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Cosa ci chiedono le foreste. Le conclusioni della conferenza internazionale sulle foreste vetuste

| Redazione

Tempo di lettura: 3 minuti

Cosa ci chiedono le foreste. Le conclusioni della conferenza internazionale sulle foreste vetuste
Superare, una volta per tutte, una visione antropocentrica e predatoria, per riscoprirci parte di una rete di relazioni in cui “tutto è connesso”: questo il messaggio uscito dalla conferenza internazionale “Old-Growth Forests and Ancient Trees: A Treasure of Nature, Life and Culture”.

(Nell’immagine di apertura, uno stacco musicale alla conferenza internazionale, durante i lavori a Palazzo Vecchio di Firenze)

Le conclusioni della conferenza internazionale su foreste vetuste e alberi antichi tenutasi dal 1° al 3 ottobre 2025 tra Firenze e Vallombrosa sono state tenute dal comandante dei carabinieri forestali, ambientali e agroalimentari generale Fabrizio Parrulli.

«Partiamo da una consapevolezza condivisa», ha detto, «queste foreste non sono semplici insiemi di alberi antichi. Sono ecosistemi complessi che si sono giunti fino a noi in assenza totale o quasi del nostro intervento. Le abbiamo analizzate attraverso molteplici lenti: quella naturalistica, che ci svela una biodiversità unica e preziosa; quella ecologico-climatica, che riconosce il loro insostituibile ruolo di custodi del carbonio e di laboratori a cielo aperto per comprendere il futuro del nostro pianeta.

Abbiamo anche compreso, grazie ai nostri amici selvicoltori, il loro valore come modello di riferimento, un manuale scritto dalla natura stessa per insegnarci una gestione più saggia e rispettosa. Ma forse, la lente più potente che abbiamo usato è quella culturale e spirituale, checi ha permesso di vedere le foreste vetuste non solo come oggetti di studio, ma soprattutto come soggetti di una relazione profonda, capaci di riconnetterci con una storia millenaria e di interpellare la nostra coscienza.

Ecco, il cuore del nostro lavoro è stato proprio questo: avviare un dialogo fecondo tra saperi, non solo scientifici. Per proteggere davvero, dobbiamo prima comprendere.

La comprensione deve tradursi in azione

Ma questa comprensione integrale a cosa serve, se non si traduce in azione? Nell’ultimo decennio abbiamo visto compiersi alcuni significativi progressi, come il prestigioso riconoscimento UNESCO alle faggete vetuste d’Europa e l’istituenda Rete Nazionale dei Boschi Vetusti. Non possiamo, però, negare che vi sono ancora delle sfide aperte. La difficoltà di approvare un piano di gestione, e soprattutto di tutela, coordinato per le nostre faggete patrimonio dell’umanità ci lancia un monito severo: non bastano le leggi, servono un approccio efficace, risorse adeguate e, soprattutto, una chiara visione strategica.

E allora, quali prospettive per il futuro? Come possiamo trasformare le nostre riflessioni in strumenti concreti di governance?

Dobbiamo avere il coraggio di innovare, immaginando modelli di gestione che non siano calati dall’alto, ma che nascano da un’alleanza tra istituzioni, scienza e comunità locali. Modelli integrati e partecipativi, che diano voce non solo ai dati tecnici, ma anche ai valori spirituali e culturali che le comunità hanno storicamente riconosciuto a queste foreste, garantendo nei secoli la loro tutela.

Oggi sarebbe utile organizzare una cabina di regia in grado di tutelare e valorizzare lo straordinario patrimonio naturale delle faggete vetuste presenti in Italia, un Paese che detiene il primato dei siti Unesco.

La vera sfida è monitorare anche i benefici immateriali delle foreste

Per il monitoraggio, abbiamo potuto verificare come la tecnologia ci offra strumenti potentissimi. Possiamo utilizzare indicatori ecologici avanzati per misurare lo stato di salute e il grado di vetustà di una foresta. Possiamo integrare dati satellitari e intelligenza artificiale per mappare il carbonio immagazzinato su vasta scala. Ma la vera sfida sarà monitorare anche i benefici immateriali: il benessere psico-fisico, l’ispirazione, il senso di appartenenza che questi luoghi ci donano.

Tutto questo, però, rimarrebbe un mero esercizio tecnico senza una solida base etica. L’etica che emerge dai nostri dialoghi, in profonda sintonia con l’enciclica Laudato si’, si fonda sul riconoscimento del valore intrinseco della natura. Queste foreste vetuste non sono nostre, non le abbiamo ereditate dai nostri padri, ma le abbiamo prese in prestito dai nostri figli. Questo ci impone un’etica della custodia, un dovere morale che travalica le generazioni.

Ci chiede di superare, una volta per tutte, una visione antropocentrica e predatoria, per riscoprirci parte di una rete di relazioni in cui “tutto è connesso”.

Lasciamo questo luogo con una consapevolezza più profonda del nostro patrimonio naturale e con una responsabilità più grande. Il nostro compito, ora, è portare questi semi di riflessione nel mondo, per farli germogliare in azioni concrete di tutela delle foreste primarie e vetuste. Lo riteniamo un compito decisivo poiché, come la Laudato si’ ci insegna, tutelate le foreste vetuste, preservare l’ambiente equivale in realtà a preservare il futuro della nostra umanità.»

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".eco", rivista fondata nel 1989, è la voce storica non profit dell'educazione ambientale italiana. Intorno ad essa via via si è formata una costellazione di attività e strumenti per costruire e diffondere cultura ecologica e sostenibilità.