Terremoti: le colpe di una Italia che deve reinvestire sul territorio

L’annuale Rapporto dell’ISTAT per il 2012 su La situazione del Paese, tra le numerose altre cose, si occupa de La dispersione insediativa e il consumo di suolo. Lo fa nel capitolo 4 dove si legge che “La dispersione insediativa che si è progressivamente andata affermando come forma di urbanizzazione prevalente nel nostro Paese rappresenta un modello poco sostenibile dal punto di vista ambientale ed economico.”

Ciò perché questa tendenza produce un consumo di spazio che viene sottratto ad altri usi e vocazioni (non ultime quelle naturali o agricole) e, “dal punto di vista della qualità della vita dei cittadini, riduce l’accessibilità individuale ai servizi e alle opportunità offerte da centri urbani di medio-grandi dimensioni.” Non solo, ma di non minore gravità, comporta il depauperamento delle valenze paesaggistiche dei luoghi, “compromettendone i caratteri storici tradizionali e inducendo un progressivo scollamento del radicamento culturale delle persone rispetto ai luoghi che abitano.”

Troppo e male, un primato negativo in Europa

Insomma, in Italia si costruisce troppo, dovunque e, spesso, male sia dal punto di vista estetico sia, peggio, dal punto di vista statico.
I dati dell’Istat parlano chiaro: in Italia l’estensione della superficie abitata è di circa 20.300 kmq, pari al 6,7% della superficie nazionale. E l’incremento è stato molto rapido negli ultimi dieci anni nel corso dei quali la superficie urbanizzata è aumentata di oltre 1.600 kmq, al ritmo, cioè, di circa 45 ettari al giorno. È per questo motivo e con questi ritmi che l’Italia è diventata il Paese con il maggior consumo di suolo d’Europa.
Il fenomeno è rilevabile soprattutto nelle aree nelle quali l’urbanizzazione era già rilevante come, ad esempio, la Lombardia, dove la superficie urbanizzata è di poco meno del 13% del territorio nazionale. Ma la preoccupazione è giustificata ancor più se si riflette sul fatto che regioni di minore urbanizzazione, come Basilicata e Molise, negli ultimi dieci anni hanno fortemente ampliato la superficie urbanizzata: rispettivamente del 19 e del 17%.
C’è motivo di preoccupazione perché il coinvolgimento anche di queste regioni potrebbe portare al progressivo snaturamento di quei territori ancora ben preservati al depauperamento delle loro valenze, soprattutto in termini ambientali e paesaggistici. È, infatti, innanzitutto il paesaggio a risentirne negativamente perché l’urbanizzazione non controllata né pianificata devasta non solo le coste con il dilagare delle seconde case, ma si espande anche nei comuni interni coinvolgendo le aree attualmente “libere”. Insomma il suolo urbanizzato sta crescendo tanto da saturare lo spazio disponibile realizzando una vera e propria “colonizzazione” progressiva degli spazi. È, in buona parte, il risultato dello sprawling, cioè della tendenza alla urbanizzazione “lineare” del territorio.

Un territorio ferito e vulnerabile di fronte ai disastri naturali

La qualità del paesaggio ne risente anche perché l’urbanizzazione nella sua componente residenziale continua a rivolgersi alle nuove costruzioni trascurando l’importante possibilità di ristrutturare l’esistente costituito da un patrimonio edilizio in buona parte abbandonato.
Dicevo che si costruisce dovunque e spesso male.
Questo è il motivo di una ancor più allarmante preoccupazione perché ulteriormente indebolisce un territorio già fragile come quello italiano. Vale a dire che lo rende più vulnerabile rispetto al manifestarsi dei fenomeni che ricorrentemente si abbattono sul nostro territorio: alluvioni, frane, terremoti. È evidente che più il territorio è urbanizzato e popolato, maggiore è la sua vulnerabilità e maggiore è il rischio di vittime e danni materiali. Danni e vittime che inesorabilmente, ma non inevitabilmente, si registrano in Italia con sconfortante regolarità.

Clini: “Reinvestire su un territorio fragile”

Lo ha constatato anche il ministro dell’ambiente Corrado Clini in una lunga lettera al “corriere della sera” (Rischio sismico e idrogeologico. Torniamo a investire sul territorio, 28 marzo 2012). E ha sottolineato quanto poco si fa per prevenire: “Pur potendo disporre di serie storiche che danno evidenza della fragilità del territorio, poco e nulla si è fatto per prevenire e per farlo in una dimensione sistemica. Questo ragionamento naturalmente non vale solo per i terremoti ma anche per le alluvioni e i fenomeni meteorologici estremi. Rischio sismico e dissesto idrogeologico sono due facce della stessa medaglia.”
Senza andare indietro nel tempo basta rivolgere il ricordo a quanto accaduto alla fine del 2011 con le alluvioni nelle Cinque terre e Genova e a maggio 2012, con il terremoto in Emilia.
Per evitare quei morti e quegli irreparabili danni si sarebbero dovute orientare da tempo politiche e misure per la protezione delle zone più vulnerabili. Ma, come ha rilevato ancora il Ministro, “Purtroppo quello che è stato fatto, come per le aree a rischio sismico, è poco e frammentario, sempre condizionato da programmi e visioni di breve periodo che hanno privilegiato la logica dell`emergenza gestita con poteri «straordinari» a quella della programmazione degli usi del territorio sostenuta dalla responsabilità del governo ordinario.”

Dal rattoppo alla prevenzione

Un’affermazione grave la cui rispondenza alla situazione italiana è sotto gli occhi di tutti. Tanto più importante dal momento che è stata fatta da un ministro dell’ambiente che in quel dicastero ha ricoperto per anni il ruolo di direttore generale. Dunque ci sarebbe da aspettarsi che, di conseguenza, le politiche dell’ambiente e del territorio non siano più, come da anni le definisco, “politiche del rattoppo”, ma diventino politiche di prevenzione.
Verosimilmente non sarà così: basta scorrere l’elenco delle “grandi opere” che il Governo si propone di realizzare o portare a compimento per rendersi conto che non un euro è destinato alla più grande delle opere pubbliche – veramente pubbliche perché di pubblica utilità – che consiste nella messa in sicurezza del territorio.

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UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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