L’attrice assente sul palcoscenico della transizione in salsa eco: la Natura.

Riflessioni e “critiche alla ragion … ” sulla narrazione dominante del fenomeno denominato “transizione ecologica” in occasione della pubblicazione del saggio della Fondazione Lanza “La transizione ecosociale“, che conferma una visione che prefigura il passaggio dall’eco-logia all’eco-tecnica.

Hernst Haeckel è morto due volte: il fondatore del concetto di ecologia – descritto nel suo volume “Generelle Morphologie der Organismen”, pubblicato nel 1866 – è mancato nel 1919, il 9 agosto. Ora a 111 anni di distanza sta assistendo dal cielo ad uno stravolgimento della sua creatura culturale, ed alla sua sostituzione lessicale e di senso, che nell’arco di una manciata di anni è stata sovrapposta nel volgo umano con quella di “transizione ecologica” (TE): utilizzare i concetti di ambiente e di ecologia è divenuto in poco tempo antiquato, quasi inappropriato.

Ernst Heinrich Haeckel (Potsdam, 16 febbraio 1834 – Jena, 9 agosto 1919) biologo, zoologo, filosofo e artista tedesco. A fianco la copertina del suo saggio Generelle Morphologie der Organismen.

Quale ratio si cela dietro questa crediamo inutile trasformazione in questo sostantivo? Con tutta probabilità l’ingresso prepotente della dimensione antropocentrica (l’ecologia non è in transizione ma è l’uomo che vorrebbe domarla) avviene nella fase del recente interesse ambientale mosso dal cambiamento climatico di origine antropica e dalla crisi energetica e del connesso movimento della decarbonizzazione: due categorie che come una onda anomala hanno invaso il campo ideale dell’ecologia, come una pianta infestante (qui la rappresentazione plastica di questa tendenza nei materiali del PNRR).

Ecco perché muore due volte. Nel 1919 e nel 2021 (in Italia) quando nasce il Ministero della transizione ecologica, dopo che l’agonia in Europa era già iniziata nel 2014 con il pronunciamento in Francia che vede l’avvio della Commissione per la transizione ecologica (2012) e poi a seguire l’adozione della legge d’oltralpe del 2014.

Si può qui ben vedere che la “crescita verde” ha a che fare solo le tecnologie del verde e non con gli ambienti, che dovrebbero essere oggetto di politiche:  i mezzi di informazione sono oggi saturi di ecologia transitiva, decarbonizzazione, crisi o cambiamento climatico, declinazioni di Green con un po’ di tutto (dal detersivo alle auto), mobilità sostenibili e compagnia cantando (qui un interessante documento di sintesti sul tema TE e sviluppo sostenibile). Ben poco valgono alcune successive declinazioni nell’ambito biodiversità ed aree protette ad esempio del PNRR nazionale, che paiono microscopici interventi di greenwashing al contrario (avendo il piano destinato lo 0,04 delle risorse al comparto e nel quale esiste poi infine la digitalizzazione dei parchi, ben si intende solo dei nazionali). Occorre tra il resto tenere in conto che ancora oggi nel 2022 è necessario che i parchi regionali rinfreschino la memoria stanca dello Stato sul fatto che le realtà regionali non sono da meno di quelle nazionali (l’appello dei parchi lombardi in merito al PNRR).

La nostra società sarebbe pertanto in cammino verso una dimensione tutta ecologica: come a dire stiamo cambiando, tranquilli, peccato che si interviene su e con tutto, meno che con le politiche della conservazione della natura e dei sistemi viventi naturali: i grandi assenti in questo processo.

C’è qualche cosa che non torna in tutta questo spettacolo dell’ambiente e qualche riflessione in merito è possibile anche in seguito dalla recente pubblicazione a cura della Fondazione Lanza di un ricco e articolato volume scaricabile online dal titolo “𝗟𝗮 𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲𝗰𝗼-𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲: 𝗮𝗺𝗯𝗶𝘁𝗶, 𝘀𝗳𝗶𝗱𝗲 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗲”.

