla sua ventesima edizione, presenta una lunga serie di numeri, a tratti sconcertanti, utili ad avere un quadro ben chiaro della situazione degli illeciti perpetrati in Italia ai danni dell’ambiente, anche se non andrebbe letto soltanto nella semplice logica numerica, di tabelline, grafiche, percentuali. Accanto a questi numeri, derivati dai dati ufficiali e oggettivi presentati dalle forze dell’ordine, sono infatti presenti storie, che cercano di darne un senso: si fotografa la realtà, analizzando l’evoluzione del fenomeno, per chiedere delle risposte.
Il Rapporto 2013 ha evidenziato un superamento dei 30mila reati, quasi 94 al giorno, per un fatturato di circa 16,7 miliardi di euro. Il numero dei clan coinvolti è aumentato di 6 (ora sono 306).
Si parla principalmente del ruolo della criminalità organizzata, ma non solo: siamo di fronte a complessi sistemi criminali, che oltre alle mafie comprendono ditte, funzionari pubblici, società e quant’altro.
È questo un settore purtroppo in continua espansione, anche in Piemonte, e non conosce crisi. Nel solo Piemonte infatti nel 2012 sono state commesse 799 infrazioni ambientali, sono state denunciate 757 persone, si sono verificati 3 arresti e 139 sequestri.

Più che gettare lo sconcerto sulla popolazione, si intende far conoscere il fenomeno, perché l’informazione è il mezzo migliore per fronteggiare il problema delle ecomafie. Il Rapporto 2013 non vuole quindi essere fine a se stesso, «è solo un pezzo di un ragionamento complessivo per chiedere un mondo migliore», spiega Pergolizzi.

L’illegalità ad ampio raggio
I settori che maggiormente sono colpiti dai crimini contro l’ambiente sono il ciclo del cemento, l’agroalimentare e il ciclo dei rifiuti.
Il riciclaggio del denaro rimane un “classico” delle attività illecite; i settori dell’edilizia, dell’agroalimentare e dei rifiuti sono luoghi ideali: facilissimi per chi delinque, difficili da individuare per chi li vuole debellare. Lo stesso vale per l’evasione fiscale, frequente soprattutto nel settore dei rifiuti.
Nel ciclo del cemento, e quindi tutto il mondo dell’edilizia, in Piemonte i reati non avvengono solo per mano di ditte che cercano il maggiore guadagno: c’è una grossa fetta di infiltrazione mafiosa (in particolare ‘ndrangheta calabrese). Esempi lampanti sono la recente Operazione Minotauro (di cui si parlerà in seguito in questo articolo), oppure, risalendo al 1995, Bardonecchia come primo comune sciolto per infiltrazione mafiosa.
Il reato ambientale non è solo di stampo mafioso: «Non c’è il solo criminale incallito, ma anche l’imprenditore che ritiene sia un costo eccessivo fare le cose per bene: non c’è remora morale», ha ricordato il Comandante Alessandra Stefani. Sono infatti diversi i processi che coinvolgono imprenditori, manager e imprese edili, non necessariamente collusi con la mafia: basti ricordare tra tutti l’indagine Asfalto Pulito, relativa ai lavori stradali nell’astigiano e nell’albese; o la vicenda della Cava di Romentino (NO), per cui venne ucciso nel 2010 l’imprenditore Ettore Marcoli, “colpevole” di voler porre fine all’interramento illegale di rifiuti tossici nella cava di sua proprietà; o ancora i casi di abusivismo edilizio, come il sequestro, da parte del Corpo Forestale, di sette costruzioni abusive su un terreno di circa 10mila metri quadri nel comune di Cavallirio (NO). Nel solo ciclo del cemento in Piemonte nel 2012 si hanno avute 199 infrazioni, 260 persone denunciate e 15 sequestri.
Per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti, e in particolare lo smaltimento abusivo di quelli speciali e industriali, non è stata ancora riscontrata un’infiltrazione mafiosa in territorio piemontese, ma ciò non rende la situazione di minore rilevanza. Di certo non manca la “fantasia”: i reati commessi sono tra i più disparati, dal gettare i rifiuti industriali sulle sponde delle strade poco frequentate (un classico per i materiali ferrosi), all’interramento in cave abbandonate/abusive (legame forte col ciclo del cemento) o sotto campi coltivati o vicino alle falde acquifere. Tra tutti, si possono ricordare alcuni casi eclatanti quali: 6mila metri cubi di rifiuti speciali scaricati in una cava non autorizzata a Borgo d’Ale (VC); il presunto sistema illecito di scarico dei liquidi di un’azienda di Villastellone (TO); la discarica abusiva di rifiuti pericolosi e speciali in un’area di 12mila metri quadrati a Dogliani (CN); 17mila metri quadrati destinati a discarica di auto, camion, oli, batterie e amianto, a Vogogna (VCO). Nel solo anno 2012 in Piemonte si contano in questo settore 213 infrazioni accertate, 342 persone denunciate, 3 arresti e 52 sequestri.

