Poesia, natura e tecnologia

 Caffè filosofico N. 3 – Arte ed estetica in Marx

Continua la rubrica di Tiziana Carena dedicata alla filosofia, con un occhio particolare all’idea di natura, al principio di responsabilità e in genere a quanto nella filosofia ci può essere di aiuto nel (difficile) cammino verso la sostenibilità. La prima puntata è stata dedicata a Fichte e al “soggetto trascendentale” o “spirito” come principio assoluto della realtà. La seconda al romanticismo tedesco.

Questa terza riflessione introduce alle letture dei classici. Assaporiamone il gusto, l’atmosfera: l’ambiente sociale stimola le forme della fantasia artistica e l’arte è inevitabilmente legata all’ambiente sociale; difficile, dunque, determinare la priorità dell’arte o dell’ambiente sociale, posto che l’arte antica riesce ad attrarre noi che apparteniamo a un contesto sociale del tutto diverso. O, ancora, sarebbe surreale pensare che la scapigliatura milanese o i “poeti maledetti” fossero solo influenzati dal loro ambiente sociale (Baudelaire, senza Parigi, non sarebbe un poeta maledetto)……

«Che ne è di Vulcano di fronte a Roberts &Co., di Giove di fronte ai parafulmini, e di Ermes di fronte al Crédit Mobilier?

Ogni mitologia vince, domina e plasma le forze della natura nell’immaginazione e per mezzo dell’immaginazione; svanisce quindi con il dominio reale su quelle forze. Cosa diviene la Fama accanto a Printinghouse square (sede storica del Times)? L’arte greca presuppone la mitologia greca, e cioè la natura e le forme sociali stesse già elaborate in modo inconsapevolmente artistico dalla fantasia popolare. Questo è il suo materiale. Non una qualsiasi mitologia, cioè non una qualsiasi elaborazione inconsapevolmente artistica della natura (ivi compreso tutto ciò che è oggettivo, quindi anche la società). La mitologia egiziana non poté mai essere il terreno o il grembo dell’arte greca. Ma doveva comunque esserci una mitologia. Dunque in nessun caso uno sviluppo della società che escluda ogni rapporto mitologico con la natura, ogni rapporto mitologizzante con essa; che quindi esiga dall’artista una fantasia indipendente dalla mitologia.

Achille e la polvere da sparo

D’altra parte: Achille è possibile con la polvere da sparo e il piombo? O, in generale, l’Iliade con il torchio e addirittura con la macchina da stampa? Con l’apparire del torchietto da stampa non scompaiono necessariamente il canto, la leggenda e la musa, cioè le condizioni necessarie della poesia epica?

Ma la difficoltà non consiste nel comprendere che l’arte e l’epos greci sono connessi con determinate forme di sviluppo sociale. La difficoltà sta nel fatto che essi suscitano tuttora in noi un godimento artistico e in un certo senso sono ancora considerati norma e modelli ineguagliabili.

Un uomo non può ridiventar bambino, pena altrimenti il suo rimbambimento. Ma l’ingenuità del bambino non lo rallegra forse, ed egli stesso non deve tendere a riprodurne a un livello più elevato la verità? Nella natura infantile il carattere proprio di ogni epoca non rivive forse nella sua verità naturale? E perché l’infanzia storica dell’umanità, là dove si è dispiegata nel modo più bello, non dovrebbe esercitare un fascino eterno come stadio destinato a mai più ritornare?».

(Karl Marx, Introduzione del 1857 a Per la critica dell’economia politica, 1859)

Karl Marx: domande e risposte

Dopo che abbiamo assaporato questo brano, vediamo che cosa ci ha lasciato Marx:

  1. D.: Quali sono i principali modelli teorici cui si ispira Marx?

R.: Per l’etica: la dottrina della felicità di Epicuro; per l’economia: la dottrina “classica” sviluppata da Adam Smith (Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, 1776) e David Ricardo (Principi di economia politica e di tassazione, 1817), per la filosofia: la dialettica di Hegel vista attraverso la critica che ne aveva fatto Ludwig Feuerbach nella Essenza del cristianesimo (1841); per lo studio della società: Il contratto sociale di Rousseau, la critica del denaro di Moses Hess (Sull’essenza del denaro), il socialismo utopistico inglese (Robert Owen) e francese (Etienne Cabet, Pierre-Joseph Proudhon, Charles Fourier); per la politica: l’interpretazione che del Contratto sociale di Rousseau hanno dato Robespierre e Saint-Just, i capi carismatici della fase repubblicana della Rivoluzione francese, tra il 1792 e il 1794.

