Dalle foreste l’invito al cambio di paradigma
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(Nell’immagine di apertura, l’albero di Guernica, tradizionale punto di riferimento del popolo basco)
Le foreste, la cui vita scavalla tante generazioni umane, e gli alberi monumentali plurisecolari (Italus, un pino loricato che è l’albero più antico d’Europa, ma rispetto ad altri giganti ha “solo” 1.230 anni) hanno conosciuto negli ultimi decenni una crescente attenzione culturale e scientifica. Si spiega dunque come alla conferenza internazionale, organizzata dal Raggruppamento Biodiversità del Comando delle unità forestali, ambientali e agroalimentari dei Carabinieri, abbiano partecipato in parecchie centinaia, provenienti da tutta Italia e da molti paesi esteri di vari continenti. Un’ottantina i relatori e i moderatori di sessione.

Difficile, per non dire impossibile, parlare di tutti gli interventi di tre giornate fitte di interventi, apertesi il 1° ottobre a Firenze nello straordinario Salone di 500 di Palazzo Vecchio e continuate il 2 e 3 all’Abbazia di Vallombrosa, culla della scienza botanica e forestale italiana e sede di preziosi arboreti sperimentali. Ce se ne può fare un’idea grazie al corposo volumetto di abstract, poi bisognerà aspettare la pubblicazione degli atti (quelli delle prime due conferenze sono scaricabili gratuitamente, gli atti della conferenza del 2024 sulla forestazione urbana e periurbana saranno disponibili nei prossimi mesi).
Il futuro che cresce
Il valore della conferenza è stato nel sottolineare una serie di novità nello studio della natura e della biodiversità, così come la necessità di ampliare lo sguardo sui boschi, che più che da una “ecological inertia” sono contraddistinti da imprevedibilità, diversità, dinamico intreccio di processi: sistemi biologici complessi, insomma, sistemi viventi legati a processi culturali e alla storia dell’umanità.
Lo studio delle foreste si è dunque evoluto dalla silvicultura con fini strumentali e utilitaristici all’integrazione di elementi climatici, ecologici e spirituali.
Occorre (ha osservato, ad esempio, Lorenzo Ciccarese, referente nazionale dei rapporti su biodiversità e servizi ecosistemici dell’IPBES e responsabile Area per la conservazione della biodiversità terrestre dell’ISPRA) un approccio olistico e rendere “mainstreaming” i valori non economici, ma relazionali e intrinseci (non sostituibili) delle foreste vetuste e, in generale, della biodiversità.
Parlare di foreste vetuste non solo come legame tra passato e presente, ma come “futuro che cresce” in una rete di interconnessioni, porta allora a mettere in discussione l’antropocentrismo e l’economicismo neoliberista.
Critica all’antropocentrismo
Ecco allora l’argentina Sandra Diaz (indicata da “Nature” tra i dieci scienziati più importanti del mondo) spiegare che gli alberi hanno un valore relazionale, ben oltre il valore strumentale. Andando oltre il concetto di “servizi ecosistemici”, ha coniato quello (che le ha fruttato il prestigioso Tyler Prize 2025) di contributo al benessere o al malessere umano (NCP, “nature’s contributions to people”).
La biodiversità, afferma Sandra Diaz, è il “tessuto della vita”: l’intero mondo vivente è come un tessuto o un arazzo, modellato dalla natura nel corso di milioni di anni e, soprattutto, tessuto in collaborazione con gli esseri umani per molte migliaia di anni. L’umanità è solo uno dei fili del tessuto e la metafora sfida l’idea che l’umanità sia separata dalla natura. La connessione non è solo culturale, ma anche biologica, ecologica e psicologica. «La nostra influenza sul mondo vivente è innegabile: dipendiamo dalla natura, la plasmiamo, la usiamo in ogni aspetto della nostra vita e, a sua volta, la natura ci modella». Nelle nostre menti ci sentiamo separati – ha scritto tempo fa Sandra Diaz su “Nature” – e questa illusione è rafforzata dalle istituzioni, dai modelli di business e persino da un linguaggio tecnico come “biodiversità”. In realtà, gli esseri umani sono solo un filo nell’arazzo vivente, profondamente intrecciati con le altre specie.
Spunti per l’educazione ambientale
Del resto, che l’umanità dipenda dalla natura (di cui fa parte), modifichi la natura e sia a sua volta modificata dalle caratteristiche di questa relazione di interconnessione e interdipendenza è il fondamento dell’educazione ambientale.
Non è un caso, dunque, che la conferenza del Raggruppamento Biodiversità sia stata ricca di spunti e di insegnamenti per l’educazione ambientale, sia negli aspetti più strettamente scientifici e gestionali (quando si è parlato di clima, di siti inseriti nel patrimonio UNESCO, di inventari e database, di strategie per la conservazione, di entomofauna e avifauna, di pipistrelli, di salute o di “Half Earth” – con Paula Ehrlich della fondazione E.O Wilson), sia in quelli spirituali e culturali della giornata di studio conclusiva (“Il rapporto delle foreste vetuste con la spiritualità delle culture e civiltà umane”).
Luoghi sacri: le prime aree protette della storia
Nella sala del Capitolo dell’abbazia fondata nel 1038 da san Giovanni Gualberto, esponenti del mondo cattolico (il francescano padre Giuseppe Buffon, la giovane rappresentante della comunità islamiche Malika Dispoto, il pastore valdese Daniele Garrone, Aldo Winkler per l’Unione delle comunità ebraiche), studiosi e scienziati (Lorenzo Ciccarese dell’ISPRA, Shonil Bhagwat, professore di Ambiente e sviluppo e direttore della facoltà di Scienze sociali e studi globali della britannica Open University, Kalliopi Stara, docente di Ecologia culturale della greca Università di Ioannina, Gabriele Cifani, professore del Dipartimento di storia, patrimonio culturale, formazione e società della romana Università di Tor Vergata, Lamberto Iezzi, presidente del veneziano Centro di ricerca e innovazione Prometeo, e il presidente di Federparchi Luca Santini e il direttore del parco nazionale delle Foreste casentinesi) hanno ripercorso le tappe di un millenario rapporto non solo con boschi sacri e alberi ma con fonti, laghi, fiumi, con i beni comuni, insomma, che nel tempo hanno garantito ai popoli di tutto il mondo nutrimento e sopravvivenza.
La sacralità che le comunità umane hanno attribuito agli elementi della natura ha fatto di molti luoghi le prime e più antiche aree protette della storia: onnipresenza, controllo pubblico, rispetto, conoscenza tradizionale e indigena, multifunzionalità sono tra i tratti comuni caratteristici di questi luoghi sacri.
Scienza e etica, natura e cultura, politica e spiritualità intrecciate hanno ripreso e riassunto un filo presente durante tutta la conferenza internazionale di Firenze e Vallombrosa. E l’ecologia si è anche confermata come terreno di dialogo interreligioso e di impegno comune, così necessari in un’epoca di odio, guerra civile mondiale, muri.
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- MARIO SALOMONE
- Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.
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