Il settore dei rifiuti è ambito tuttavia dalla criminalità italiana non soltanto per quanto riguarda lo smaltimento di quelli speciali: i rifiuti urbani sono infatti una preziosa materia prima. I traffici più imponenti sono di carta, plastica, scarti siderurgici, RAEE: ogni anno migliaia di tonnellate vengono sequestrate alle frontiere, dirette principalmente verso paesi in via di sviluppo o comunque con legislazioni meno severe per lo smaltimento. Questa situazione è ancora più impressionante se si considera il fatto che negli ultimi tempi di crisi le aziende che si occupano di riciclo e smaltimento legale dei rifiuti sono praticamente senza lavoro.
Spesso capita poi che situazioni apparentemente legali e virtuose  si rivelino in realtà dei bluff. è il caso ad esempio dei buoni numeri diffusi sul riciclo siciliano, con i rifiuti finiti in realtà nelle discariche –legali o illegali- oppure rivenduti all’estero.
Infine il settore agroalimentare, fondamentale per l’economia italiana, che dovrebbe essere sinonimo di eccellenza, è soggetto a frequenti casi di truffa e contraffazione, adulterazione, sofisticazione dei prodotti. In Italia nel 2012 sono stati accertati lungo la filiere agroalimentari ben 4.173 reati penali, più di 11 al giorno, con 2.901 denunce, 42 arresti e un valore di beni finiti sotto sequestro pari a oltre 78 milioni di euro (e sanzioni penali e amministrative pari a più di 42,5 milioni di euro). Se si aggiunge anche il valore delle strutture sequestrate, dei conti correnti e dei contributi illeciti percepiti si superano i 672 milioni di euro. Anche in questo settore non sono soltanto i clan a farla da padrone: sempre più sono le imprese pronte a truffare per fine di lucro, anche se in generale si è rilevata una consistente flessione del settore (il valore dei sequestri si ferma nel 2012 al di sotto dei 700 milioni di euro, mentre nel 2011 si spingeva fino a 1,2 miliardi), facendo forse eccezione soltanto per il settore del biologico, tra i più contraffatti.
L’ecomafia si sta facendo però strada anche su settori in crescita, primo fra tutti quello dell’energia da fonti rinnovabili: «Il problema sono le mafie, non l’eolico», ha ricordato Pergolizzi. Va però elogiato l’intervento su questo fronte delle forze dell’ordine, che, a differenza di altri settori più ostici, è stato immediato, preciso ed efficace.