A fronte di una serie di contributi che, coerentemente, danno spunti di riflessione davvero significativi per la base etica dalla quale partono, come quello di Simone Morandini che apre la prima parte, con alcuni riferimenti ai temi della biodiversità, ma senza mai davvero prendere in pieno il tema della Natura, o come quello di Bruno Bignami che affronta il problema del cambio del paradigma di sviluppo facendo riferimenti tramite la Laudato si al soggetto naturale del Pianeta, purtroppo l’impianto generale continua a essere orientato a presupposti ed azioni che non ricomprendono mai la tematica dell’ambiente naturale.

La concezione visiva dominante in cui il cambiamento ecologico è piegato sul tema antropocentrico.

Un tipo di visione che anche la pubblicazione della fondazione Lanza conferma, in parte a scapito dell’impegno etico che questa organizzazione diffonde sul tema dell’etica ambientale.

L’indice di questa corposa raccolta di contributi comprende nell’ordine:

Parte prima Coordinate etiche
Custodire futuro: la transizione ecologica come imperativo morale
Verso quale transizione? Profili di giustizia climatica
La giusta transizione come conversione. Il contributo della pastorale
Il sapore di Gaia: modelli per la transizione
Parte seconda Le dimensioni della transizione
La transizione eco-sociale: tra necessità e opportunità La green economy e la sfida della sostenibilità
La svolta energetica richiede scelte e azioni ora
La dimensione agro-alimentare per riconnettere produzione e consumo
La questione sociale e lo sviluppo integrale
Terza Parte Ambiti della transizione
Finanza sostenibile: norme e strumenti per orientare la transizione Consumo di suolo, rigenerazione urbana e transizione ecologica Aree fragili e transizione ecologica
Comunità energetiche per la transizione eco-sociale
Tecnologia, prossimità, reti. Innovazioni globali in sanità
Accompagnare la transizione: un progetto di orientamento per i giovani
Dare un’anima alla transizione: la il ruolo dell’associazionismo cattolico
Comunicare la transizione: la svolta della Laudato si’ e dell’ecologia integrale

Ora, pensare che le categorie ambiente ed ecologia possano in teoria essere completamente sostituire dal binomio è quanto mai assurdo rispetto ai contenuti concettuali che i tre diversi termini portano con se. Solo a questa conclusione si può giungere perché in quell’indice gli spazi della natura e gli ambienti. che certi comportamenti hanno messo a rischio o degradato brutalmente. semplicemente non ci sono.  Nel contributo di Giovanni Carosio si può scorgere una qualche attenzione quando si sostiene la necessità di calare ed adattare direttamente sui territori le politiche di nuova generazione ecologica, ma senza tuttavia estendere l’argomento ai campi della natura.

Anche contributi di facile reperibilità in rete come uno della Mondadori lascia intendere come la categoria TE sia altra cosa rispetto ai temi ambientali: pur nella buona fede del titolo, appare chiaro come la TE stia da una parte e i temi della natura dall’altro. Uno sdoppiamento culturale che la dice lunga sulla partita in gioco che prevede l’emarginazione pratica della cote naturalistica, partita dal cambiamento degli stessi ministeri di riferimento, nei quali la conservazione della natura rischia di essere una componente in estinzione: Transizione ecologica: quale impatto per la biodiversità? – Mondadori Education.

Ci sono quindi tutti sul palco : l’energia alternativa, l’agroalimentare sostenibile, la giustizia ambientale, il consumo di suolo, la pace, l’economia circolare, l’energia solare e le altre sostenibili, il suolo, l’ecologia del sociale, c’è anche quella integrale perché unisce sociale e ambientale, tutti a girare in tondo su magnifiche ebike ipertecnologiche. Insomma ci sono proprio tutti, dai Papi ai Pope dalle Grete ai Forum Mondiali.