  1. D.: Che cos’è il lavoro alienato, secondo Marx?

R.: L’uomo si differenzia dagli altri animali perché produce e riproduce le basi della propria vita materiale, cioè perché lavora. L’uomo dispone di una razionalità qualitativamente superiore a quella degli animali che, infatti, può utilizzare anche per la conoscenza fine a sé stessa, non soltanto per la conoscenza finalizzata alla invenzione di nuove tecniche produttive per vivere e per vivere bene. Marx esprime questa particolarità umana affermando che l’uomo è un soggetto vòlto tanto alla teoria, quanto alla prassi. L’uomo realizza la propria essenza nel lavoro: al principio della storia umana la collettività è proprietaria del mezzi per produrre beni; poi lo sono i singoli artigiani; con lo sviluppo dell’economia capitalistica vengono a crearsi due classi sociali: quella dei proprietari dei mezzi di produzione e quella dei proprietari della propria forza lavorativa. Nel XVI secolo, infatti, le terre comuni o proprietà collettive vengono privatizzate con la forza (enclosures in Inghilterra, a esempio) e lo sviluppo delle manifatture prima e dell’industrializzazione, poi, produce una grande massa di soggetti che non possono vivere di coltivazione dei campi (che non possiedono più) o di lavoro artigianale (che rende sempre di meno). Ex-contadini ed ex-artigiani diventano operai di fabbrica. Nasce, così, il proletariato industriale, assieme al fenomeno dell’urbanizzazione.

Il lavoro alienato

Nel lavoro di fabbrica, che dura fino alle 12-14 ore al giorno, nella prima fase dell’industrializzazione, e che è legato ad assunzioni di lavoratori giornaliere o, comunque, a tempo determinato assai ristretto e dipendente dalle esigenze del momento, l’uomo che lavora non realizza la propria essenza umana. Dal lavoro, infatti, egli trae appena quello che gli serve per sopravvivere – sopravvivenza messa a rischio dalla precarietà del lavoro; nel tempo libero dal lavoro, il lavoratore non può svolgere nient’altro che le funzioni che ha in comune con gli altri animali: nutrirsi, dormire, riprodursi. La sua umanità, così, è abbassata alla pura animalità. Quello che lo riduce a pura animalità è il lavoro alienato, il lavoro che non realizza la essenza umana – che è aspirazione al conoscere e alla bellezza, tanto quanto alla produzione della vita materiale – ma la distrugge. Lavoro alienato: dal lat. alienare verbo tecnico in uso nel diritto romano che significa “vendere”, cioè privarsi di qualche cosa che ci appartiene.

Questa condizione di alienazione non è naturale, ma è dovuta a un ordinamento economico e sociale della produzione e della commercializzazione dei beni che si è formata storicamente e che può essere eliminata storicamente. Marx è convinto che un ordinamento economico-sociale basato sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione (terre, industrie, banche) sia in grado di realizzare pienamente l’essenza dell’uomo: a ciascuno, in questo ordinamento, sarà dato quello di cui ha bisogno, e ciascuno lavorerà per la collettività (e quindi anche per sé stesso) secondo le proprie capacità. Questo ordinamento si sta preparando attraverso la lotta di classe dei lavoratori contro i capitalisti.

  1. D.: Che cos’è il materialismo storico?

R.: Il materialismo storico è la dottrina filosofica della storia elaborata da Marx (e dal suo collaboratore Friedrich Engels).

Ecco com’egli stesso la descrive: «Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore dei miei studi può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono determinate forme della coscienza. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.» (K. Marx, Per la critica dell’economia politica, 1859, prefazione).

  1. D.: La filosofia come prassi e il compito della filosofia.

R.: I testi più importanti in cui Marx tratta questi temi sono: Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione (1844) e Tesi su Feuerbach (1845).

Marx ritiene che il significato della filosofia moderna sia di avere portato alla luce il principio della uguale dignità morale di tutti gli esseri umani (indipendentemente dal sesso di appartenenza, dalla razza di appartenenza, dal credo religioso professato, dalla classe sociale di appartenenza) e che la rivoluzione francese sia stata un evento non soltanto economico e politico, ma filosofico, perché essa ha tentato di istituire uno Stato basato sul principio della uguale dignità di tutti gli esseri umani di fronte alla legge emanata dai rappresentanti della collettività stessa. Proprio la rivoluzione francese ci insegna che il compito fondamentale della filosofia è la realizzazione dei suoi contenuti morali attraverso strutture politiche fondate sulla libertà di tutti, sull’uguaglianza e sulla fraternità (o solidarietà) di tutti gli esseri umani. Ma eliminata la disuguaglianza della società nobiliare, si è sviluppata, con l’economia capitalistica, la disuguaglianza sociale che impedisce a molti di valersi dell’uguaglianza giuridica conquistata con la rivoluzione francese (i cui effetti si estesero a tutte le società europee in seguito alle conquiste napoleoniche). Il compito della filosofia è distruggere questo ordinamento economico-sociale per realizzare la piena uguaglianza nella dignità morale di ogni uomo attraverso il comunismo. Nelle Tesi su Feuerbach leggiamo, infatti: «I filosofi, sino a ora, hanno soltanto interpretato in modo diverso il mondo; ma ora si tratta di trasformarlo». La filosofia è la base della prassi politica che deve creare un mondo nuovo.