Leggi più specifiche e pene più aspre
La richiesta di Legambiente per far fronte al problema dell’ecomafia dilagante in Italia è un inasprimento delle pene e l’inserimento dei crimini ambientali nel codice penale (attualmente è prevista una sanzione irrisoria, nell’ordine delle poche migliaia di euro come massimale): senza questi provvedimenti, il pur grosso e indispensabile lavoro delle Forze dell’Ordine non riesce a essere totalmente incisivo. È inoltre necessaria una maggiore attenzione sul territorio, anche da parte dei cittadini, che possono effettuare segnalazioni degli illeciti alle Forze dell’Ordine oppure ad associazioni quali Legambiente o Libera.
Anche Pergolizzi ha posto l’accento sulla problematica della normativa carente: «L’impunità è pressoché garantita, la prescrizione è una costante», citando poi qualche esempio di sanzione ridicola, come i 26mila euro di pena massima per una discarica abusiva o i 6mila euro di ammenda con reclusione di quattro mesi per una partita di passata di pomodoro concentrata contraffatta, in realtà cinese.
«È un arcipelago infinito di autorità senza controllo»: anche il Comandante Stefani ha sottolineato la problematica delle sanzioni amministrative, soprattutto dal punto di vista delle competenze; tutti possono infatti essere per una minima parte autorità terze rispetto alle sanzioni amministrative, e molte di queste parti spesso non hanno alcuna competenza in merito, con la conseguenza dell’archiviazione dei verbali della Forestale, sotto la scusa del “non sapevamo”.
Per fortuna esistono dei buoni esempi a cui ispirarsi, tra le amministrazioni locali, che tengono sotto controllo questi settori a rischio (primo fra tutti quello delle grandi opere). Elemento determinante per una buona azione di sensibilizzazione e prevenzione è quindi l’implementazione e il rafforzamento delle buone pratiche attuate dalle Pubbliche Amministrazioni: è infatti dimostrato che dove si attuano buone pratiche, le infiltrazioni ecomafiose sono deboli. Le scelte politiche e strategiche giocano senza dubbio un ruolo importante nel contrasto di questa «economia cattiva che colpisce l’economia sana del nostro paese», come la definisce Pergolizzi.
Per agevolare le operazioni di monitoraggio e arginamento dei reati, Legambiente si sta rendendo disponibile all’istituzione di una commissione speciale antimafia a livello regionale (come proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino, Gian Carlo Caselli), mettendo a disposizione i dati di cui è in possesso e le sinergie da tempo consolidate sul territorio.

Un mercato che non conosce crisi
Antonio Pergolizzi ha dato un quadro generale sull’illegalità dei settori citati: a fronte del calo repentino di tutte le voci nel settore dell’edilizia si è assistito a un importante fronte di crescita dell’abusivismo (si è passati dal 9% del 2006 al 17% del 2013); la crisi ha fatto vacillare tutto il mercato legale, ma il  mercato nero “va alla grande”.
«È ormai la prassi taroccare le carte», ha fatto presente Pergolizzi: «le imprese manipolano i formulari per non sostenere i costi dello smaltimento dei rifiuti (solo per citare un esempio), costi questi che vengono inesorabilmente scaricati sulla comunità».
Il mercato nero dei rifiuti siderurgici chiede circa 100 €/tonnellata per lo smaltimento, tre volte meno rispetto al mercato legale, e il guadagno annuo di questo settore supera il milione di euro. I rifiuti non vengono però correttamente smaltiti, il più delle volte sono scaricati in strada.
Accanto ai settori fin qui discussi, bisogna fare attenzione anche a fenomeni meno palesi, quali il consumo di suolo e la corruzione: in fase di pianificazione territoriale, infatti, le pubbliche amministrazioni incappano a volte in questi circoli viziosi, favorendo l’interesse privato di clan mafiosi o comitati d’affari, a discapito dell’interesse della comunità.

