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40 anni di Natura, più 10

| IPPOLITO OSTELLINO

Tempo di lettura: 58 minuti

40 anni di Natura, più 10

Una piccola storia di passione per il mondo naturale narrata da Ippolito Ostellino. Un percorso individuale, costantemente interdisciplinare, ma anche sociale e professionale tra l’impegno, la pratica e la teoria intorno alla consapevolezza del reale posto che la specie umana occupa nella Storia Naturale, fino alla scoperta che di fronte ad essa ci si commuove come innanzi all’Arte, conclusione foriera di nuovi percorsi, più di anima che di forma, di riflessione etico-estetica e semiotica tra Natura e Uomo.

Il racconto, che qui di seguito propongo, si sviluppa lungo circa 40 anni di lavoro svolto nella e per la Natura e la sua inevitabile lunghezza mi ha consigliato di organizzarne i contenuti per capitoli: per questa ragione qui di seguito è riportato un sommario dei diversi temi trattati. Un aiuto a orientarsi nelle tante storie qui narrate, precedute da un incipit e da una introduzione. Buona lettura.

Incipit

Introduzione

1 – Le scienze naturali: una infinita scoperta

2 – Il Marguareis.

3 – Torino e intorno, il Po e la sua Collina

4 – 15 progetti, 100 soggetti, 10.000 persone

4.1 Il piano d’area territoriale: una gestione tecnica e aperta

4.2 I parchi metropolitani e Fedenatur

4.3 Corona Verde I e II: e la III?

4.4 Teatro e Parchi

4.5 Mostra fotografica Immaginare il Po

4.6 Logo Confluenze Nord Ovest: una idea nuova di branding territotoriale

4.7 Il PISL e poi i PTI: una stagione di progetti e promesse non mantenute

4.8 La Biennale del Paesaggio “Paesaggio zero” e Osservatorio del Paesaggio del Po e della Collina Torinese: il progetto cresce

4.9 La presidenza AIDAP

4.10 Il Masterplan Po dei Laghi

4.11 La Ciclovia Canale Cavour: un’idea grande partita male ma con qualche successo finale

4.12 Il Piano strategico dell’area metropolitana di Torino: un percorso come nuovo ente del Po e della collina torinese

4.13 Il Cammino delle Colline del Po

4.14 Il Superga Park Tour: un evento multiplo tra cultura e natura

4.15 La Riserva della Biosfera CollinaPo: la grande impresa UNESCO

5 – Conseguenze delle fatiche e nuove prove

6 – La Nuova Via e qualche riflessione finale, dalla pianificazione del territorio, alla nuova visione del rapporto tra le categorie Natura, Estetica e ed Etica

Osservando il lungo Po dei piccoli Murazzi a Torino dai piedi del Monte dei Cappuccini e Chiesa della Gran Madre, in uno scatto donatomi da Marco Borrelli

Incipit. Dal Pian del Re in Valle Po ai piedi del Monviso, alla Valle Pesio, dal Monte Bianco in Valle d’Aosta, alle valli fossilifere astigiane in Piemonte e del Rio Torsero in Liguria, dal Po alle falde delle colline di Superga a Torino, fino a Valenza Po ed al Monte dei Cappuccini di Torino; dal Piemonte all’Isola Tavolara in Sardegna e all’Etna per tornare al nord a Venezia fino ai parchi periurbani intorno a Milano, Lione e Lille: circa 5 decenni per la Natura, tre marchi territoriali identitari ideati per 100 Comuni, piattaforme, programmi e progetti per oltre 30 milioni di euro di ricadute sul territorio, due milioni di euro di fondi privati per l’assunzione stabile di personale dei Parchi, una nomina UNESCO nel programma Man and Biosphere del brand CollinaPo, con 150 mila euro di risorse private mobilitate e 86 Comuni coinvolti, docenze e lezioni universitarie, un Piano strategico del verde periurbano e la piattaforma metropolitana Corona Verde, qualche targa e riconoscimento, più di 4000 pareri firmati su trasformazioni urbanistiche lungo il Po torinese e i suoi affluenti in Piemonte, un grande Cammino collinare di 100 km e uno schema per lo sviluppo fruitivo di 1000 ettari di aree estrattive, decine di progetti per il recupero di siti di interesse paesaggistico (da antiche prese e Canali storici a Città romane e siti fluviali), oltre 20 format promossi o ideati di eventi tra arte, paesaggio, design e fruizione pubblica, il lavoro pionieristico per la nascita dell’associazione nazionale dei parchi italiani, un giardino alpino (anzi due) e un film sul botanico storico Emile Burnat, oltre alla nascita di una delegazione di interesse ambientale di 1000 soci. 100 prodotti editoriali e saggi sulla natura e il paesaggio, fino alla presidenza dell’associazione nazionale dei direttori e funzionari dei parchi. C’è n’è quanto basta per raccontare come tutto ciò sia stato possibile, come sia stato difficile, impegnativo, ed anche doloroso, poterlo condurre. Cominciamo dal 1973, con una introduzione indispensabile.

Introduzione. Con il 2023, dopo l’avvio nel 1988 del lavoro nel mondo dei parchi, ho lasciato l’impegno professionale negli enti di gestione delle Aree protette italiane, in particolare in Piemonte. È un uscirne volontario – non per raggiunta età – maturato per una serie di motivazioni riconducibili al mood “cambiare la vita prima che lei cambi – definitivamente – del tutto te”: era quindi il caso di farne occasione di una riflessione condivisa con uno scritto?

Si ho pensato che fosse il caso, come testimonianza di una esperienza che, essendo stata anche occasione per l’ideazione innovativa di piattaforme e progettualità e per avere ricoperto ruoli di responsabilità nazionale e locale, credo possa essere un’occasione per una riflessione per chi da ciò ne voglia trarre qualche utilità e riflessione, e magari impegno nel campo della tutela e oculata gestione del territorio e del paesaggio. E’ però anche motivo per non dimenticare il volume delle attività svolte, che in questo mondo in cui tutto passa, rischiava di essere o di voler essere dimenticato. Condividere scrivendo è un’arte che non si deve dimenticare, nell’era della comunicazione con video e della “narrazione di superficie” di scarso approfondimento e dei “post”, per contribuire a non perdere il grande potere della scrittura, valido, prima di tutto per chi scrive, ed anche per chi, volendo, legge. Sono 40 anni, più 10 indietro nel tempo nelle attività dei primi anni ’80 nelle associazioni ambientaliste, ma anche se vogliamo più 10 in avanti, augurandomi di dare ancora un contributo intorno al tema del “pensiero ecologico” come ho potuto fare negli ultimi tempi.

Questa piccola storia che segue, che una certa storiografia del minore ritiene possedere un senso più in generale, a fianco delle storie più grandi – quelle con la S maiuscola – è l’occasione per ripercorrere quasi 40 anni di impegno nel campo della tutela della natura e lettura di valore del territorio (definizione che ritengo migliore di “valorizzazione”, termine un po’ inflazionato e pericolosamente pieno di significati uno opposto all’altro), e può aiutare a mettere a fuoco i passi corretti, come quelli falsi e di sottovalutazione, oltre a permettere di individuare in quale fase si sia svolto un percorso, e se questa sia passata per far posto, forse, ad una nuova, che potrebbe nascere dalle ceneri della prima (o se sia, a detta di molti, purtroppo passata una felice stagione di cui oggi non riconosciamo più le tracce).

Il gruppo dei direttori di aree protette del Piemonte ad un corso di aggiornamento a Villa Gualino a Torino nei primi anni ’90 insieme ad alcuni funzionari del settore regionale del Piemonte (photo archivio I.Ostellino). (*)

(*) Della serie sono anche le persone a fare la differenza, per quanto memoria aiuti, eccovi i nomi di chi compare nella foto: in basso davanti a tutti in maglia bianca Michele Ottino (già direttore del Parco Val Troncea e poi del Parco Gran Paradiso),  in seconda  linea a sinistra Gianni Boscolo (direttore della rivista Piemonte Parchi) e da lui a destra Elisabetta Furno (Parco Burcina), Elena De Filippis (Sacro Monte di Varallo), Giorgio Saracco (Parco Lame del Sesia) Laura Castagneri (Parco Orsiera-Rocciavrè). In terza linea da sinistra Carlo Bider (Riserve delle Baragge), Dario Zocco in cravatta (Po vercellese alessandrino), Ivano Denegri (Valle Devero) e Massimo Grisoli (Lagoni di Mercurago e poi Po cuneese). In quarta in magione rosso al centro Elio Pulzoni (Gran Bosco di Salbertrand poi Mandria, Museo Regionale Scienze Naturali e Regione Piemonte), e alla sua sinistra Enrico Massone di Piemonte Parchi.  Alla sua destra invece in direttore del Monte Fenera (non  ricordo il nome). Penultima linea in alto a sinistra il sottoscritto (Parco Valle Pesio e Riserve del Cuneese poi Po torinese e collina) e alla mia sinistra Amilcare Barbero (Parco Sacro Monte di Crea), una collega dei Parchi regione Piemonte e con la barba scura Giampiero Assandri poi dirigente del Settore  Parchi.  Infine più in alto a sinistra Graziano Delmastro (Parco Collina torinese e poi Parchi Astigiani) con a fianco Ermanno Debiaggi (già dirigente del Settore), con all’estrema destra Bruno Peja (Parco di Palanfrè e Alpi Marittime)  e a fianco Simona Gaido del Settore Parchi. Mancavano nomi importanti come Patrizia Rossi (Argentera) e Luciano Rota (Parco Mandria) che non devono essere esclusi dall’elenco per l’impegno e l’originalità profuse nel campo delle are protette regionale ma anche internazionale.

Occorre partire però da un assunto: una professione nel campo della natura, e della sua gestione, studio e conservazione, comporta il prendere contatto con un soggetto/oggetto speciale, cioè con la Vita selvatica e la Natura che la ospita, e quindi con una dimensione che tocca le corde profonde, ancestrali, dell’anima di un individuo. Non è quindi un lavoro come gli altri.

Passare ore a cercare una rara Orchidea, acquattarsi tra le erbe di una prateria per scorgere i giochi di una famiglia di Marmotte, o stare in silenzio dietro un Larice per far passare un branco di Cervi, ascoltare lo scorrere delle nuvole nel vento che segna la cresta di una parete alpina o l’orizzonte del mare, ricercare con massima attenzione che una schiena di conchiglia del Pliocene emerga scavando nelle argille di 8 milioni di anni fa,  porta a prendere contatto con le forze primigenie del Pianeta, o del Creato a seconda delle singole convinzioni. Tutto questo non può stare dentro un atto deliberativo di un ente parco, in un ordine di servizio alle guardie del parco, o in tutta quella sempre più pervasiva pletora di atti di cui deve cibarsi e vivere una struttura che, in questo caso, si occupi di natura e della sua tutela.

Ecco perché solo chi è Naturalista, chi ha formato cioè la propria cultura scientifica, ed insieme etica ed estetica, ed insieme l’esperienza non solo sui libri ma anche on the field – passando giorni a studiare la forma cristallografica di un minerale, l’incredibile geometria dell’apparato del Golgi, la forza dello sguardo di una scimmia nel suo comunicare con la capobranco,  la distribuzione dei fasci vascolari di una foglia di un decimo di millimetro (sezionata a mano con una lametta e il midollo di Sambuco) per classificare una Festuca o l’infinita bellezza degli anelli di Saturno intravisti da un telescopio non professionale in una fredda giornata di inverno – può avere la contezza di sentire la profonda responsabilità di quanto sta facendo e osservando, avendolo maturato negli anni della formazione, quando il cervello è più vicino all’anima e meno alla razionalità. Altri chiamati a svolgere questo ruolo (avvocati, architetti, ed altre professionalità) possono sentire forse il “dovere”, certo e per carità riconoscibile, ma per certo non la Responsabilità, nel senso di Hans Jonas , che comporta l’assunzione di principi ontologici, biologici, estetici ed etici, nello stesso tempo. Lo studio della natura ti permette di avvicinare l’ermeneutica di un impegno e non il solo valore di adempimento ad un mandato.