Ma manca lei: la madre, il giacimento originario da cui tutti traggono fonte, vita, ossigeno per respirare e dare fiato alle loro recitazioni. E’ la natura, la massa di materia animata ed inanimata o coanimata, come il suolo) in diverse forme prima semplici poi via via più complesse: la fonte che rappresenta il capitale naturale da cui tutti pescano per i loro bisogni energetici, alimentari sanitari economici etc…

Un raro esempio di considerazione più ampia della questio ecologica in salsa transitiva è il materiale prodotto in merito da ISPRA che contiene una parte dedicata gli istituti di protezione della natura. tuttavia per ricomprendere nel discorso anche i parchi, si sente in dovere di modificare il principio della transizione ecologica con l’aggiunta del suffisso aperta; ma che bisogno c’era di rendere aperto un ambito disciplinare che per definizione studia le relazioni tra esseri viventi? L’ecologia è aperta per definizione e renderla tale diviene un preoccupante ossimoro. (leggi qui)

In questo lavoro infatti gli autori “aprono” ai parchi come se fossero altri soggetti: ma la natura non è invece il cuore del problema che è già dentro? Evidentemente ed appunto no.

Gli ecosistemi terrestri e marini che corrispondono alle macchine della fabbrica di tutti i processi della vita sul pianeta, non sono presenti, per maggiore completezza espositiva , nel dibattito attuale “sull’ecologico” sotto nello specifico ben tre profili: uno di contenuto, uno professionale ed uno istituzionale. Ma diamo prima qualche numero per poi descrivere queste tre assenze.

Il suolo, la componente minerale-biologica da cui le piante traggono nutrimento e nel quale vivono migliaia di specie viventi , corrisponde ai 510 milioni i kmq, che compongono la superficie tra terre e mari. Considerato che un 1 mc di terreno fertile ha una massa di una tonnellata, a voi il calcolo per descrivere di quale massa di materia stiamo parlando (beninteso anche i fondi marini hanno il loro “suolo” che ospita una miriade di esseri viventi e fornisce vita anche ai vegetali acquatici).
Gli esseri viventi invece sono costituiti da circa 550 gigatonnellate di carbonio (1 gigatonnellata equivale a 1 miliardo di tonnellate). Per la maggior parte, circa 450 GT, si tratta di piante. Il resto è formato da batteri (70 GT), funghi (12 GT), organismi unicellulari (7 GT), alghe (4 GT) e animali (2 GT).

La distribuzione in masse degli organismi viventi sul Pianeta Terra: Piante e batteri occupano la massima parte della massa.

In quanto ad aria, quella respirabile ed omogenea è la così denominata omosfera che parte da 0 mt. fino a 100 km di altezza. Se calcoliamo che in metro cubo d’aria ha una massa di 1,3 kg, su una superficie di oltre 500 milioni di kmq per una altezza di 100 m la massa complessiva da un numero che è possibile intuire di quale enormità si tratti.

Per l’Acqua Il volume è di circa 1.386 milioni chilometri cubi (km3) e se pensiamo che un metro cubo d’acqua pesa 0,1 tonnellate, anche qui rendiamoci conto delle masse in gioco.

Pertanto questa massa degli organismi viventi interagisce con le altre componenti aria acqua e suolo all’Interno degli ecosistemi con i quali le attività antropiche hanno interagito.

Infine non si deve tralasciare ìeneriga solare: il nostro Pianeta esposto all’irraggaiamnto solare riceve ionfatti circa 90 bilioni di kwh complessivamente, che gli esseri viventi vegetali convertono in processo vivente grazie alla nota sintesi clorofilliana.

Allora torniamo a quanto prima dicevamo in merito alla assenza triplice per meglio specificare a quali elementi facciamo riferimento.