Un luogo, tante storie
Il luogo per la conferenza stampa è stato scelto non certo a caso: il  Bar Italia Libera (situato in via Veglia 59, paradossalmente di fronte ad una caserma di polizia), citato nel Rapporto Ecomafia 2013 e inaugurato nel maggio di quest’anno, è un tipico esempio di bene sequestrato alla criminalità e restituito alla comunità.
Fino al 2011 il bar era di proprietà di Giuseppe Catalano, uno dei più potenti boss della ’ndrangheta torinese. Qui i clan si incontravano, qui venivano effettuate le scelte per la divisione degli appalti, qui avveniva il rito delle affiliazioni. Il bar è stato posto sotto sequestro durante l’Operazione Minotauro (è stato citato oltre 370 volte negli atti del processo), che ha messo in luce l’imponente infiltrazione mafiosa presente sul territorio piemontese e in cui Libera si è costituita parte civile. Durante l’operazione Minotauro sono stati effettuati sequestri nei confronti di 150 soggetti indagati, per un valore complessivo pari a circa 116 milioni di euro di beni.
La scelta di mantenere il vecchio nome -Bar Italia- non è casuale, come ha spiegato Maria Josè Fava, ma è un’aperta presa di posizione, un monito a non dimenticare, a non sottovalutare la situazione (come è stato fatto per l’omicidio per mano mafiosa del Procuratore della Repubblica di Torino Bruno Caccia, di cui è recentemente ricorso il trentesimo anniversario, il 26 giugno del 1983).
Il Bar Italia ha dimostrato un’evidenza che i difensori nel processo Minotauro stanno ancora cercando di negare: si vuole far passare l’idea (anche alcuni giornali ne hanno parlato) che in Piemonte non ci sia, né ci sia mai stata, un’organizzazione mafiosa strutturata, ma soltanto piccoli gruppi autonomi; il Bar Italia  è stato invece testimone della forte organizzazione, dell’autonomia dalla casa madre e quindi dell’entità dell’infiltrazione mafiosa in Piemonte.
Maria Josè Fava ha citato, per far capire l’importanza del luogo e della situazione, le parole del Pubblico Ministero Roberto Sparagna: «Questo che si sta celebrando è uno dei processi più importanti nella lotta alla ‘ndrangheta». E lo stesso boss Catalano, in un’intercettazione, si è reso conto del peso dell’operazione: «Mi spiace perché hanno scoperto quello che ero, quello che era e quello che è (la ‘ndrangheta, nda)».
La Procura ha chiesto oltre sette secoli di condanna. Gli esiti del processo arriveranno probabilmente verso fine anno, ma in particolare questa fase sta mettendo in evidenza un forte legame con i reati ambientali perpetrati in Piemonte, primi fra tutti quelli inerenti il ciclo del cemento.

Il ruolo fondamentale del Corpo Forestale dello Stato
Il Comandante Alessandra Stefani ha spiegato come il Rapporto Ecomafia 2013 mostri l’incidenza del lavoro del Corpo Forestale dello Stato: il 44% degli illeciti è infatti assicurato proprio da questo ordine, nonostante sia molto più piccolo rispetto agli altri presenti sul territorio italiano. Si contano infatti 9mila forestali in totale, contro un minimo di 60mila per ogni altro ordine; in particolare nel nord-ovest (Piemonte, Liguria, Lombardia) sono presenti sul territorio in percentuali molto minori rispetto al resto d’Italia, ma con la stessa percentuale di illeciti individuati, specie facendo riferimento alla vastità del territorio interessato.
Il Corpo Forestale collabora ormai continuativamente da un anno con la Procura piemontese e ha avviato finora dei progetti in ambito di smaltimento errato dei rifiuti urbani.
Il Comandante Stefani ha ricordato che è necessaria una particolare attenzione ai luoghi più improbabili: è infatti nei piccoli comuni che si riscontrano i più gravi illeciti, tra cui l’interramento illegale di rifiuti o l’abusivismo edilizio in luoghi naturali come i boschi. Nei piccoli comuni è più facile delinquere, perché si pensa di essere soggetti a meno controlli. La maggiore concentrazione di reati la si riscontra infatti nei territori di confine regionale, in cui è più difficile per le forze dell’ordine intervenire, a causa di banali conflitti di competenza.
«Un sacchetto di immondizia presto si trasforma in una discarica: l’occhio del cittadino ben presto si abitua, e non deplora più. L’obiettivo è colpire il sacchetto, per evitare che si trasformi in discarica», conclude il Comandante Stefani.

Quando la legge non collabora
A fine dibattito ha fatto il suo intervento Stefano Bechis, presidente di WWF Italia per il Piemonte-Valle d’Aosta, presente tra il pubblico, ponendo all’attenzione sulla recentissima disposizione legislativa del Governo italiano, che prevede il risarcimento dei danni ambientali solo per chi ne ha le facoltà economiche, andando apertamente contro le direttive comunitarie secondo cui inquinare è un reato e chi inquina deve pagare: il dibattito rimane aperto, ma il disappunto tra i presenti è palese… giusto a proposito di collaborazione legislativa.

15 luglio 2013
Veronica Ottria

eco 2

Profilo di servizio

eco 2 has 598 posts and counting. See all posts by eco 2

Parliamone ;-)