Di questo sentire particolare ne ha parlato anche recentemente Vito Mancuso in un suo significativo intervento tenuto proprio in occasione dei 40 anni di Piemonte Parchi e del centenario del Parco del Gran Paradiso (dal minutaggio 1,47 a 2,14). Un intervento non condiviso da molti, e che proprio per questo anticipa le necessità di cambiamento di cui parlerò nella parte finale di questo racconto.

Le scienze naturali: una infinita Scoperta

Sentire dentro di sé la storia della natura spesso nasce da piccoli, perché nell’età non adulta le forze della curiosità e dello stupore che la natura sa trasmettere, riescono ancora a raggiungere la mente non contraffatta dalla crescita in un mondo del tutto artificializzato e dominato dalle logiche umane deviate dagli interessi economici o, peggio, di potere.

Anche a me è successo così, scoprendo prima il mondo infinito degli astri e poi quello sempre infinito, ma nel tempo e non nello spazio, della Paleontologia, insieme anche all’osservazione della natura trasferita in arte, come avevo la fortuna di vedere nelle opere dell’amico, in Santena dove abitavo, quasi coetaneo sedicenne Bartolomeo Migliore. E’ con lui che già allora andavamo a percorrere le sale della Biennale d’arte di Venezia del 1978, dove proprio era l’arte e la natura la coppia protagonista di quella edizione. Complice di questa adesione precoce alla conoscenza dei fenomeni naturali è stata la mia insegnante di matematica a Santena, alle scuole medie, dal nome di Franca Campanino,  moglie di un grande paleontologo torinese, Carlo Sturani, figlio dell’illustratore e naturalista Mario Sturani, che mio padre conosceva negli anni ’50 in Torino, essendo uno dei sostenitori dell’Associazione culturale italiana ITALA-URSS, di cui mio padre era segretario. Una fascinazione per la natura, che esplose quando andammo a trovare a casa loro il marito paleontologo, con la sua libreria fatta in parte di libri ed in parte di Ammoniti, e che nutrivo già a dodici anni, forse anche nata dallo sfogliare i libri illustrati da Zdenek Burian sugli uomini preistorici e le loro avventure di caccia e di vita a stretto legame e contatto con il mondo naturale. Uno dei tanti volumi che erano nella libreria di casa tra le edizioni originali delle Lettere dal carcere di Antonio Gramsci e il Capitale di Karl Marx. Erano gli anni intorno al 1973, quando con mio papà Carlo, con al seguito gli strudel di mele preparati dalla mamma Teresa, girovagamo con la FIAT 127 gialla per le vallate dell’Astigiano alla ricerca di pareti di sabbia da cui estrarre fossili pliocenici.

Il prof. Carlo Sturani in una immagine scattata dalla moglie Franca Campanino a Chaudon Norant in Francia (photo da web)

Durante l’università, e la frequenza del corso di scienze naturali negli anni a venire,  erano i primi anni ’80, avvengono incontri per me importanti come quello con il compagno di studi Giorgio Aimassi, con il quale decidiamo insieme di fondare una nuova delegazione della LIPU a Torino. Erano gli anni nei quali la nuova associazione ambientalista stava crescendo, specie nelle attività di sensibilizzazione all’educazione per il rispetto del mondo naturale. Una stagione che vede la conoscenza con un giornalista, già avanti negli anni, e di grande esperienza come Piero Morini (uomo di svariate passioni storiche e delle tradizioni dei luoghi) che raccoglie intorno a lui molti giovani naturalisti appassionati di un luogo speciale che sorgeva e sorge tra il Po e la Stura di Lanzo a Torino: il Meisino, un territorio di mezzo che sarà meta delle uscite dei primi corsi di birdwachting che organizzammo in Torino, con insegnanti dai nomi eccellenti della ricerca ornitologica di quegli anni come Giovanni Boano, Antonio Mingozzi e Claudio Pulcher. Ricordi nei quali devo, per onore del vero, menzionare anche la fornitissima cantina proprio di Piero, in una palazzina sulla sponda del Po nella Borgata della Madonna del Pilone, dove sono nato nel 1959. La Lipu fu una scuola importante, sotto la guida di Francesco Mezzatesta, che mi portò poi anche fortuna, e vedremo più avanti perché.

Francesco Mezzatesta, fondatore della Lipu (photo da web)

Un secondo incontro fu quello con Giuseppe Ardito, e con i biologi animali e zoologi come Aldo Fasolo, che mi avvicinarono alla scuola dell’etologia, particolarmente affascinante, ed a Danilo Mainardi, che aveva il suo centro di studi proprio a Parma, dove era tra il resto la sede nazionale della Lipu. Qui però avvenne una nuova scoperta, grazie ad un gruppo dell’etologia classica che stava frequentando il nuovo pensiero di E.O. Wilson che scrisse la Sociobiologia la Nuova sintesi e del quale conobbi il Prof. Vittorio Parisi grazie al quale potei seguire a livello italiano quel fecondo dibattito che intrecciava l’evoluzione culturale con quella biologica nella specie umana, riprendendo anche le letture di antropologia culturale dei libri di Claude Levi- Strauss che compravo nelle bancarelle di via Po a Torino.

Di qui la decisione di seguire esperienze di campo, con le prime analisi di comportamento sulle Marmotte del Vallone di Vallanta in Val Varaita, che tuttavia non potei proseguire per mancanza di supporto didattico e scientifico all’Università di Torino (nella quale i biologi seguivano studi sugli Ctenofori, animali marini di interesse degli studiosi torinesi sempre attratti non dalle loro Alpi vicine ma dal mare: che misteri). E allora perché non provare con i macachi?  Lo Zoo di Torino con le sue Macache nemestrine mi apre le porte grazie alla prof.ssa Cristina Giacoma.

Ma in quegli anni si era in realtà già sviluppata anche la passione per la montagna e, grazie a relazioni con il mondo regionale, insieme a Dario Zocco, entro nel gruppo delle guide didattiche al Museo nazionale della Montagna, frequentando poi i corsi Scandere del CAI Uget e le prime esperienze di formazione con le prime mountain bike. Insieme a questo era anche cresciuto l’interesse per l’ambiente culturale dei naturalisti classici, come il prof.  Bruno Peyronel , partecipando alle attività della sua AIN (Associazione Italiana Naturalisti), e redigendo guide alle escursioni in natura tra botanica, geologia, geomorfologia, zoologia e via discorrendo per accompagnare i colleghi studenti su e giù per i luoghi naturalistici del Piemonte e della Liguria.

In una delle lunghe escursioni estive valdostane tra il Monte Bianco e Champorcher (l’Alta Via della Valleé n. 2), nel corso delle attività di alto escursionismo che mi appassionavano in seguito ai corsi frequentati con il CAI, una sosta forzata (il mio compagno di traversata non aveva intenzione di continuare a causa della scarsa preparazione fisica) mi porta a soggiornare qualche giorno al Giardino Alpino Chanousia, diretto allora proprio da Bruno Peyronel con la inseparabile Prof.ssa Giovanna Dal Vesco. Erano i primi d’agosto e tornai a casa ad ottobre e così per le successive 4 stagioni e 4 anni, nei quali potei lavorare anche alla mia tesi di laurea dedicata al non distante Vallone del Breuil, sino a quando….

La sede del Giardino alpino Chanousia con il vallone del Breuil (il suo caratteristico M.Te Tormotta) e il Monte Bianco sullo sfondo , con la catena delle sue Aguilles (photo da web)

Facendo parte con altri colleghi naturalisti  di una piccola realtà di consulenza ambientale, che con ambizione si chiamava Darwiniana s.s., vengo coinvolto nel progettare e dirigere con un mio collega botanico e naturalista, Giorgio Buffa, una impresa per noi entusiasmante: creare da zero un nuovo Giardino botanico sul Monte Bianco, in fregio alla prima stazione della funivia del Monte Bianco (al Pavillon), su mandato dei proprietari dell’impianto, e che denominiamo di li a poco “Saussurea”, in onore del primo alpinista salitore del tetto d’Europa, Horace Benedict de Saussure .

Il Giardino alpino Saussurea sul Monte Bianco nella sua veste attuale in seguito all’ammordenamento della linea della funivia (photo da web)

Ormai i giardini alpini diventano un argomento così importante tanto da portarmi a scrivere una guida, con relativo itinerario sulle Alpi occidentali, per conoscere tra Svizzera, Italia e Francia, le tante istituzioni botaniche nell’ambiente alpino dei 2000 metri. Una guida che avrà anche una menzione al Premio Hambury (Grinzane Cavour) consegnato a Capo Mortola.

Ma i lavori nei giardini finiscono e la carriera universitaria presso l’Isituto di Botanica si presenta lunga e difficoltosa per la mia famiglia, che pur sostenendomi in tutto negli studi, non può permettersi di mantenermi ancora negli anni (per arrotondare gestivamo a quel tempo anche una bocciofila in quel di Cambiano).  Svolgo tuttavia in quei periodi alcuni incarichi proprio in raccordo con Dario Zocco (che nel frattempo aveva vinto il concorso da direttore Riserva naturale regionale della Garzaia di Valenza Po), ed inizio lavori di erborizzazione botanica lungo il Po, redigendo e pubblicando la flora della Garzaia di Valenza e studiando poi quella del Sacro Monte di Crea, anch’essa area protetta della Regione Piemonte. Conosco qui il mondo dei Parchi, scopro rare specie di giunchi artici relitti al Pian del Re – durante uno studio per Pro Natura che redigo sulla riqualificazione della torbiera omonima assalita dalle auto dei turisti domenicali e degradata – mentre sta proprio nascendo il Sistema delle aree protette della fascia fluviale del Po (come in allora era denominato) o in parte “Parco regionale del Po piemontese” di oggi (la legge sarà poi dell’aprile del 1990). Frequento così anche gli uffici di Torino del Settore Parchi della Regione Piemonte, diretti da Roberto Saini, per molti anni responsabile dell’area parchi della Regione Piemonte, nata sulla spinta visionaria di grandi uomini della politica di allora come l’arch. Luigi Rivalta.

L’arch. Luigi Rivalta (Gigi) (photo da web).

Un giorno, un naturalista dello staff regionale dei parchi, il dr. Ermanno De Biaggi, poi successivamente direttore del Museo Regionale di Scienze Naturali,  mi lancia alcuni fogli arrotolati di carta, che prendo al volo: è un bando pubblico per dirigere il Parco naturale della Valle Pesio nel cuneese, rimasto senza direttore dopo che Patrizia Rossi, prima direttrice, si trasferisce a dirigere il vicino Parco dell’Argentera oggi delle Marittime in Val Gesso.

Il Marguareis.

