Marcello Barbanera
Relitti riletti
Bollati Boringhieri, 2009, 75 euro
Il volume raccoglie i contributi del convegno omonimo tenutosi a Roma nel 2007, in cui uno spazio significativo è stato dedicato al tema della rovine, con l’intento di capire, attraverso lo studio delle tracce del nostro passato, una parte importante di noi stessi. Com’erano osservati e vissuti i reperti dell’antichità prima che l’archeologia diventasse scienza? Come considerare oggi le rovine con il loro potente alone metaforico? Fino a che punto è lecito alterare lo stato di una rovina per conservarla?
Secondo Freud “le rovine come l’inconscio è bene siano riportate in superficie”; ciò, tuttavia, deve avvenire in corpi urbani sani, altrimenti si scateneranno spettri da cui non si è più capaci di liberarsi. Il compito dell’archeologia moderna dovrebbe essere quello di enfatizzare la potenza significante delle rovine (allegoria ambigua della memoria e dell’oblio, della vita e della morte, della decadenza e della rinascita), trovando una via di mezzo tra la reverenza allo spirito dell’epoca e la sterilizzazione culturale derivante da una gestione che ne fa meri feticci di un’antichità artificiale.
Alla luce dei molteplici rischi di snaturamento, lo sforzo deve essere teso a rendere le rovine intelligibili ai visitatori, mantenendone il valore emozionale, simbolico, culturale, paesaggistico, tenendo conto del passato e del futuro e definendo il messaggio che devono trasmettere. In quest’ottica il restauro diventa, da intervento invasivo che distrugge il contesto culturale in cui la rovina è inserita ormai da secoli, un blando antidoto alla sua decadenza.
Giulia Maringoni
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