Il primo è l’assenza dei veri protagonisti della questione ecologica, le specie viventi che secondo diversi studi variano da 4 a 100 milioni con solo una parte di esse, però (da 1,5 a 1,8 milioni), attualmente conosciuta, alle quali è necessario aggiungere le categorie di biomi ed ecosistemi terrestri a marini. Una folla da riempire 1000 teatri palcoscenico e posti spettatori compresi che costituiscono l’oggetto di attività di attenzione alla tutela della componente naturale del pianeta.

In secondo luogo una congerie così estesa di soggetti, per alcuni dei quali si parla della loro ininterrotta presenza sul pianeta da parte di alcuni di loro di centinaia di milioni di anni ( come le felci), non può che avere uno stuolo di umani che li studiano: biologi, ecologi, naturalisti, veterinari, agronomi, forestali, insomma una gamma enorme di scienziati di laboratorio e di campo che hanno avuto tra l’altro il merito di cambiare del tutto l’idea del posto dell’uomo nella stessa natura: un merito che va ad un biologo, un certo Charles Darwin. Un merito non certo ascrivibile all’ingegnere: tra il resto in Italia ci sono 67.000 biologi a fronte di 270.000 ingegneri e 150.000 architetti.

Le professioni del naturalista, del biologo, dell’agronomo e forestale e del geologo che hanno le competenze.

E infine ecco la terza assenza di quelle realtà e luoghi della terra dove migliaia di specie e centinaia ed anche più di scienziati possono studiare in tranquillità i meccanismi della natura: sono i parchi naturali nazionali , le aree protette regionali (qui il link all’elenco ufficiale) e le riserve della biosfera che contano un numero dell’ordine di grandezza delle 100.000 istituzioni di protezioneal mondo(per la situazione europea rimando all’articolo su questo blog qui). Come si può parlare dei progetti di mantenimento di un pianeta in equilibrio senza coinvolgere tutte e tre queste categorie: le aree protette sono ormai divenute luogo dove i modelli di sviluppo sostenibile sono un tema quotidiano e dove lavorano esperti e studiosi, dirigenti e funzionari tecnici che si occupano anche di turismo di comunicazione di educazione etc… .  I patrimoni naturali, che ogni tanto fanno capolino sui media ad esempio con gli insetti impollinatori, per lanciare l’allarme della loro continua decrescita che può mettere in ginocchio la produzione agricola, non esistono nel dibattito della TE, i cui posti sono completamente occupato dagli ecotecnici, lasciando in piedi e silenti gli ecologi.

Dunque tutti questi altri attori a pieno titolo ecologici, non li interpelliamo: solo ingegneri energetici, informatici, magari influencer, fisici, chimici, demiurghi digitali, meteorologi e tecnici delle batterie. Gli altri devono stare nel pubblico, anzi anche fuori dal teatro che della vita vostra ci occupiamo noi “tecnici della transizione ecologica “ .

Viene un dubbio a dire il vero: che questa sia per un verso una scelta conseguente alla ignoranza che contraddistingue troppi mondi della cultura mediterranea ed ormai mondiale verso la conoscenza profonda dell’ ecologia e della biologia, o dall’altro canto invece potrebbe anche essere una scelta voluta dall’establishment del business ecologico, perché nel caso in cui il mondo della natura salisse sul palco dei protagonisti, verrebbe fuori la verità. Insieme ad occuparsi di tecnologie e digitale che potrebbero certo ridurre la nostra impronta sul pianeta se gestiti in modo virtuoso, si scoprirebbe infatti che al dominio dello sviluppo e della convinzione che i limiti per la specie umana in fondo non esistono, occorrerebbe sostituire altri principi e fare scelte diverse:

1 Aumentare le superfici da destinare ad ambienti naturali sottraendole agli usi umani, unapolitica peraltro già prevista dalla Strategia per la biodiversità europea.
Già ma ciò va contro il mercato del turismo di massa e agli appetiti urbanistici ed ingegneristici.