In una freddissima stanza della magnifica Certosa di Pesio, in un nevoso e gelido febbraio del 1988 (cose dell’altro millennio), teniamo lo scritto dell’esame, e che cosa sorteggia una giovane forestale collega di esame dalla terna delle buste per la prova tecnica? Una domanda sulla appena istituita Riserva naturale di Crava Morozzo, nata su impulso della locale sezione della LIPU di Cuneo, per tutelare la fauna ornitologica attratta dagli ambienti umidi generati dagli invasi artificiali di una piccola locale centrale Enel di produzione idroelettrica. Qui la LIPU mi porta fortuna, anche perché si trattava di un tema del tutto nuovo e poco conosciuto, per il quale l’esperienza avuta negli anni precedenti mi ha permesso di scrivere pagine e pagine di dati descrizioni e suggestioni sull’avifauna del Pesio e dell’Oasi della LIPU. Anche lo scritto amministrativo va bene, frutto di diversi mesi di studio che avevo fatto anche se certe voci mi avevano sconsigliato si proseguire: ma lasciamo da parte questa digressione relativa ai “concorsi pubblici” …

Il 20 luglio 1988 prendo servizio avendo vinto il concorso, davvero inaspettatamente per me, alla prima esperienza di selezione per un posto pubblico. Una esperienza bellissima, a contatto con la montagna tanto amata, e nel momento in cui i parchi regionali in Italia erano in forte crescita di numero e di impegno appassionato di tanti giovani attratti dal Mondo della Natura. Qui si apre una bellissima stagione professionale.

L’orchidea Cypripedium calceolus (photo da web).

Prima di tutto, in un parco dove vigeva una certa monocultura da faunisti, appassionati di ungulati e di forestali amanti dei boschi di Abete bianco dell’area, porto all’interno il valore aggiunto della botanica floristica. Per una mia fissa? No, ma perché in queste valli tra i più grandi botanici storici dell’800 (come Emile Burnat e Clarence Bicknell) , vengono pubblicate importanti ricerche floristiche, con la descrizione di stazioni sconosciute ad esempio della bellissima Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus), scomparsa tuttavia da anni dalla presenza nota ai botanici contemporanei, e di altre rarissime specie endemiche (in un angolo biogeografico tra Piemonte, Liguria e Francia davvero unico per ricchezza ecologica). Due dei guardiaparco più sensibili al tema botanico ricevono così da me il mandato di tentare la riscoperta delle stazioni di questa specie. Dopo settimane di tentativi, in almeno due anni di stagioni vegetative dedicate alla esplorazione, un giorno, pieni di orgoglio, Bruno Gallino e Danilo Re entrano in ufficio per darmi la grande notizia: “….l’abbiamo trovata ai Bruseis!… inerpicata su ripide praterie sotto le rocche”.

Il percorso delle stazioni botaniche alpine della Valle Pesio con il Marguareis sullo sfondo (photo I. Ostellino)

Con questa scoperta si apre una nuova stagione scientifica del parco dedicata alla botanica, che porterà a produrre un film su Emile Burnat, lo storico botanico che descrisse l’orchidea per primo in Valle Pesio, dal titolo  “Sul sentiero delle orchidee”. Una idea che nasce da Aldo Audisio e da me nell’ambito della nuova produzione che Aldo aveva avuto idea di sviluppare come direttore del Museo nazionale della Montagna di Torino, con il quale avevo sempre mantenuto i rapporti dopo le esperienze di anni prima.

Questo campo di attività assume un valore ben più elevato successivamente, con la nascita prima delle Stazioni botaniche in prossimità del Rifugio Garelli, e poi del centro di ricerca botanica in Valle Pesio con una sede di conservazione di germoplasma. Un progetto di alto valore scientifico e biologico, che in particolare Bruno Gallino porta avanti, dopo la prematura scomparsa di Danilo, a causa di un tragico incidente sul lavoro durante battute di caccia al cinghiale (cosa che ancora oggi impegna enormemente il personale dei parchi che potrebbe essere diversamente impiegato mentre all’esterno delle aree protette una vera gestione faunistica dovrebbe compiere la sua parte, cosa che continua a non fare protetta da lobby di varia natura politica, venatoria ed agricola). Ma la Valle Pesio sarà anche teatro e occasione per sviluppare altre esperienze speciali.

La prima riguarda la fotografia. Sempre grazie alla conoscenza con la direzione del Museo nazionale della Montagna, vengo a sapere che a Chiusa Pesio abita Michele Pellegrino, un fotografo speciale di grandissime qualità tecniche e di una sensibilità unica, autore conosciuto di volumi e mostre fotografiche di assoluto pregio nel campo dell’arte della fotografia. La passione di raccordo tra la natura e l’arte (che avevo maturato già anni prima a Santena) mi porta a conoscerlo ed a immaginare di creare una unione tra le sue immagini delle acque e delle rocce della valle, con i progetti culturali del Parco. Un filone che porterà a dedicargli un intero centro permanente di esposizione, oltre a tante attività di editoria fotografica che ha permesso di far conoscere l’importante valore, estetico, documentario e artistico della fotografia.

Una delle immagini di grande forza espressiva della ricca produzione artistica di Michele Pellegrino.

La seconda esperienza degna di ricordo, riguarda l’esplorazione di nuove dimensioni della materia dell’educazione ambientale, che in quegli anni vedeva la presenza di un importante centro regionale, quello di Pra-Catinat, capofila di una serie di cosiddetti Poli regionali, nei quali, non senza qualche fatica , riesco a far entrare il parco, dotandolo anche di una serie di attrezzature innovative e uniche nel suo genere. Con Donato Bergese, insegnante locale, si aprono una serie di sperimentazioni che diedero un respiro di ricerca davvero uniche con la pubblicazione anche di quaderni di lavoro e di riflessione teorica incentrate intorno al valore dell’esperienza diretta in natura a fini formativi. Un filone che oggi trova una particolare diffusione nel campo dell’Outdoor education e che dopo la Pandemia Covid è stato fortemente recuperato nell’ambito delle questioni legate all’importanza del contatto esterni con gli ambienti naturali per lo sviluppo dell’apprendimento.

La terza occasione, forse la più entusiasmante, fu quella avviata grazie alla visionarietà del Presidente del Parco Riccardo Mucciarelli: far nascere un coordinamento nazionale tra tutti gli enti di gestione di aree protette regionali, che allora non avevano nessun quadro di riconoscimento a livello italiano, non essendo ancora in vigore una legge quadro specifica per i parchi, che arrivò poi solo due anni dopo, nel 1991. E così una mattina alle 7 in punto il Presidente mi fa salire sulla sua potente Lancia Thema di allora e in un batter d’occhio siamo a Magenta nell’ufficio del Presidente del Parco regionale del Ticino Luigi Bertone. Insieme ad altri due Parchi, quello piemontese della Mandria e quello toscano di Migliarino San Rossore, nasce qui il Comitato che porterà nel febbraio 1989 alla prima assemblea costitutiva proprio alla Mandria di Venaria, riunendo decine di parchi regionali di tutta Italia.

Riccardo Mucciarelli, promotore del coordinamento nazionale dei parchi e presidente dei Parchi Pesio e poi Marittime (photo da web)

In quella occasione amministratori e direttori lavoravano in stretta sequenza, senza diffidenze, che invece arrivarono purtroppo nei decenni successivi. Erano peraltro Presidenti ben preparati, anche e in modo particolare culturalmente, socialmente e politicamente. Fu una serie di occasioni ed esperienze altamente formativi, con seminari e corsi, convegni e scambi tra esperti,  spesso tenuti al Centro di Pratolino a Firenze, oltre alla nascita della ricchissima rivista di analisi denominata Parchi diretta dal Deputato Renzo Moschini, anima forte di quella stagione e dei periodi a seguire. Da qui nascerà poi Federparchi, estendendo la realtà associativa anche ai parchi nazionali con il loro ingresso nell’associazione nazionale, che purtroppo negli anni ha perso quell’abbrivio e spinta ideale dall’ora, sull’onda di un affievolimento generale del movimento per la conservazione della natura dopo gli anni d’oro tra ’80 e ’90, che si giovarono della spinta ideale data dagli anni ‘70, nei quali furono avviate le riflessioni teoriche più importanti intorno alla categoria ambientale. Intorno alle vicende cronologiche che interessano le questioni ambientali è istruttivo leggere l’importante ricerca coordinata da Luigi Piccioni scaricabile dal sito di Altronovecento, dove da pagina 60 in la è possibile verificare la notevole serie di fatti importanti che gli anni ‘70 portano con se nel dibattito internazionale intorno all’ecologia.

A quella esperienza ritornerò ma come presidente di AIDAP, di cui parliamo poi più avanti.

Ultima ma non per importanza è poi stata l’esperienza di gestione di molte altre aree protette istituite nella provincia di Cuneo, e date in gestione all’ente del Parco del Pesio, aperto alla gestione multipla di contesti naturali e di protezione territoriale anche molto diversi tra di loro. Un atteggiamento che era nelle corde del poliedrico Presidente, e del suo direttore multidisciplinare, che spaziarono così dalle forme geomorfologiche dei Ciciu del Villar, al sito romano di Bene Vagienna, alle sorgenti del Belbo e aree umide di Crava Morozzo fino alle incredibili vallate dell’alto Tanaro al confine tra Piemonte e Liguria.

Torino e il suo intorno, il Po e la sua Collina.

Fatti personali, abbinati forse alla fine di una stagione di esperienze avute nel sud del Piemonte nel cuneese, mi portano 7 anni dopo, nel 1995, a tornare a Torino, chiamato dagli amministratori del Parco del Po torinese per svolgere all’inizio attività di supporto all’ente, nato solo 5 anni prima, in attesa di definire la posizione di direzione, che sarà poi formalizzata nel 1999. Si torna a casa, proprio lungo il Po dove mio nonno, Ippolito, curava i giardini delle ville padronali dei Medici del Vascello lungo Corso Moncalieri a due passi da Corso Fiume. La sede di Vallere, dove sorge l’ente del Parco del Po torinese è anche tra il resto un luogo mitico per le aree protette del Piemonte, essendo stata la sede della Biblioteca regionale delle aree protette, oltre che della redazione della rivista Piemonte Parchi, e che resterà ancora per qualche tempo in coabitazione con il parco regionale del fiume Po. Una fase anche qui di impegno, che porterà a numerose migliorie della struttura del cascinale per una sua maggiore qualità di fruizione da parte del pubblico. E’ importante infatti dare dimostrazione di curare prima di tutto il proprio luogo di lavoro e sede istituzionale, prima di insegnare agli altri come di protegge il paesaggio. Grazie al contributo esperto sia dell’arch. Federico Fontana che di sua moglie l’arch. Renata Lodari, il volto della cascina infatti cambia dopo anni di trascuratezza legata alle gestioni regionali e del Parco La Mandria.

La Cascina Le Vallere, già sede della Biblioteca regionale delle aree protette e del Parco del Po torinese (photo I.Ostellino)

Qui le occasioni per spaziare dalla gestione alle proposte e progetti di diversa natura e matrice sono mille, in una Torino in allora in grande fermento e cambiamento, che di lì a dieci anni la porterà ad ospitare le Olimpiadi invernali, sotto la guida di amministratori esperti e di un tessuto culturale che non è mai più tornato.

Ma prima di immaginare progetti ambiziosi, bisognava mettere a posto una marea di cose in un ente istituito senza una struttura di dipendenti e con risorse finanziarie limitate. Quell’ente nasce infatti nel 1990 senza personale assegnato, elemento che comporta l’avvio di una faticosa campagna acquisti di tecnici ed altre figure per poter avere la minima organizzazione di gestione: è una fase di trattative difficili con la Regione, già nei primi anni ’90 in forte stretta economica sulle nuove assunzioni. Eppure, questo ente aveva problemi e complessità molto elevate, sorgendo in ambienti con forte impatto antropico e molti problemi urbanistici e di vigilanza ambientale da affrontare.