L’utopia della rivoluzione sociale

  1. D.: Le classi sociali

R.: Marx ed Engels, nel Manifesto del Partito comunista (1848), scrivono: «La storia dell’umanità è storia delle lotte di classe». Come Marx stesso ha riconosciuto, che la società capitalistica sia divisa in classi in conflitto fra di loro è già stato affermato da Adam Smith e da David Ricardo. Gli uomini appartengono a una classe sociale in base al ruolo che essi svolgono nel processo di produzione della ricchezza sociale. I ruoli sono due: o proprietari dei mezzi di produzione della ricchezza sociale, oppure proprietari della propria forza lavorativa; “borghesi” sono denominati i primi (sulla base dell’esperienza della Rivoluzione francese), “proletari” sono denominati i secondi (il termine è tratto dal diritto romano e dalla storiografia romana e indicava, in Roma antica, coloro che avevano come unica fonte di sostentamento le braccia da lavoro della “prole”, cioè dei figli e delle figlie). Già Smith e Ricardo avevano sottolineato che gli interessi delle classi sono costante conflitto: i capitalisti hanno tutto l’interesse a pagare il meno possibile i lavoratori per aumentare i profitti, i lavoratori hanno tutto l’interesse a farsi pagare di più per aumentare il margine della loro sopravvivenza. Di qui il conflitto costante (lotta di classe), come già per Smith e Ricardo. Marx ed Engels, però, sono convinti che lo sviluppo dell’economia capitalistica porti alla crisi dell’economia capitalistica stessa, crisi dalla quale si esce soltanto con una rivoluzione sociale, organizzata dal Partito dei lavoratori (il Partito comunista), con la quale i proletari si impadroniscono dei mezzi di produzione, li trasformano in proprietà di tutti e, in questo modo, eliminano l’esistenza delle classi sociali stesse (con l’eliminazione della proprietà privata dei mezzi di produzione).

  1. D.: Marx e la “Sinistra hegeliana”

R.: Hegel aveva sostenuto la piena coincidenza di realtà e razionalità e, quindi, la completa realizzazione, attraverso la storia, della razionalità nei rapporti umani attraverso la forma dello Stato (che è sintesi di autorità e di libertà). Alla morte di Hegel, tra i suoi discepoli, si crearono due schieramenti denominati “Destra hegeliana” (o “Vecchi hegeliani) e “Sinistra hegeliana” (o “Giovani hegeliani”). Queste denominazioni derivano dalla divisione interna al parlamento rivoluzionario francese del 1789-92 fra radicali (“Sinistra”) e moderati (“Destra”).

Per la “Destra hegeliana” lo Stato prussiano rappresentava perfettamente la coincidenza di realtà e di razionalità, di ordine e di libertà e l’uguaglianza dei diritti. Per la “Sinistra hegeliana”, invece, lo Stato prussiano era totalmente irrazionali, totalmente rivolto alla tutela degli interessi dei nobili e dei più ricchi, fondato sulla contraddizione fra un diritto che riconosceva (limitatamente) i diritti di cittadinanza e la realtà concreta che li negava alle classi più basse.

Inoltre, per la “Destra hegeliana” vi era piena coincidenza fra filosofia e religione, mentre per la “Sinistra hegeliana” lo sviluppo della filosofia doveva cancellare progressivamente la religione e sostituire a essa la filosofia. Uno dei maggiori esponenti della “Sinistra hegeliana” fu Ludwig Feuerbach il cui principio “È l’uomo che crea Dio, non è Dio che crea l’uomo” espresso in L’essenza del Cristianesimo (1841) è la sintesi estrema della posizioni della “Sinistra hegeliana.” Di qui deriva la famosa tesi di Marx secondo la quale la religione – in particolare quella cristiana – è la realizzazione in chiave simbolica e fantastica dei desideri terreni, concreti, dell’uomo, e la consolazione immaginaria delle sofferenze reali che l’uomo subisce quotidianamente nella vita lavorativa: “la religione è l’oppio del popolo” (ricordare che, al tempo in cui Marx scriveva, in medicina si usava comunemente l’oppio in funzione analgesica, antidolorifica). Al povero, infatti, la religione cristiana consigliava di rassegnarsi alla povertà e all’ingiustizia, affermando che essa, evidentemente, è voluta da Dio come mezzo per punire l’uomo del peccato originale. Ma questo, afferma Marx, è soltanto rassegnazione, consolazione che parla dei beni che aspettano il buon cristiano dopo la morte, mentre nel presente egli deve rassegnarsi a soffrire. La fine delle sofferenze, invece, è possibile già in questo mondo attraverso la lotta sociale.

