Salvaguardia ambientale e riscoperta del passato

Giorgio Reali: chi non lo conosce potrebbe scambiarlo per Beppe Grillo o per Francesco Guccini, avendo in comune con entrambi la fisionomia e l’estro. Eppure chi ha letto i suoi libri sa che ha venduto più di 40.000 copie con Salani Editore e chi è stato a Milano alla Fabbrica del Vapore ha conosciuto la sua “Accedemia del Gioco Dimenticato”. Una grande sala dove regna il caos e le sue creazioni ti lasciano a bocca aperta. Sì, perché mentre ci cammini potresti imbatterti in un robot fatto di tappi, in una chitarra di sughero o in un biliardino di cartone.

L’Accademia insegna un’arte, appunto, dimenticata: quella dei giochi più semplici e più divertenti, che si ottengono riciclando ogni sorta di materiale.

Plastica, carta, sughero, alluminio, vetro…qualsiasi cosa nelle mani di Giorgio diventa parte di un gioco, di una creazione capace di incantare e far sognare i bambini e, contemporaneamente, di salvare l’ambiente.

Come nasce una simile passione?

«Ho avuto da sempre la passione per il gioco creativo e, come dico spesso, con i bambini conta l’esempio: avevo uno zio, sordomuto, che faceva animazione in parrocchia S. Maria Assunta a Merano, era un calzolaio ma anche una sorta di Archimede dei giochi. Andavo nel suo laboratorio quando costruiva i giochi con legno, stoffe e barattoli.
Ogni tanto si assentava per fare dei corsi di artigianato a Trento e io, che avevo dieci anni, costruivo i giochi insieme ai miei coetanei. Prevalentemente giochi con materiale che si trovava in giro, senza doverlo acquistare, come tappi, legni, frutti idonei come palline del platano o castagne matte: un classico era raccogliere lungo il fiume dei rami, fare una pista delle biglie ( con le castagne matte che spesso sono perfettamente tonde cosa che non accade con quelle “buone”) poi le fascine di legna le portavamo ai vecchi (allora c’erano ancora le stufe a legna..). Con i barattoli facevamo invece la gara di castello. Si facevano delle palle di carta con i giornali vecchi e avanzi di spago che ci dava il giornalaio, poi si faceva un cerchio a terra e si posizionavano al suo interno delle scatolette vuote: lo scopo era colpirle con le palline e buttarle fuori dal cerchio».

Oltre al fatto che sono costituiti da materiali riciclati, in che modo questi giochi possono essere definiti sostenibili?

«La grande utilità è che sono tutti giochi senza uso di batterie, stimolano la creatività dei bambini e in alcuni casi fanno anche fare un sacco di esercizio fisico in quanto ad esempio nel gioco del castello si corre come matti. Altro aspetto importante è l’assenza di classi sociali fra i bambini: tutti giocano con le stesse cose e non c’è chi ha l’ultima versione del Nintendo».

In poche parole salvare l’ambiente azzerando le differenze di classe e riscoprendo i valori. Come ha portato quest’attività sul territorio?

«Ho organizzato molti eventi con i Comuni, il più classico sono le “Monelliadi”, dove le classi del paese si sfidano ad una sorta di “giochi senza frontiere” sorteggiando di volta in volta a quale dei 30 giochi giocare. Questo li costringe a conoscerli tutti!
Altro progetto interessante è quello di “Ludoclasse”, fatto in 80 diverse città, fra cui Sesto san Giovanni. Si tratta di costruire con una classe il kit base: “35 giochi del mondo”. A Milano metà delle scuole elementari hanno almeno il 30 di bambini figli di immigrati».

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