Su questo fronte vengono in aiuto le prime convenzioni siglate con le aziende estrattive, che per legge vedono approvati i progetti per il loro proseguimento dell’attività industriale lungo le sponde del Po (storicamente qui insediata da oltre 80 anni), con contestuale versamento di oneri economici al Parco ed ai Comuni interessati (per importi che negli anni ammontano complessivamente a svariate decine di milioni di euro, negli anni purtroppo sempre di più utilizzate per coprire le spese ordinarie degli enti pubblici invece di mantenere l’originaria e corretta destinazione a investimenti diretti in campo ambientale). Risorse importanti che permettono, in quota parte, anche di assumere a tempo determinato, poi trasformato in indeterminato grazie a nuove normative nazionali, sia personale amministrativo, di vigilanza che tecnico, tutti indispensabili per fare fronte ai numerosi impegni che il parco deve affrontare.

Fu un percorso non facile, nel quale la proposta del direttore vedeva l’ostilità del Presidente dall’ora, che con quelle risorse voleva invece fare “progetti”, per i quali c’era però l’evidente necessità di tecnici e personale amministrativo per scriverli e soprattutto gestirli. Insomma, un gatto che si mordeva la coda… ed alla fine il Consiglio del Parco diede ragione al direttore, proseguendo le assunzioni di personale, anche grazie ai primi colleghi che in sedute del Consiglio non semplici, sostenevano la proposta avendo compreso il senso dell’idea, anche con la fascia bianca al braccio: momenti d’altri tempi di solidarietà. Il tutto, tra l’altro, con la sede del parco interamente alluvionata a causa dell’imponente alluvione dell’ottobre del 2000 … tempi non facili, per nulla, anche perché il tempo era assorbito da una continua attività di istruttoria tecnica e di decine di conferenze dei servizi alle quali occorreva presenziare per l’esame dei progetti di intervento straordinario legati alle difese idrauliche urgenti che in quel periodo fiorivano in ogni luogo dei corsi d’acqua di competenza del Parco.

In verde il confine delle aree di competenza del Parco del Po tratto torinese, comprendenti gli affluenti in sinistra orografica del Po.

E le carenze economiche dell’ente di gestione di base non sono da meno. I fondi trasferiti dalla Regione servono appena per le spese di manutenzione dei 30 ettari di parco pubblico di proprietà della stessa Regione ma trasferito al Parco, oltre a una Cascina di migliaia di mq di uffici e spazi, che una precedente gestione non oculata, aveva lasciato in condizioni tali da rendere necessari molti interventi di manutenzione anche straordinaria e quindi particolarmente costosi.

Dopo lunghe e impegnative trattative, sostenute da piani di attività sempre più ricchi e articolati che con il gruppo di lavoro dei dipendenti e degli amministratori si proseguiva a progettare, le risorse di gestione finalmente crescono, fino in pochi anni a raddoppiare. Un risultato non scontato, che apre anche a nuovi interventi di riordino del Parco Le Vallere dal punto di vista paesaggistico, oltre che di natura edilizia della stessa Cascina, realizzando una nuova manica di uffici, ripristinando strutture storiche come le copertura a tetti di parte del confine dell’immobile.

Grazie alle risorse proprie, che negli anni crescono in seguito al sempre maggiore numero di progetti di recupero di esistenti attività estrattive, si possono attivare progetti nuovi, come ad esempio la completa digitalizzazione del piano d’area, cosa che spettava alla Regione ma che facemmo noi. Anche le spese di gestione del patrimonio di Vallere spettavano alla Regione, ma i soldi dedicati non venivano riconosciuti. Ma allora, come sempre, si sosteneva che esisteva un Sistema Regionale a cui doveva pensare il Settore Parchi: ma dal di dentro non era poi così sistematizzato, anche se il peggio in realtà doveva poi arrivare (e le avvisaglie erano già state annunciate nel corso degli anni 2000 quando la competenza dei parchi passò dall’originaria e corretta dipendenza dall’Assessorato pianificazione, al Turismo Fiere e Mercati, poi all’Ambiente. Un peregrinare non salutare per la definizione di una vera politica ambientale e territoriale per le aree protette).

E quindi, superati in parte questi problemi di base, a dire il vero mai del tutto risolti, si apre la possibilità di sviluppare l’attività esterna, con una progettualità che dà vita a molte iniziative di dimensione media e grande, grazie alla presenza di una struttura organizzativa interna costruita con fatica e difficoltà come prima ricordato (qui sotto una delle foto di gruppo dello staff di cui si possono altre informazioni in questo post “storico”). Questa collana di azioni sono illustrate nei 15 punti seguenti, che permettono di ripercorrere lo spirito, la volontà e obiettivi percorsi, alcuni davvero ambiziosi ed anche fortemente contrastati, come spesso accade alle idee innovative.

Il personale del Parco del Po torinese in una delle uscite organizzate dall’ente nell’ambito delle attività di formazione interna (una rarità tra gli enti parco), tra i quali 7 dipendenti  poi divenuti a tempo indeterminato grazie alla permanenza per anni come personale assunto con i fondi derivanti dalle attività estrattive (photo da web)

15 progetti, 100 soggetti, 1 milione di persone.

Tramite i progetti avviati, il numero di soggetti e persone coinvolte dalle nostre attività è tra i più elevati nella storia dei parchi in Piemonte, anche perché l’ente si apre ad un dialogo con la complessa realtà metropolitana (che ricomprende oltre 30 Comuni nella sua fascia più stretta con oltre un milione di abitanti) oltre che con i livelli del bacino del Fiume Po, e con quelli nazionale e internazionale. Il contesto metropolitano, in particolare, comprende al suo interno una moltitudine di realtà che nel loro insieme costituiscono un valore aggiunto, con le quali l’ente che dirigevo ha esplorato diverse forme di scambio e cooperazione in moltissimi campi di attività: da quello artistico a quello sportivo, da quello commerciale a quello economico e agricolo, da quello della ricerca a quello culturale, da quello della salute a quello associativo e dell’educazione. Qui di seguito alcuni dei principali progetti tramite i quali è stato possibile promuovere un posizionamento istituzionale e culturale del parco, purtroppo in buona parte disperso successivamente a causa delle riforme introdotte, gestite senza la dovuta oculatezza e capacità di capitalizzazione del lavoro precedentemente svolto.

Sono un insieme di esperienze che vennero anche riconosciute, come accadde a chi scrive, insieme ad Ermanno De Biaggi, quando venimmo entrambi insigniti del premio speciale 2012 di Cultori dell’Architettura dall’Ordine degli architetti della Provincia di Torino. Una occasione particolare che aveva permesso ai naturalisti  di poter essere riconosciuti, da coloro che costruiscono forse più di tutti il paesaggio, come soggetti capaci di contribuire alla costruzione di luoghi di vita migliori. Ma veniamo ad illustrare brevemente i tanti progetti avviati ed anche conclusi.

La cerimonia di consegna del riconoscimento tenutasi al Teatro dei ragazzi di Torino con l’arch. Riccardo Bedrone, presidente dell’Ordine Architetti della Provincia di Torino (photo Jana Sebestova)

Il piano d’area territoriale: una gestione tecnica e aperta. L’aver applicato la gestione dei pareri urbanistici che il parco rilascia per legge (oggi derubricati a semplici “osservazioni” come misteriosamente la nuova legge regionale denomina) , per controllare la coerenza degli interventi proposti sul territorio con le norme del proprio piano d’area, secondo un approccio non burocratico, ovvero di mera lettura fredda della norma, ma di supporto alla individuazione del modo migliore di progettare le opere, è stata la chiave di volta che ha permesso all’ente parco di guadagnarsi una autorevolezza che ha tenuto negli anni, certo fino a quando ci sono state le condizioni di continuità. Risposte in tempi certi, chiarezza delle indicazioni, collegialità delle scelte, confronto con i proponenti, dialogo con gli uffici tecnici dei Comuni, qualità del confronto sia sul piano architettonico che paesaggistico, comprensione delle dinamiche e delle realtà locali, cooperazione con gli istituti politecnici di ricerca e interdisciplinarità, hanno permesso negli anni di ampliare la rete di conoscenza e di prassi sulla logica che lo strumento del Piano d’area contiene e sulle sue modalità di applicazione. Una oculata gestione dello strumento di pianificazione, è stato anche un modo per rendere omaggio ad un lavoro che una squadra di eccellenza del Politecnico di Torino ha sviluppato negli anni ‘80, guidata dal Prof. Roberto Gambino e da altri come la prof.ssa Attilia Peano.  La migliore dimostrazione dell’efficacia di gestione di questa parte importante del lavoro del parco, è stata testimoniata dalla tenuta giuridica che l’ente ha garantito negli anni, salvaguardando sempre, anche nelle situazioni di scontro legale che lo ha visto affrontare problematiche di natura giudiziaria anche di forte ricaduta economica, il risultato a favore della tutela della natura e del paesaggio. Una stagione davvero florida di idee sul come intervenire sul territorio, figlia di una posizione teorica che vedeva l’approccio top down andare per la maggiore. Oggi invece, per varie ragioni politiche, culturali ed istituzionali, che qui non è il caso di sviluppare per brevità, quel modello appare superato, affidandoci invece al bottom up, avendo registrato in qualche misura il fallimento delle aspirazioni che vedevano negli anni ‘80 ‘90 una ipotesi di miglioramento delle condizioni generali tramite grandi strumenti di pianificazione. In questa esperienza sulla gestione urbanistica produciamo in quegli anni anche guide alla progettazione, una Commissione urbanistica interdisciplinare prima in Piemonte tra i parchi, e tante altre esperienze uniche che fanno crescere in modo costante la considerazione verso il nostro modello di lavoro, tanto da far nascere tesi di laurea sul caso Po torinese, e numerosi momenti di confronto in seminari e convegni o in visite tecniche svolte con varie realtà di ricerca o istituzionali locali e nazionali.

Il prof. Roberto Gambino durante l’accompagnamento in una visita al Po in un convengo sulla pianificazione dei fiumi (photo da web)

I parchi metropolitani e Fedenatur. Il piano di Gambino, tra i suoi molteplici contenuti, ha anche quello di proporre una profonda riflessione sul tema del rapporto tra ambiti naturali e metropolitani, tra spazi antropici ed aree ecologicamente di interesse biologico. È stato partendo da queste riflessioni che intorno al 1990 ho iniziato a ricercare spunti di ragionamento intorno alle questioni sul rapporto tra parchi ed aree metropolitane, scoprendo un elemento di grande interesse: questo tema era oggetto di studio e progettualità da parte di diverse realtà europee ed in una in particolare italiana, quella del Parco Sud Milano. Si trattava del consesso di aree protette europee che, su iniziativa del Parco di Colleserola di Barcellona, si erano riunite in una federazione, quella dei parchi metropolitani per l’appunto, denominata Fedenatur. Un campo di lavoro interessante, perché univa già in allora gli argomenti legati alla sostenibilità dello sviluppo dei sistemi metropolitani, collocando il tema della natura e degli spazi aperti all’interno di questo dibattito. Prendo così contatto con la funzionaria Maria Pia Sparla del Parco milanese, e di lì nasce una adesione del parco del Po torinese, con anche tentativi di portare all’interno dell’organizzazione Europea aree di parchi regionali importanti del torinese, come quello della Mandria. Ma la risposta di questi ultimi non fu positiva, ritenendosi al di fuori di queste tematiche: un peccato, ma una decisione immaginabile visto che quel parco ha sempre avuto problemi di connessione con il contesto, forse a causa di un elemento fisico/psicologico che lo ha sempre contraddistinto, e che risiede nel fatto di essere circondati da un alto muro, vestigia dell’antica tenuta reale di proprietà dei nobili della casata dei Medici del Vascello. Ma questa è un’altra storia.

