Clima e giustizia sociale

Giustizia ambientale e cambiamenti climatici: un convegno ricorda che l’impatto più grave ricade sui più deboli e i più poveri del mondo

Pier Luigi Cavalchini

«La conferenza internazionale di Parigi del prossimo dicembre sarà un passaggio delicato per raggiungere un accordo internazionale necessario per affrontare la crisi climatica. Questa crisi colpisce tutti ma ha effetti ben più gravi per quanti sono più vulnerabili e più esposti: i più deboli e i più poveri in tutto il mondo». Questo l’incipit al meeting internazionale “Giustizia ambientale e cambiamenti climatici” che si è tenuto all’Istituto Patristico Augustinianum di Roma nei giorni 10 e 11 settembre 2015. Le parole virgolettate sono tratte direttamente dalla relazione di Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – e già Ministro dell’Ambiente con il primo Governo Prodi. Un intervento appassionato, il suo, pieno di dati e di “segnalazioni di pericolo” che, sostanzialmente auspica un cambiamento di atteggiamento dei singoli nei loro approcci quotidiani anche alle più piccole cose. Chiarificatrice la sua citazione della recente enciclica di Papa Francesco, di cui va a riprendere la critica all'”uomo dominatore, consumatore, e sfruttatore”. Anzi, citando l’originale (“Laudato sì…”): «[…] senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati.». 

D’altra parte in questo spirito, tra il preoccupato e lo stimolante, si è mosso tutto l’insieme del pomeriggio di approfondimento con un giusto mix di dati aggiornati sul degrado in corso e concrete possibilità di intervento. La giornata dell’11 è stata dedicata invece alla preparazione ed alla realizzazione dell’incontro con il pontefice.

Necessaria più generosità

«In troppi vorrebbero che fossero altri a fare di più, in pochi sembrano disposti ad atti di generosità e di giustizia ambientale, a farsi realmente carico della mitigazione degli impatti globali di questa crisi climatica.» È di nuovo Edo Ronchi che parla, facendo un accorato appello ai potenti della Terra, a coloro i quali tutto possono ma che – evidentemente – hanno sbagliato qualcosa nel passato recente e remoto.

Tutti gli interventi contenuti in due sessioni, di esperti e autorità hanno riportato l’attenzione sulla drammatica situazione che sta portando il pianeta alla quasi autodistruzione. Parola pesante, quest’ultima, che non sarebbe di certo piaciuta al già Ministro della Repubblica Enrico Giovannini, ben conscio del peggioramento globale in atto, ma anche ben consapevole dell’inutilità di una continua denuncia – specie se con termini e contenuti catastrofisti – che proprio perché continua e martellante sta portando i popoli all’assuefazione. Quasi a un’accettazione necessaria di rischi e condizioni non ottimali, pena la perdita dei privilegi attuali. Ecco, forse proprio dalla relazione più empatica (in fluente inglese con abbondanti “let’s go boys” e “everybody for the decarbonization”) si può partire per capire meglio l’entità del problema e, quindi, il peso dell’appello – poi ripreso in tutta la sua complessità da Padre Augusto Chendi – a un cambiamento vero.

Giovannini e, sostanzialmente, anche l’attuale Ministro Gian Luca Galletti ci propongono uno schema di intervento che si può riassumere in tre punti cardine: sostenibilità naturale, sostenibilità istituzionale e sostenibilità economica.

La sostenibilità e i diritti della natura in Costituzione?

Al di fuori di questi il nulla o il “bla-bla” che abbiamo sentito per troppi anni. Per la parte istituzionale, per esempio, viene proposto l’inserimento nella Costituzione dei concetti di “sostenibilità” e di “personalità giuridica a tutti gli effetti degli ambienti naturali” con definizioni di vincoli e incentivi opportuni al fine di favorire un reale cambiamento. Come pure non può essere sottovalutato l’aspetto economico di tutta la questione: «A quando un pronunciamento netto – con conseguenti stanziamenti – della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale in linea con quanto previsto da una scienza moderna e importante come la green economy?», come ha affermato nel suo intervento Jeffrey Sachs, che in questo modo va a completare il ragionamento svolto da Galletti e Giovannini.

Negli interventi di Ismail Gizouli e di Nicholas Stern si arriva a una definizione di ciò che deve essere incentivato e quanto invece deve essere duramente avversato. Sembra l’uovo di Colombo ma provate voi a spiegarlo a chi ha già impostato la sua economia in tutt’altro modo: «Chiediamo a gran voce un fondo ONU di dieci miliardi entro un anno per combattere la povertà all’origine, incentivi ai programmi di aiuto contro la fame, per la massima diffusione delle terapie mediche, incentivi per la salvaguardia di foreste, acque interne e mari, netta penalizzazione per le energie di fonte fossile (dal carbone ai derivati del petrolio, senza dimenticare il gas, risorsa anch’essa non più rinnovabile), corrette politiche di gestione dei rifiuti con tendenza alla “produzione zero”, corrette politiche energetiche con solare e vento ai primi posti nelle operazioni da finanziare».