2 Incrementare in modo esponenziale gli investimenti nella conoscenza dei sistemi naturali per svelarne i principi di funzionamento e capire per tempo come evitare il peggio nel loro declino iniziato con la rivoluzione industriale.
Già ma tutto questo va contro il mercato delle università pagate dalle industrie per studiare meglio quanto a loro serve per vendere prodotti, con buona pace della ricerca, sempre più di mercato invece che di sapere.

3 Riformare il sistema di gestione delle aree protette. Parchi come spazi nella concezione delle riserve della biosfera istituite con il programma Man and Biosphere di Unesco pensati da Valerio Giacomini, ovvero luoghi geografici nei quali oltre alla conservazione, svolgere attività multiple di riorientamento dell’uso delle risorse, tramite anche un forte investimento in cultura ed educazione e non solo luoghi del vincolo.
Già ma è elettoralmente più comodo dare retta a 4 cacciatori ed anzi ridurre i parchi.

4 Orientare le politiche territoriali alle aree fragili e interne con investimenti per la loro accessibilità digitale, i servizi per i cittadini estesi, rinnovando a stantia narrativa dei borghi come bei paesetti ma giusto per passarci qualche giorno di vacanza rispetto ai 365 dell’anno.
Già ma ciò va contro i grandi investimenti urbani delle holding dell’edilizia e tutto sommato alle scelte tecno del mainstream della comunicazione che non vuole le persone in piazzette a parlare tra di loro ma consumatori penzolanti davanti alla smartTV in preda a non sapere più cosa scegliere di guardare.

5 Promuovere estese campagne pubbliche e social di sensibilizzazione volte a favorire i comportamenti virtuosi nell’ordine:

 – Respira in natura: vai all’aperto conosci sostieni e frequenta le aree protette, corri e pedala più vicino a casa che lontano da essa, cercando aree verdi e non o poco urbanizzate. Già ma ciò non fa poi cosi comodo alleinduistrie farmaceutiche.

– Scopri la natura: estendendo le iniziative della citizen science , dei biobliz, dell’educazione ambientale a tutto campo ed alla natura. Già ma queste attività allontanano i giovani dagli schermi tramite i quali gli si propone di comprare vari oggetti inutili.

– Mangia meglio e cercati il cibo: cioè NO cibi pre-preparati, NO cibi a forte componente industriale , si al consumo di cibi preparati da se con calma e scelta. Già ma tutto ciò va contro il mercato alimentare industriale e la pubblicità conseguente che premia il mordi e fuggi per andare a lavorare, piuttosto che la salute, per accumulare malattie e favorire così il mercato dell’economia della sanità. Due mercati alleati che si incontrano sul terreno degli integratori di potassio e magnesio che devi prendere perché sei stanco, non alimentato come un pollo da batteria.

6 Ridurre drasticamente l’economia agricola industriale per favorire le produzioni locali e il ritorno dell’agricoltura di prossimità.
E no ma qui non ci siamo di nuovo: andiamo contro il mercato che sostiene l’industria alimentare: già tutto si tiene in questa folle torre del mercato

Ecco queste sono cose sane, ma tutte contro questo mercato. Allora il problema è costruire una domanda che cambi richieste al mercato? Forse può accadere dal basso, dai cittadini consapevoli,   perché oggi l’alto, le organizzazioni degli stati e quelle delle corporazioni economiche,  è interessato a mantenere i privilegi che si è guadagnato nell’era del carbone del secolo scorso. Forse era più saggio quindi lasciare il nome del Ministero dell’Ambiente al suo posto e istituire dipartimenti della transione ecologica nei ministeri che ne hanno un gran bisogno: economia, infrastrutture e via dicendo.