Le gradevoli grafiche francesi delle assemblee di Fedenatur.

Corona Verde I e II: e la III? Proprio ragionando sulle visioni di ampia scala che il Piano del Po di Roberto Gambino propone, e grazie al confronto con la realtà dei parchi metropolitani europei, intorno al 1999 stilo un documento di proposta di cooperazione tra gli enti parco intorno all’area metropolitana torinese, che in allora erano rappresentate da ben 6 realtà : il Parco la Mandria, quello della Collina torinese, Stupinigi, Avigliana e l’area delle Vaude canavesane, oltre ovviamente al Po torinese, che comprendeva importanti settori degli affluenti Sangone e Stura di Lanzo. Il suo nome in una prima stesura era “Parchi Reali” (giocando sul doppio senso di un territorio “reale” ovvero connesso con le problematiche di contesto e non chiuso in un confine artificiale e per certi versi “irreale” e di aree dal passato legato ai Reali natali Sabaudi come Stupinigi e la Mandria). Fu davvero un periodo di lavoro molto interessante, sostenuto tra i parchi collegati da poche figure, quali quella del dr. Longo, direttore della Mandria per poco tempo in transito dalla Provincia di Torino, e che destò l’interesse di due funzionari della Regione, Ermanno De Biaggi e Giulio Givone. A loro giudizio l’idea di un progetto integrato sul verde metropolitano forniva la possibilità di costruire persino una progettualità europea: di lì a poco, infatti, tutto ciò divenne una scheda dei cosiddetti DOCUP dei fondi europei, con una dotazione a contributo di ben 12,5 milioni di euro. L’originalità dell’idea di Corona Verde, (cosi denominata su proposta della prof.ssa Vera Comoli Mandracci, non stava tanto nel concetto di cintura verde che questi territori ricoprivano, come elementi d’unione di uno spazio ecologico del tessuto metropolitano torinese (idea già elaborata in vari documenti di piano dei territori di questa area), ma nel fatto che ad animare una idea di verde metropolitano vi fossero dei soggetti dedicati, delle strutture speciali, come erano appunto i parchi regionali.

Il sottoscritto ed anche il presidente Nemesio Ala scrivemmo articoli in merito, pubblicazioni (come quella che curai per la casa editrice ETS), fino a dare vita ad un gruppo di lavoro specifico in Federparchi, che fece anche nascere spazi di consultazione nuovi, prima non presenti, sulla stessa area web di Parks.it.

Il volume sui parchi di area periurbana prodotto insieme ad Andrea Cavaliere

Ma forse il risultato più significativo e di posizionamento fu quello di candidare, con Ermanno e la sua proverbiale capacità di sviluppare mille progetti, il tema metropolitano addirittura come uno dei focus seminariali della II Conferenza nazionale delle aree protette, che il Ministero dell’Ambiente organizzò nel 2002 proprio a Torino negli spazi fieristici del Lingotto. Fu una occasione notevole di confronto, che vide la stesura di un documento finale di prospettiva curato da Valter Giuliano, e i cui lavori entrarono nel voluminoso report della Conferenza Nazionale, pubblicato dalle edizioni di Parks.it con un lavoro editoriale curato da Massimo Piraccini con il supporto curatoriale di Alessandra Tombaccini.

Questa piattaforma di elaborazione, accompagnata dai fondi regionali che vanno ad intervenire su diversi progetti candidati in un’area che interessava decine di Comuni compreso Torino, mobilita e diffonde una idea di visione progettuale che avrà un ulteriore e forte strumento di riflessione teorica e pratica, curata dal Politecnico di Torino, grazie all’avvio nel 2007 di una seconda stagione di finanziamenti, per un valore di 10 milioni di euro. La Corona Verde II parte, nonostante una forte diffidenza interna della stessa Regione Piemonte, che visti gli scarsi risultati in termini di capacità di gestione e di manutenzione degli interventi realizzati nella prima fase, non intende proseguire. Io e Elena Porro, della Direzione regionale Ambiente, andiamo a un incontro con l’allora potente direttore regionale Salvatore Degiorgio, che dopo lunga discussione e prime titubanze cede alla nostra insistenza pacata, a fronte del suo fare notoriamente poco pacato.

L’immagine strutturale del programma Corona Verde

Ed è in questa seconda fase che viene destinata una risorsa specifica per riprendere un lavoro di natura tecnica e progettuale che il Politecnico di Torino aveva sviluppato nella prima fase, senza però giungere alla costruzione di veri schemi direttori di masterplan approvati ufficialmente dalla Regione Piemonte, che avrebbero fornito nella nuova edizione, linee guida ed una territorializzazione alle opere da sviluppare, per costruire nel tempo una trama verde e blu di qualificazione complessiva del territorio metropolitano: un progetto che non poteva che essere integrato tra opere ecologiche, sistemi della mobilità verdi, qualificazione dei percorsi storico architettonici, agricoltura ed attività di recupero degli ambienti degradati o oggetto di forte utilizzazione antropica. Per costruire questo schema territoriale, insieme a Paolo Castelnovi, svolgiamo decine di riunioni per aree di quadrante, per raccogliere spunti e presentare l’idea di sviluppo di questo grande progetto, spesso portando ad esempio le virtuose analoghe iniziative di tante città europee come Lille, Lione etc..

Ne scaturì un corposo dossier che la Regione avrebbe dovuto approvare con un atto che ne riconosceva la valenza urbanistica e progettuale. Ma ciò non accadde, forse anche a causa di quelle resistenze che non si sciolsero in effetti mai del tutto, anche all’interno del mondo dei parchi. Sono le stesse resistenze che di lì a poco (durante la giunta regionale a presidenza Chiamparino), in coincidenza della presentazione di una terza stagione di Corona Verde (nei successivi fondi europei 2014-2020), che avrebbe dovuto dare anche vita ad una struttura di gestione unitaria di scala metropolitana dei temi verdi, determinò la chiusura del programma, invece di veder nascere una III edizione, lasciando monco un lavoro durato oltre 15 anni: un programma che per la complessità dei temi trattati, avrebbe dovuto divenire asse di impegno permanente, anche per risolvere i tanti luoghi di degrado e frattura che l’area metropolitana ha collezionato in decenni, anzi in un secolo, di esclusivo sviluppo industriale, senza dedicare la giusta attenzione ai problemi ambientali.

Il prof. Paolo Castelnovi durante una visita ai territori di Corona Verde caratterizzati dalle aree di laghi estrattivi (photo da web)

Una scelta in negativo, che fece la giunta di Sergio Chiamparino e gli allora assessori Desanctis e Valmaggia, nonostante anche una partecipata assemblea con i Comuni più importanti dell’area metropolitana, che chiedevano un impegno in merito (in una situazione invertita dove ora erano i Comuni a chiedere invece della Regione a proporre, come fatto due lustri prima): la risposta negativa fu di una Regione che, adducendo alla mancanza di fondi, non seppe in rarità vedere la forza e impellenza, anzi l’urgenza, che le questioni ambientali ponevano già allora al dibattito culturale e politico, e che oggi sono divenute esplosive problematiche incrociate, con gli effetti della crisi climatica specie nei territori densamente abitati intorno a Torino.

Teatro e Parchi. Ma già allora pensavo che le carte e le teorie non bastavano, forse presagendo la necessità di un impegno culturale più vasto partecipato, profondo e forte. E così, grazie alla collaborazione con un gruppo teatrale di Chivasso, il Faber Teater, sviluppiamo una serie di attività di avvicinamento al paesaggio tramite i loro spettacoli, diffondendo anche il nome del parco nelle piazze e negli incontri dei paesi, sostenendo il loro progetto denominato “Confluenze” che aveva come epicentro i territori lungo il Po e sulle colline del chivassese. Fu una stagione dove l’impegno culturale del parco tentava di aprire nuovi terreni di dialogo strutturando proposte pensate insieme e non solo mettendo un semplice logo su una locandina o fornendo gli spazi per altre rappresentazioni come accadeva anni prima alla Vallere.

Con loro, ed in particolare con Aldo Pasquero che guidava il gruppo, nacquero confronti e idee per costruire un progetto di maggiore percezione del territorio del fiume, che insieme avevamo visto essere poco vissuto e inserito nell’immaginario collettivo del territorio, orientato a guardare piuttosto a Torino, alle idee di città e di immaginifici sviluppi territoriali, senza capire il valore di quanto si aveva dietro casa. Fu una stagione che vide l’avvio di progetti in cooperazione con le ATL, in particolare quella di Ivrea, in un periodo dove il tema del turismo era visto con diffidenza dagli stesi parchi.

Il gruppo teatrale di Faber durante una delle loro performance in un parco

La mostra di fotografia di territorio “Immagina il Po”. In questa stagione di riflessione sul valore della proposta culturale all’interno di un progetto di tutela della natura, nasce una serie di proposte che porto avanti per stimolare una sempre maggiore diffusione della realtà del parco sul territorio, e tra queste nascono alcune idee, di cui la prima è quella di aprire una stagione di mostre e incontri, utilizzando i magnifici spazi della Cascina Le Vallere, nel frattempo recuperati dai danni arrecati dall’alluvione del 2000.

L’idea cade sul creare una campagna di fotografia per raccontare i luoghi del Po, e proporre nell’immaginario un paesaggio del tutto ignorato e sconosciuto, certo a volte difficile da cogliere anche nella sua bellezza, perché celato e nascosto. Nasce così anche la collaborazione con l’istituto del Design di Torino, per realizzare un logo dell’evento oltre ad un allestimento ambizioso con la stampa ed esposizione di grandi fotografie orbicolari ed immersive che Sergio Beccio con il figlio realizzano e stampano e un allestimento d’effetto, curato dall’arch. Giorgio Beltramo di San Mauro torinese (già amministratore del parco del Po torinese negli anni ’90)

Le contaminazioni culturali e artistiche sono qui già presenti con la partecipazione all’evento mostra di attività collaterali, con uno dei grandi dell’arte contemporanea internazionale: Piero Gilardi, che presenta un progetto visuale ed altre attività come il Fil rouge con l’artista Tea Taramino. Senza l’arte tutti i progetti sono più poveri: l’avevo già intravisto in allora. Una mostra che poi diede anche luogo ad un volume che sviluppava parallelamente l’idea di unire i territori fotografati in una grande Infrastruttura Verde: uno dei progetti attivati grazie alla profonda e fitta collaborazione con la struttura dell’Osservatorio Città sostenibili del prof. Carlo Socco. Un incontro centrale nel mio percorso culturale tra parchi e territori.

L’ingresso della cascina Le Vallere con l’insegna della mostra.

Il Logo e marchio collettivo territoriale Po Confluenze Nord Ovest: una idea nuova di branding territoriale. E’ intorno all’ipotesi, poi concretizzata, di creare un marchio di territorio del fiume, utilizzando i marchi collettivi del branding territoriale, che l’interesse della struttura del Prof. Socco si mobilita, vedendo come in un ente parco vi sia qualcuno che si pone qualche domanda in più su come sviluppare una maggiore idea di condivisione di uno spazio geografico e paesaggistico. E’ un pensiero che nasce da un gruppo di lavoro che vide l’ATL del Canavese e la sua direzione d’allora, un architetto, Giorgio Beltramo, un artista uomo di fare culturale come Aldo Pasquero, di Faber Teater e un esperto di marketing come Sergio Roletti: questo gruppo di lavoro elabora la proposta di costruire un contenitore ideale che riunisse l’idea del Po e dei suoi affluenti come spazio dell’immaginario, per recuperare quel percorso negletto che a questa realtà venne riservato nei decenni precedenti, dove al posto di boschi e fiumi andavano di moda piazze e fabbriche. Ne nacque anche un concorso per un logo del marchio Po confluenze Nord Ovest ed una serie particolare di eventi come i Disné, un progetto di pranzi domenicali nei ristoranti più noti della zona fluviale,  che diventavano occasione di convivialità e diffusione della conoscenza dei prodotti locali. Era il primo tentativo di trasformare il territorio del Po in un prodotto turistico, e per valorizzare le tante realtà locali.