Il capitalismo ha i secoli contati?

7 D.: La Scienza economica e il capitale (e termini-chiave del pensiero di Marx)

R.: Marx considera l’economia politica, creata, come scienza, da Adam Smith, David Ricardo (e altri) come ideologia, perché essa tende a presentare il capitalismo come un ordinamento economico sempre esistito. Al contrario, sostiene Marx, il capitalismo nasce con la crisi della società feudale e passa dalla fase manifatturiera a quella industriale modificandosi notevolmente. Com’è esistita un’economia pre-capitalistica, così esisterà anche un’economia post-capitalistica. Quindi, per capire la realtà del capitalismo, occorre sviluppare una critica della Scienza economica stessa, così com’essa è: occorre una critica dell’economia politica che mostri in concreto il processo attraverso cui lo sviluppo del capitalismo porterà al suo crollo (del crollo del capitalismo Marx tratta nel libro III dell’opera Il capitale, pubblicato dopo la sua morte e rimasto incompiuto). Invece, “materialismo storico”, “materialismo dialettico”, “socialismo scientifico” sono, per lo più concetti elaborati dai cosiddetti “marxisti”, cioè intellettuali militanti prevalentemente nel Partito Socialdemocratico Tedesco (attivo fin dal 1875) e dal Partito Socialdemocratico Russo (attivo dal 1898), ma non usati (o non usati in modo significativo) da Marx.

I termini-chiave del pensiero di Marx sono “ideologia”, “critica dell’economia politica”, “alienazione”, “struttura”, “lotta di classe”, “sovrastruttura”, “sfruttamento”, “rivoluzione”, “partito”, “comunismo”.

  1. D.: La critica dell’ideologia come “falsa coscienza” secondo Marx

R.: Il testo principale contenente l’esposizione del concetto di “ideologia” è L’ideologia tedesca (1846). L’ideologia è falsa coscienza della realtà storica, economico-sociale. Un esempio storicamente importante di falsa coscienza è, secondo Marx, l’idealismo di Hegel, ma lo è anche la critica che ne ha fatto Feuerbach. Sia per Hegel, sia per Feuerbach è il pensiero che trasforma la realtà. Per Marx, invece, non è la coscienza degli uomini a determinare il loro essere sociale, abbiamo visto che il “motore” della storia economica, sociale e politica è la lotta di classe. Marx sostiene che le ideologie sono il modo in cui le classe in lotta si rappresentano il loro ruolo nella lotta di classe stessa. Questo modo sono le teorie filosofiche, politiche, religiose, giuridiche, morali: esse “giustificano” concettualmente il potere degli uni (ideologie delle classi dominanti) o la lotta degli altri contro tale potere (ideologie dei dominati che si ribellano al dominio). La giustificazione può essere filosofica, religiosa, etica, politica, persino estetica.

Non sono le idee che trasformano la realtà sociale: è la realtà sociale a stimolare la produzione di idee sulla società; idee che sono non tanto strumenti di comprensione della realtà stessa, ma strumenti della lotta di una classe contro l’altra.

  1. D.: La tesi di laurea di Marx Differenza fra la filosofia naturale di Democrito e la filosofia naturale di Epicuro: contenuti

R.: Pervenutaci non integralmente (mancano i capitoli 4 e 5 della parte prima e dell’Appendice ci è pervenuto soltanto un breve brano), essa contiene un’indicazione importante: «Prometeo è il più grande martire del calendario filosofico». Prometeo, secondo il mito, ha rubato il fuoco agli dèi e, facendone dono agli uomini, ha dato loro la base per sviluppare le tecniche in grado di migliorare la loro vita e per sviluppare i saperi che derivano dalle tecniche. Come Prometeo, Epicuro ha dimostrato scientificamente che gli uomini non debbono temere gli dèi, né la morte. Scientificamente: sulla base della visione atomistica della realtà. La realtà è atomi e vuoto, gli dèi si occupano di sé stessi perché sono perfetti e l’uomo deve cercare di realizzare l’assenza di dolore attraverso la saggezza della vita concreta, lontano dalle lotte politiche che interessano soltanto i “grandi della storia.”

Come Prometeo ha liberato gli uomini dal timore delle forze naturali, attraverso la tecnica, fornendo loro il fuoco, padre di tutte le tecniche, così Epicuro li ha liberati dalla superstizione e dal timore della morte attraverso il rinnovamento della fisica di Democrito e la elaborazione di un’etica della felicità come critica – anche se puramente negativa- della politica. Marx vede in Epicuro un filosofo molto affine a quelle che sarebbero state, poi, le posizioni della “Sinistra hegeliana.”

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

TIZIANA CARENA

Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.

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