Qualcuno ne è capace?… se sì, si faccia avanti e subito. Solo dopo questa trasformazione di fondo del quadro di insieme verranno le considerazioni sull’inquinamento pericoloso dell’aria di città e campagne cinesi, i dati sui quattro o cinque milioni di morti annui, a livello mondiale, riconducibili a problematiche di alterazione dell’ambiente; solo dopo queste “innovazioni strutturali” verranno i dati perennemente in crescita delle concentrazioni di CO2, particolati, composti azotati, ozono. Non che questo non conti… anzi sono proprio i numeri nella loro durezza a far mutare orientamento ai più riottosi; solo che continuando a ricordare che il tale intervento non è servito, quest’altro ha causato peggioramenti e che quello ha addirittura moltiplicato effetti nefasti sul corpo umano e sull’ambiente, non si fa altro che favorire chi non vuole cambiare nulla.

Le contraddizioni delle ricette

Resta da chiarire la parola magica “decarbonization”, cioè l’abbandono progressivo di tutte le fonti (soprattutto energetiche e per l’autotrazione) che in qualche modo vanno ad aumentare il quoziente di CO2 presente in atmosfera, con le conseguenti catastrofi climatiche che tutti abbiamo imparato a conoscere, anche a casa nostra. Bene… secondo uno dei grafici proposti da Jeffrey Sachs, per restare entro il fatidico parametro del “massimo di due gradi di incremento del riscaldamento globale del pianeta” (1) si deve arrivare ad azzerare tutte le fonti fossili, dal carbone a tutti gli idrocarburi, anche gassosi, potenziando idroelettrico e geotermico (per quanto si può) e soprattutto utilizzando le due carte vincenti del futuro: il vento e il sole. Un solo piccolo problema (…molto grande per alcuni dei presenti in sala tra cui Massimo Scalia e Paolo degli Espinosa, da sempre contrari all’utilizzo dell’energia nucleare): in uno squillante azzurro – evidentissimo nelle slides – si ha anche una forte previsione in aumento dell’energia prodotta dalla fissione nucleare con un quasi raddoppiamento della potenza mondiale entro il 2100. E questo proprio quando poco prima, e lo ha fatto magistralmente sir Nicholas Stern (2), veniva descritto l’inganno connesso all’utilizzo del carbone, con un prezzo estremamente basso per tonnellata che andrebbe moltiplicato per sei (quindi pari a 300 dollari contro i 50 attuali) se fosse fatto un conteggio globale (cioè con costi indotti dallo scavo, ai filtri di depurazione, fino allo stoccaggio delle scorie) e non come viene fatto di solito.

Ovviamente secondo questo – correttissimo – modus operandi ci sarebbe ben poco margine di manovra per la produzione da fissione nucleare controllata: le spese di ricerca/scavo/trattamento iniziale e, soprattutto, quelle di conferimento finali sarebbero in ogni caso proibitive… È stato un errore, forse una distrazione…? Beh c’e’ da dire che la posizione di Sachs è nota:

«Combating climate change will require an expansion of nuclear power, respected economist Jeffrey Sachs said (…). Prof Sachs said atomic energy was needed because it provided a low-carbon source of power, while renewable energy was not making up enough of the world’s energy mix and new technologies such as carbon capture and storage were not progressing fast enough.

But Sachs, director of the Earth Institute and professor of sustainable development at Columbia University in the US, said the world had no choice because the threat of climate change had grown so grave. He said greenhouse gas emissions, which have continued to rise despite the financial crisis and deep recession in the developed world, were “nowhere near” falling to the level that would be needed to avert dangerous climate change». (3)

Aspettando Parigi…

Per cui, a fronte della stringente considerazione secondo la quale, data l’emergenza del momento, la necessità di fare in fretta per tornare entro parametri compatibili “con il respiro della Terra”, pur di eliminare l’uso di carbone e idrocarburi ci si può anche rivolgere – temporaneamente – al nucleare di fissione. Opinione che, ovviamente, non trova favore nel mondo ambientalista di ieri e di oggi, di qua e di là dall’Oceano… ma, evidentemente, il prof. Sachs tira dritto per la sua strada e riesce a piazzare due o tre diapos discutibili senza suscitare scalpore.

Ma non era quella la sede per reiterare le divergenze di trenta–quarant’anni di carriera universitaria, combattute tramite trattati o in dibattiti al calor bianco (per esempio tra lo stesso Sachs e Stern, oppure con il “magister” Ronchi). Qui lo spirito, come si diceva prima, era differente e tutto teso a trovare, approfondire e fornire soluzioni valide alla politica e all’economia, perché – riprendendo Sachs – «il mondo non ha possibilità di scelta a causa dell’estensione e della velocità degli effetti negativi legati ai cambiamenti climatici».

A questo punto non resta che guardare, “abbastanza” fiduciosi a Parigi ….

I relatori

Raimondo ORSINI, Direttore – Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile
Gian Luca GALLETTI – Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare
Edo RONCHI – Presidente – Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile
Ismail A.R. EL GIZOULI – Acting Chair, IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)
Nicholas STERN – Presidente – Grantham Research Institute
Lamia KAMAL CHAOUI – Senior Advisor, Segretario Generale , OECD
Jeffrey SACHS – Direttore – Earth Institute, Columbia University
Jose’ Maria VERA VILLACIAN – Director Executivo – OXFAM Intermon
Enrico GIOVANNINI – Co-Presidente – “Independent Expert Advisory Group on the Data Revolution for Sustainable Development”, ONU
Padre Augusto CHENDI – Sottosegretario – Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari

Note

(1) Questo è l’obiettivo fondamentale che si prefigge la prossima assise di Parigi (n.d.r.)
(2)  Nicholas Stern, Climate and economic crises can be tackled jointly, Wind Directions (EWEA).
(3) The Guardian, 3 maggio 2012.

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