Questa idea colpisce in particolare il prof. Socco, e su questi si muovono interessi e ricerche grazie al gruppo di laureati e specializzandi della “squadra di Carlo”, come Stefania Guarini, Andrea Cavaliere, Benedetta Giudice ed altri.

La copertina del volumetto illustrativo del progetto di promozione enogastronomica e territoriale Disné.

Il PISL e poi i PTI: una stagione di progetti e promesse non mantenute. Ma in quel periodo, grazie a questo lavoro, si produce nelle stanze del Politecnico ben di più: si riesce infatti a stilare un dossier di candidatura per accedere a fondi regionali di progettazione (chiamato programma PISL) con i quali dotare i territori di una banca progetti che si sarebbero poi potuti candidare per la loro realizzazione su altre piattaforme. Era infatti noto nelle modalità di progettazione pubblica, che solo avendo già progetti nel cassetto a livello di fattibilità si sarebbe poi potuto accedere a fondi ulteriori. Sono oltre 140.000 euro di risorse che il parco si aggiudica e con i Comuni alleati vengono tradotti in progettazione.

Sistemi di attracchi fluviali, recupero della città romana di Industria di Monteu da Po, ipotesi di un soggetto gestore del sistema fruitivo del fiume, e tanti altri cantieri per dare al fiume una strutturazione maggiore e per poter sviluppare una vera fruizione. Una stagione piena di prospettiva che però dopo poco vede la Regione, capofila dell’idea, sfilarsi e non sostenere più i progetti come dalle prime intenzioni, generando anche una delusione nei territori che si vedono privati della possibilità di concretizzare idee che con tanto impegno si erano poste a realizzazione.

Uno sfilarsi che si riprodurrà di lì a poco con una seconda stagione di progettualità (i PTI) nei quali addirittura i parchi, che nella precedente stagione avevano dato grande dimostrazione di coordinamento locale collocandosi ai primi posti delle graduatorie (il Parco del Po tratto VC-AL al primo posto!), vengono esclusi dalla possibilità di partecipazione. Un mistero, o forse una logica conseguenza del fatto che i Comuni si vedevano superati dagli enti intermedi…. il campanile che vince sempre nell’Italia degli oltre 8000 Comuni.

Il prof. Carlo Socco che coordinò il dossier PISL e le attività dell’Osservatorio del Paesaggio del Po e Collina torinese (photo da web)

La Biennale del Paesaggio “Paesaggio zero” e Osservatorio del Paesaggio del Po e della Collina Torinese: il progetto cresce. Ma nonostante questi risultati, con il prof. Socco si pensa sempre in grande e nasce l’idea di istituire un Osservatorio del Paesaggio che ricomprenda il Po e la Collina torinese, negli anni nei quali si incomincia a parlare di unire i due enti di gestione. La notevole quantità di elaborazioni e lavori, di progettualità sviluppate danno modo di poter realizzare una piattaforma, che diviene un sito web, dove vengono condivisi molti studi oltre che mappe e testi di ricerca che daranno vita anche a volumi editati con la casa editrice Alinea ed atti delle edizioni della biennale come quella del 2010 denominata Rarità Naturali. E’ infatti per diffondere l’idea di paesaggio che viene ideata una specifica Biennale denominata Paesaggio zero, che nasce per riflesso lungo le elaborazioni di Gilles Clement sul Terzo Paesaggio.

Sono occasioni che ampliano il dibattito sul rapporto natura e paesaggio, frequentando una coppia teorica che purtroppo viene spesso vista come divisa, e che invece presenta moltissimi punti di contatto: nascono mostre, seminari, partecipazioni artistiche come quelle di Andrea Caretto e Raffaella Spagna che curano mostre e creano per l’occasione una specifica opera denominata “Acceleratore di particelle catastali”.

Il progetto della Biennale prosegue negli anni, andando poi a gemellarsi con la biennale Creare Paesaggi ideata già anni prima da Claudia Cassatella e Francesca Bagliani per poi chiudersi per varie ragioni, tra le quali non sono secondarie una certa valutazione del nostro operato, sempre troppo avanti o visto come eccessivamente differenziato ed ambizioso.

Il logo della biennale attivata dall’Osservatorio creato tra Politecnico torinese e Parco regionale del Po e Collina (photo rielaborazione da web)

La Presidenza AIDAP. Proseguendo le attività su tante piattaforme diverse, e avendo da tanti anni frequentazioni nazionali con Federparchi, nel 2007 partecipo ad una assemblea al Parco Ticinio Lombardo della AIDAP, associazione nazionale dei direttori dei parchi italiani. E in quella occasione i colleghi partecipanti promuovono la mia candidatura alla presidenza. E così avviene con larghissima maggioranza. Inizia un impegno nuovo, che prima di tutto mi porterà ad estendere l’associazione anche ai funzionari apicali dei parchi, nella convinzione che solo i gruppi di lavoro portano avanti le attività e non solo un direttore in solitaria. Tante assemblee di Italia, incontri per promuovere una rete delle aree protette marine, troppo isolate dal resto delle aree protette italiane, e incontri seminariali organizzati anche in corrispondenza delle assemblee di Federparchi, pensando di fare del bene ad entrambi, oltre a meeting di studio anche in collaborazione con IUCN.  Ma anche qui sembra che certe idee siano troppo avanti: i Presidenti si lamentano, quasi a notare una sorta di competizione tra direttori e strutture politico-amministrative nell’elaborare pensieri e idee sulla gestione. Pensare che sono i dipendenti dei parchi quelli che ogni mattina tirano su la saracinesca degli uffici e della vigilanza (ed anche di notte). Inutili e vuote polemiche che stancano solo e non fanno progredire le attività: forse avendo dato troppo impulso all’associazione a livello nazionale (passammo da pochi iscritti a decine e decine) dava un po’ fastidio: che dire questo male delle invidie e davvero un male diffuso. Per varie ragioni, anche di salute e per acciacchi spiacevoli che mi colpiscono sul finire degli anni 2000, lascerò poi l’incarico.

Uno dei momenti della conferenza con IUCN con i colleghi delle aree marine protette della Sardegna in primo piano Augusto Navone e Bruno Paliaga (photo da web)

Il Masterplan Po dei Laghi. Sono anni nei quali l’impegno progettuale nel parco non viene certo meno. Ed uno dei progetti che propongo insieme al funzionario di Unimin dr. Emanuele Campanella, è quello di ideare un programma specificamente dedicato all’area delle cave poste tra Moncalieri e Casalgrasso. Una idea che nasce dalla semplice constatazione che l’ipotesi di affidare a gestione pubblica questo insieme di oltre 800 ettari (prevista dallo stesso piano del parco) non può funzionare: le sempre più scarse risorse economiche dei Comuni come potrebbero negli anni a venire prendersi cura, vigilare e controllare questi territori quando fanno fatica a gestire i giardini dei loro paesi oltre ad altre mille difficoltà nel garantire i servizi minimi? Oggi tutto questo è sempre più vero anche alla luce di quanto successo con la crisi pandemica e le altre difficoltà sociali del 2024.

Perché non prendere quindi spunto dai vicini territori francesi, che hanno trasformato le cave in servizi ai cittadini?  Un’idea occorre riconoscere più evoluta delle semplici destinazioni naturalistiche che il piano del parco prevedeva e prevede. Così con L’Unione industriale organizziamo una visita di conoscenza ai colleghi del parco Miribel Jonage di Lione, con i quali avevo stretto da tempo un gemellaggio di scambi, essendo partner di Fedenatur. La visita è interessantissima, oltre che per vedere realtà di interesse industriale, per visitare il parco lionese attrezzato con a fianco dei laghi estrattivi, spiagge, palestre, scuole di canottaggio, fattorie didattiche, percorsi di birdwachting etc… insomma un parco del Po in formato fruizione belle che fatto e finito.

Convinti della possibilità di realizzare una ipotesi analoga lungo il Po a due passi da Torino, come il parco di Lione é analogamente vicinissimo all’est della città del Rodano e della Saone, rientriamo a diamo vita, con cofinanziamento della stessa UNIMIN, ad uno studio di masterplan, che individua i singoli laghi con specifiche destinazioni di utilizzo, con una grande linea di connessione ciclabile e vari progetti di aree di attestamento, come prima indicazione di cosa avrebbe potuto sorgere come attrezzature lungo questo grande percorso, che in qualche modo riprendeva anche idee degli anni ‘80 intorno alla costruzione di un Parco delle Cave.

Il programma poi denominato Masterplan del Po dei Laghi, anche se presentato in sede di seminario dedicato, ha avuto un percorso che non ha visto il suo inserimento in programmi di sviluppo regionali, purtroppo incappando nella scarsa valutazione dei progetti di scala vasta, che di nuovo, assessori come Valmaggia e Desanctis, scelsero di non seguire con la dovuta attenzione. E così oggi questo ambito territoriale resta in attesa di vedere un reale progetto di riconversione, con l’altamente probabile rischio che le destinazioni immaginate dal progetto del parco non vedano le loro realizzazioni: quando i piani non danno i risultati sperati occorre con inventiva immaginare nuovi percorsi e modi di agire, e saper ascoltare le nuove proposte. Ma questa è una dote di pochi, troppo pochi.

Le spiagge attrezzate realizzate sui laghi di cava del complesso del parco di Lione (photo da web)

La Ciclovia Canale Cavour: un’idea grande partita tra troppi ostacoli, ma con qualche successo finale. I continui scambi di ricerca e di partecipazione che mi vedono partecipare con interventi e docenze nei corsi di architettura del Politecnico, hanno un nuovo esito grazie alle attività condotte con due professori esperti di progettazione territoriale e di restauro: Riccardo Palma e Chiara Occelli. Partecipando ai loro corsi per raccontare le idee di sviluppo dell’area del Po, nasce l’idea di sviluppare un laboratorio didattico sul sistema della presa Canale Cavour a Chivasso. Un luogo affascinante per le sue proprietà architettoniche e per la storia straordinaria, che lo segna come prima grande opera dell’unità d’Italia, ideata dallo stesso Camillo Cavour.

Nasce così l’iniziativa di realizzare una pista ciclabile che segua tutto il corso del canale per i suoi 84 km di sviluppo, portando come una unica retta a collegare in sostanza Torino con Milano, essendo il tratto finale del canale in congiunzione sul Ticino con il sistema dei Navigli che da qui portano in centro a Milano.

Il politecnico redige uno studio di fattibilità che individua modalità e costi di massima, con l’intenzione di portare come parco questa idea agli organi istituzionali per avviare un percorso di realizzazione, aiutati da un elemento importante di condivisione locale: il canale é infatti demaniale ma dato in gestione all’associazione irrigua tra le più importanti del nord Italia, la Coutenza Canali Cavour, i cui vertici sensibilizzati sul tema si rendono disponibili a cooperare con il parco per questa iniziativa. Una bellissima occasione per arricchire una infrastruttura agricola con finalità di turismo e frizione. Ma c’è un ma.

Lo schema direttore del progetto della ciclovia del canale Cavour ideato dai prof. Palma e Occelli

La nostra proposta cozza con il potente e politicamente spondato progetto di VENTO, la ciclabile da Torino a Venezia lungo il Po, che non ammette deviazioni, neanche quando sono fortemente motivate ed anche sensate come il nostro progetto del canale Cavour. Una certa supponenza che impedisce per molto tempo all’idea di decollare.