No quindi a questa transizione ecologica tecnocratica, una finta virata ecologista della società, si ad un nuovo paradigma naturale ecologico contemporaneo, circondato da nuove tecnologie, ma mai, mai, viceversa: lo si deve in memoria di Ernst Haeckel e di tutti i biologi che hanno nei secoli portato l’uomo all’utile cospetto dell’immensità della Natura, che non avrebbero voluto transitare altrove, tanto per far piacere a qualche mercato.

Scrive per noi

IPPOLITO OSTELLINO
Ippolito Ostellino nasce a Torino il 16 agosto 1959. Nel 1987 si laurea in Scienze Naturali e opera come prime esperienze nel settore della gestione e progettazione di Giardini scientifici Alpini. Nel 1989 partecipa alla fondazione di Federparchi Italia. Autore di guide botaniche e di interpretazione naturalistica e museale, nel 1997 riceve il premio letterario Hambury con la guida ai Giardini Alpini delle Alpi occidentali. Dal 2007 al 2008 è Presidente nazionale AIDAP, Associazione italiana dei direttori dei parchi italiani. Dal 2009 partecipa come fondatore al Gruppo di esperti nazionale sulle aree protette "San Rossore". Nell'area torinese opera in diversi campi: è il promotore del progetto Corona Verde dell'area metropolitana torinese per la Regione Piemonte, e svolge attività di docenza presso il Politecnico di Torino; nel 2008 progetta il format della Biennale del Paesaggio Paesaggio Zero; nel 2009 è autore con i Prof. Pala e Occeli del progetto della ciclovia del canale Cavour ; nel 2011 ha ideato il marchio di valorizzazione territoriale “CollinaPo” sul bacino di interesse dell'area del fiume Po e delle colline torinesi e nel 2016 porta a riconoscimento UNESCO Mab il territorio di riferimento; nel 2016 coordina il tavolo Green infrastructure nel III Piano strategico dell'area metropolitana. Autore di saggi, contributi congressuali e libri sul tema Natura, Paesaggio e Ambiente, nel dicembre del 2012 è stato insignito del premio Cultori dell'Architettura da parte dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Torino. Vive e lavora a Torino, dove è dirigente presso l’Ente di gestione regionale del Parco del Po piemontese.

IPPOLITO OSTELLINO

Ippolito Ostellino nasce a Torino il 16 agosto 1959. Nel 1987 si laurea in Scienze Naturali e opera come prime esperienze nel settore della gestione e progettazione di Giardini scientifici Alpini. Nel 1989 partecipa alla fondazione di Federparchi Italia. Autore di guide botaniche e di interpretazione naturalistica e museale, nel 1997 riceve il premio letterario Hambury con la guida ai Giardini Alpini delle Alpi occidentali. Dal 2007 al 2008 è Presidente nazionale AIDAP, Associazione italiana dei direttori dei parchi italiani. Dal 2009 partecipa come fondatore al Gruppo di esperti nazionale sulle aree protette "San Rossore". Nell'area torinese opera in diversi campi: è il promotore del progetto Corona Verde dell'area metropolitana torinese per la Regione Piemonte, e svolge attività di docenza presso il Politecnico di Torino; nel 2008 progetta il format della Biennale del Paesaggio Paesaggio Zero; nel 2009 è autore con i Prof. Pala e Occeli del progetto della ciclovia del canale Cavour ; nel 2011 ha ideato il marchio di valorizzazione territoriale “CollinaPo” sul bacino di interesse dell'area del fiume Po e delle colline torinesi e nel 2016 porta a riconoscimento UNESCO Mab il territorio di riferimento; nel 2016 coordina il tavolo Green infrastructure nel III Piano strategico dell'area metropolitana. Autore di saggi, contributi congressuali e libri sul tema Natura, Paesaggio e Ambiente, nel dicembre del 2012 è stato insignito del premio Cultori dell'Architettura da parte dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Torino. Vive e lavora a Torino, dove è dirigente presso l’Ente di gestione regionale del Parco del Po piemontese.

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