Il fatto è però che il nostro progetto poggiava su sedie pubblico, aveva una forte connotazione ideale ed architettonica, ed era fattibile, a differenza del più complicato e diffuso sistema di percorribilità lungo il Po.  E così dopo molti anni di insuccessi la Regione Piemonte decide di finanziarlo, individuandone anzi il tratto da Chivasso a Saluggia come tracciato di VENTO. Certe volte quanto tempo si perde.

Aiutò di certo questo finale positivo l’ideazione, che avemmo insieme all’associazione Ovest Sesia, poi condivisa dal Parco Ticino e dall’altra associazione irrigua Est Sesia ( che insieme cogestiscono il canale nella Coutenza Canali Cavour) di organizzare un evento di promozione, che essendo in prossimità dell’EXPO milanese, venne denominato Explorando. Una 4 giorni di percorso lungo il Canale, ed in parte al suo intorno per ovvi motivi di mancanza del tracciato percorribile interamente, condotto da un gruppo di ciclisti esperti e con una attività stampa e mediatica al contorno che fece alzare l’interesse intorno all’idea, con eventi ed appuntamenti alle partenze ed arrivo e lungo l’itinerario. Un’impresa che permise di produrre rassegna stampa, ritorno mediatico, e coinvolgimento degli amministratori, e che fece la sua parte nel portare poi in porto l’avvio del progetto. A quale punto sia oggi non mi é dato sapere, ma mi auguro non si perda anch’esso nella mancanza di pungolo che da anni certe idee hanno avuto modo di poter ricevere.

La monumentale presa del canale a Chivasso di derivazione delle acque del Po (photo I.Ostellino)

Il Piano strategico dell’area metropolitana di Torino: un percorso come nuovo ente del Po e della collina torinese. Con il 2012 l’assetto del Parco cambia, entrando in vigore l’accorpamento (come denominato allora) con la Collina torinese e le sue aree protette del Bosco del Vaj e soprattutto della Collina di Superga, un luogo mitico per tanti motivi e non solo sportivi (la sorge il cippo della tragedia della squadra di calcio del Torino). E’ lo stesso anno nel quale la città di Torino, insieme ai principali comuni dell’area circostante dà vita ad una nuova fase di visione strategica, dopo che la prima avviata negli anni 2000 aveva dato importanti frutti, collocando soprattutto Torino in una nuova immagine di città della cultura e di lì a poco di stampo internazionale con le Olimpiadi del 2006. Parte, infatti, il Piano strategico Terza edizione, più metropolitano dle precedente, e il presidente dell’Associazione Torino internazionale, che ne cura la realizzazione, Valentino Castellani già sindaco di Torino e tra i principali promotori delle Olimpiadi invernali, mi chiede di coordinare il tavolo del tema verde ed ambientale, forse in seguito ai tanti anni di esperienza condotta in questo campo. Un impegno che assumo nonostante, anche qui, prime resistenze dell’allora presidente del Parco, che di fronte alla sua non disponibilità a concedermi questa possibilità di impegno (gratuita) dovette accettare un incontro con Castellani, che non ebbe difficoltà a convincerlo. E così il gruppo partì, con la supervisione del coordinatore generale Anna Prat.

Fu un anno e mezzo di lavoro decisamente entusiasmante, nel quale però di nuovo emersero le solite difficoltà di rapporto in particolare con la Regione Piemonte, che vedeva in questa operazione una sorta di scippo della sua idea di Corona Verde, peraltro su un tavolo coordinato da chi aveva avuto quella idea…

Uno dei materiali elaborati con il coordinamento del Prof. Pasqui di Milano, sulla struttura territoriale metropolitana torinese, con i fiumi in bella evidenza per la prima volta. (photo da web).

Si susseguirono incontri e riunioni, coinvolgendo persino il sindaco Piero Fassino, dai quali emerse un’idea di cooperazione, che non ebbe però mai fino in fondo successo.  Con l’uscita del rapporto finale, che collocava l’idea dell’infrastruttura verde metropolitana e di Corona Verde 2025 tra gli asset delle nuove politiche e metropolitane, ottenendo un risultato non scontato, si profila una nuova possibile stagione importante per l’ambiente e i territori collinari e fluviali, non relegati a sfondi paesaggistici, ma attori di nuove prospettive di sviluppo locale. Ma …. arrivano le elezioni politiche, e vincono altri, che cancellano tutto il lavoro fatto. Normale amministrazione nel paese italico, sempre avvezzo alla dannatio memoriae.

 

Il Cammino delle Colline del Po. La visione estesa del territorio dell’area protetta, letta come un punto di raccordo con molte altre realtà e strutture e non una monade isolata, ci porta, con il supporto di Dino Genovese collega del parco, a costruire un appassionato progetto intorno al tema dei Sentieri della Collina Torino. Una realtà che affonda la sua nascita in una encomiabile iniziativa di Pro natura Torino che sostenuta dall’allora amministrazione provinciale di Torino negli anni ’80 e dall’assessore Valter Giuliano, promuove la cartografia, mappatura e segnalazione di una rete di oltre 900 km di tracciati in quella che possiamo chiamare la Montagna di Torino. Anche l’allora Parco regionale della Collina torinese, poi unito al Po torinese, aveva dato un impulso importante al progetto, ma collocando l’interesse in particolare su quello che è il noto percorso della Superga-Crea. La nostra idea è quella di estendere di più questo progetto, collegando in realtà le due cittadine che stanno ai piedi del vasto sistema collinare Torino-Valenza, ovvero Moncalieri e Casale Monferrato. Nasce così il Cammino delle Colline del Po, corredato di una seri di percorsi cerniera che collegano le pianure circostanti con gli itinerari di cresta.

L’itinerario del Cammino delle colline del Po: chi scrive insieme a Dino Genovese che ha contribuito in modo fondamentale all’avvio del progetto (photo I.Ostellino).

Un progetto forte che avrebbe potuto essere poi candidato alla variante della Via Francigena, assumendo un ruolo di vettore per il turismo a piedi in continua crescita. Il progetto poi viene abbandonato, perché il parco “si estende troppo fuori”, una frase che con tutta probabilità viene ripetuta perché sostenuta dall’assessorato, sempre lungimirante. L’idea è sopravvissuta nelle attività dell’attuale Città metropolitana di Torino che ha sviluppato quella rete di cooperazione istituzionale tra i Comuni e non solo tra le associazioni locali, che fu la nostra idea di base ulteriore, che fornì maggiore ruolo strategico al progetto.

Non dimentico che da questa idea nacquero anche nuove prospettive interprovinciali come fu quella di collegare la rete collinare torinese con il bellissimo progetto del sentiero “Path Pachamama” di Outdoor Education di Davide Bologna e Tatiana Zaccone, che oggi sopravvive con grandi successi nell’area dell’alta Langa, verso sud tra le colline astigiane e quelle del Cammino delle Colline del Po.

Ma il progetto si porta con se anche un pensiero di nuova pianificazione dell’area collinare, immaginando che il contenitore della nomina UNESCO MaB (che vedremo più avanti), possa dare corso ad un pensiero strategico del territorio dei rilievi a est di Torino, visti secondo una nuova visione, non limitata alla solita collina del faro della Maddalena, tutta Torinocentrica, ma estesa più a est dove il centro sta a Chieri e lo sviluppo è delineato lungo le direttrici delle diverse valli che si sviluppano sino al confinante astigiano. Una idea che trasformo anche in un disegno di natura territoriale con l’aiuto dei borsisti del Mab e che presenterò in una assemblea dell’INU. Tanto lavoro che però non sarà valorizzato.

Il progetto territoriale sulla collina tra Torino e l’astigiani elaborato e presentato al Convegno annuale INU del 2017 (Elaborazione I.Ostellino e Colombelli, Tensi).

Il Superga Park Tour: un evento multiplo tra cultura e natura. Nel frattempo, il parco nuovo del Po e Collina torinese, con un importante ingresso come quello dei Colli di Superga, ha bisogno di nuova linfa e di idee. Il sistema della Basilica offre una occasione speciale e come prima cosa indico un incontro di cooperazione tra tutte le realtà che sviluppavano progetti culturali nell’area (rassegne musicali, visite guidate alla Basilica, proposte turistiche/didattiche e fruizione di parchi avventura) nell’intenzione di costruire un calendario condiviso e di dare maggiore visibilità al sito, tutto sommato poco frequentato in una ottica integrata, senza quel necessario collegamento tra i diversi Comuni coinvolti, Torino, Pino Torinese, San Mauro torinese e Baldissero torinese. Una iniziativa vista di buon occhio da parte dei Comuni e meno da parte di alcune realtà, che vedono quasi una ingerenza questa proposta di collaborazione, invece di vederne le nuove opportunità.

L’idea è quella di riprendere l’occasione del concerto svolto per i 150 anni dell’Unita d’Italia nel Ferragosto del 2011, per proporre con continuità un appuntamento annuale che riporti il contesto del luogo, e non solo la Basilica, all’attenzione del pubblico: dalla Strada Panoramica, al centro visite del Parco, alla Dentera sino all’Osservatorio astronomico di Pino torinese, l’altra “cupola” posta a sud dal lato opposto della via panoramica che attraversa i boschi di cresta collinari sino a Pino torinese. Ma quale idea avere e proporre specie viste le esigue risorse economiche che il parco mette a ´disposizione? L’unica proposta arriva da una esperta di marketing territoriale che ha negli anni condotto numerose esperienze di lavoro con la creazione di piattaforme di cooperazione anche tra pubblico e privato: la dr.ssa Monica Nucera Mantelli.

La sua esperienza e competenza anche nel campo della comunicazione e dei grandi eventi, porta anche a ideare il nome di questo nuovo appuntamento: il Superga Park Tour Una piattaforma con più contenuti che ha al centro un momento musicale che fa da richiamo culturale del pubblico, ma intorno al quale l’idea da lei proposta comprende dibattiti, visite guidate, mostre all’interno del chiostro della Basilica, mostre di fotografia, mercati dei prodotti agricoli locali, navette gratuite lungo la Panoramica, biglietti scontati per il Parco Avventura, visite all’Osservatorio e Planetario di Pino torinese, partecipazione di pubblico con performance di teatro danza e chiamate a raduno di comunità metropolitane, come ad esempio quella del tango rioplatense: quindi tanti pubblici, tante proposte, tante offerte di fruizione per tutti. Tante cose, secondo alcuni persino troppe.

La locandina della prima edizione del multi evento

Sembra quasi che l’estrema vitalità dia un certo fastidio ad un certo immobilismo sabaudo, o forse l’inventiva che sempre viene espressa da una certa idea di gestione che porto avanti da anni, collaborando con persone altrettanto dinamiche e creative, comincia a infastidire. Anche in Regione mi viene detto da parte di quelli dei parchi: “ah! Ostellino, tu che butti tutto sempre in cultura”. Che dire, nulla, meglio dire nulla.

Il fastidio aumenta anche perché questa iniziativa non solo ha successo, ma vede anche un forte ritorno mediatico, sui giornali e nei media televisivi e porta il parco in piazza, a contatto con migliaia di persone, utilizzando, proprio grazie al fatto di usare la cultura come strumento, palchi come quelli del San Giovanni di Torino, e molte altre piattaforme sino ad allora mai frequentate dal parco e che la coordinatrice della piattaforma porta come patrimonio di contatti sviluppati in anni precedenti di lavoro nell’ambito culturale e manageriale torinese.

Purtroppo certa piccola stampa locale, a firma di autori che poco hanno a che vedere con il giornalismo classico ma più con le forme della cronaca scandalistica, criticano con basse modalità informative queste attività, deridendo ad esempio le attività del tango rioplatense, senza voler vedere che questa esperienza culturale, già dal 2009, è stata riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità da Unesco, oltre ad ignorare la grande platea di praticanti che nell’area metropolitana del torinese ammontava e conta oltre 5000 persone, legata al fatto che proprio Torino ospitò le prime milonghe in Italia all’inizio degli anni ‘80.

Momenti delle iniziative durante il Superga Park Tour (photo da web).

Grazie ad anni di lavoro, la visibilità cresce e la partecipazione dei cittadini anche, come anche quella del personale del parco, all’inizio restio,  che supporta tutte le attività organizzative e di informazione , che per una parte si rende conto che forse questo percorso permette di dare un maggiore senso di ritorno pubblico del lavoro che si svolge quotidianamente, superando il vecchio modello di lavoro chiuso all’interno del confine e dell’ufficio del parco stesso.

Un’altra parte vede invece questa continua presenza all’esterno come uno snaturare la missione principale del parco: proteggere la natura. Due visioni, una chiusa e una aperta, una vecchia e l’altra nuova: nuova perché quella che propongo insieme al piccolo gruppo di lavoro, è la stessa che viene sostenuta dalle conclusioni internazionali dei consessi come IUCN o come UNESCO, che chiamano i parchi a creare alleanze ed a diversificare la loro proposta in cooperazione con i territori esterni ai loro confini.

E qui nasce, per un incrocio di virtuosi elementi che vanno sotto il detto aiutati che il ciel t’aiuta, il più grande progetto complesso che mai avemmo avuto modo di mettere insieme, condiviso da un piccolo ma convinto gruppo di persone e soggetti esperti motivati.

La Riserva della Biosfera CollinaPo: la grande impresa UNESCO. Grazie alla visibilità ottenuta da questi eventi, ed alla reciproca conoscenza maturata negli anni con le strutture politecniche, un giorno vengono a trovarmi un gruppo di ricercatori di una struttura parallela al Politecnico torinese, con partecipazione della Compagnia di San Paolo: l’istituto SITI. Un gruppo di agguerriti ed esperti in candidature UNESCO, che avevamo da poco portato a casa il riconoscimento internazionale dei Paesaggi viti vinicoli piemontesi di Langhe e Roero, mi vengono a esporre la loro idea: quello che il parco sta facendo se vi si mette una copertina UNESCO nel programma Man And Biosphere, può facilmente ricevere il prestigioso riconoscimento internazionale, grazie alla perfetta coerenza tra quanto già fatto e i contenuti del programma stesso. Una proposta davvero eccezionale, con un percorso di lavoro che sembra dare il giusto valore al lavoro fatto in tanti anni, ma che ha bisogno di un qualche supporto economico per affrontare i costi di stesura del dossier e le attività di rapporto con il Ministero e con UNESCO a Parigi, oltre che con l’attivissimo ufficio Unesco in Italia deputato a seguire queste attività, ovvero quello di Venezia.

La prima cosa, quindi, è chiedere le risorse alla Regione Piemonte, dopo che la stessa negli ultimi anni ci ha costretto a tagli economici enormi, non trasferendoci più fondi ordinari avendo secondo loro a disposizione i fondi delle cave, che però servivano ad altro. Ma qui lasciamo stare questo complesso aspetto.

E così l’incontro con l’assessore di turno avviene con una esorbitante lettera di richiesta di ben, 25.000 euro. Non ho sbagliato gli zeri, sia inteso. La risposta è comunque no: ed in aggiunta il rifiuto è accompagnato dall’invito di farsi il percorso da soli sul territorio, senza almeno una delibera di appoggio a monte della Regione (che costava 0 euro), per poi vedere successivamente il da farsi.

Ovviamente la delusione è forte. Ma mai perdersi d’animo se si crede in una idea. E la convinzione era forte anche perché proprio in quegli anni prende forma e vita l’evoluzione del marchio di territorio prima ricordato, con la nascita del marchio CollinaPo questa volta registrato alla Camera di Commercio.

Il gruppo e delegazione di supporto alla nomina UNESCO di CollinaPo al Congresso delle Riserve della Biosfera (photo da web).

Con questo logo, e con il lavoro che lo aveva prodotto, avremmo potuto davvero vincere la sfida, anche perché il parco aveva al suo attivo tante progettualità di area vasta che prima ho descritto.

E qui viene in soccorso l’aver lavorato bene negli anni precedenti: infatti, essendo parte del Piano strategico metropolitano, in occasione della presentazione del lavoro di Infrastruttura Verde al comitato scientifico internazionale, presentato in perfetto inglese dalla componente tecnica del gruppo di lavoro Monica Mantelli, conosciamo il presidente del comitato: il prof. Francesco Profumo. E allora? Il fatto è che la presentazione piace moltissimo, e che questo presidente è anche il presidente del Gruppo IREN. Nasce cosi l’idea di chiedere a IREN un contributo di sostegno economico, essendo in corso già attività di collaborazione tra Parco e IREN. L’autorevolezza acquisita negli anni e il lavoro impeccabile appena presentato, fanno la differenza. IREN accetta la proposta di collaborazione e finanzia quindi con 150.000 euro l’operazione della candidatura, per coprire non solo le spese di dossier, sviluppate in contratto diretto tra IREN e società SITI, ma anche le attività di promozione e la copertura di borse di studio per laureati per lavorare sui temi tecnici del MaB Unesco, come espressamente voluto dal Presidente Profumo. Che dire, chi sa vedere la qualità premia i progetti validi e così per la prima volta il parco acquisisce un contributo importante da una delle multiutility strategiche dell’area metropolitana. Un risultato storico.

Il momento della firma del protocollo che sanciva la cooperazione tra IREN e Parco del Po e collina torinese per la candidatura MaB presso la sala Aldo Viglione del Consiglio regionale del Piemonte (photo da web).

Ma storica sarà anche l’impresa di raccogliere oltre 80 delibere comunali di condivisione del progetto di candidatura, con assemblee ed incontri per aree omogenee, nei quali l’idea di costruire un grande contenitore territoriale con un marchio Unesco, aveva trovato adesioni nella stragrande maggioranza. Ancora forse la Regione nutriva qualche perplessità, dimostrata anche da valutazioni verbali che lo stesso assessorato aveva espresso in riunioni tra gli enti etichettandoci come “i copioni del MaB”, riferendosi al fatto che pochi anni prima era stato riconosciuto il sito del Monviso: davvero battute poco felici che denotavano per di più una certa non conoscenza sui principi originari del programma, che erano particolarmente orientati a lavorare su aree complesse, come quelle urbane, e non lungo sperdute cenge di roccia. Ma forse chi aveva formulato queste frasi non aveva, di certo, mai letto Valerio Giacomini, lo scienziato italiano che promosse il programma in sede internazionale alla fine degli anni ’70.

Ma tutte queste gufate poco poterono, e il 19 marzo 2016 a Lima in Perù il congresso mondiale approvò e sancì la nascita della RB CollinaPo, la prima Urban MaB italiana.

Subito il Comune di Torino diede ampio risalto al risultato e grazie al fatto di avere al seguito anche l’ufficio stampa esterno incaricato del parco, che inviò subito i comunicati in Italia, il ritorno fu ampio e di condivisione del grande risultato.

Purtroppo, di lì a poco, una attività burocratica e di lettura molto parziale delle norme, riuscì a bloccare un impegno durato decenni, portandomi insieme a chi aveva collaborato con me a rispondere davanti al Tribunale di Torino dell’operato svolto. Una brutta pagina dell’amministrazione pubblica e della giustizia, specie per l’accanimento che si avvertiva, e che un saggio etichettò con la frase di De Gregori “…che chi cercava giustizia, trovò la legge.” e che determinò come effetto collaterale un allontanamento da parte di molte persone e realtà che non ebbero voglia di approfondire, e di mantenere anche quel sostegno che le persone che fanno del bene dovrebbero invece ricevere.

L’ambito territoriale della Riserva della Biosfera UNESCO CollinaPo (photo da web. Elaborazione originale I.Ostellino).

Conseguenze delle fatiche e nuove prove. Di lì a poco entro anche in ospedale per combattere un tumore all’intestino. Non aggiungo altro su questo triennio 17-19 che scorre come una tempesta, che solo la pandemia inverte, sapendone leggere sino in fondo i molteplici significati, senza fermarsi al semplice concetto “pandemico” diffuso dai sempre più penetranti mezzi di informazione.

In tutta questa massa di attività, iniziative e progetti che con il mio contributo – a volte fondamentale perché da questo sono partite e originate molte nuove azioni, che hanno permesso al parco ed al territorio di vedere tra il resto riconosciuta una ricaduta finanziaria che si può stimare in oltre 30 milioni di euro – quelle forme di invidia, gelosia, strana reazione al nuovo, o altre modalità del complesso comportamento umano, maschile e femminile compresi, dovevano trovare un modo per interrompere un ciclo virtuoso, tale è stato come dimostra questo racconto storico qui narrato.

E così azioni di controllo che hanno anche incluso lettere anonime, hanno trovato sponda in letture della giustizia che andavano dietro a ricostruzioni  e interpretazioni (si sa la legge in Italia prima che da leggere è da interpretare) , senza saper valutare davvero, senza cogliere la verità del bene fatto, ma inciampando, consciamente e in modo convinto, in forme a mio parere distorte della lettura di quanto fatto.

Finisce così un ciclo durato sino al 2018, quando il sistema gestionale non pago (direbbe il poeta) estende la sua scure, con operazioni che hanno per certi versi dell’incredibile negli anni subito a seguire. Viene ad esempio sciolto e annullato il settore dei Parchi regionale che per 40 anni ha rappresentato una eccellenza nazionale, creando un team dedicato alla speciale materia dei Parchi, che dispersa in diversi rivoli di competenza, ha necessariamente perso quella necessaria unità di lettura che deve essere dedicata ai temi ambientali. Ma oltre a ciò, l’Ente parco del Po torinese viene abrogato e inserito in un superente di gestione delle aree protette del Po, che finisce al confine lombardo (partendo però solo dal torinese e lasciando inspiegabilmente fuori il lungo tratto cuneese), non accumulando e valorizzando quanto fatto nei decenni precedenti.

In questo percorso non si segue infatti una gradualità capace di raccordare il lavoro fatto nel tratto del Po vercellese alessandrino ed in quello torinese, gioco forza segnati da approcci diversi perché diversi sono i territori che sono strati oggetto del loro impegno: il primo rurale e agricolo e l’altro urbano e industriale.

Ne fa le spese maggiori, in questo processo revisionista, la Collina Torinese. Oltre a scomparire dal nome dell’Ente, non appare più essere un focus fondamentale della politica di tutela, con il sistema del Parco naturale di Superga che non entra più nelle icone di gestione e di promozione del territorio. Paiono ritornare gli echi di quando, negli anni di poco precedenti, era circolata la proposta di affidare la gestione di questa area protetta all’ente dei parchi della Mandria. Anche lo storico Centro visite del parco è stato smantellato, come la sede in bosco lungo la Strada Panoramica. Un vero grande peccato, perché l’area di Superga rappresenta una posizione e un luogo di primaria importanza per il sistema paesaggistico dei territori a est di Torino, cerniera tra la Collina e il Po che scorre ai suoi piedi: inoltre il sistema ecologico della collina torinese è la vera frontiera di tutela degli ecosistemi dell’area, a fronte di un territorio fluviale che è stato martoriato da decenni di usi indiscriminati e da un intenso sfruttamento agricolo che, insieme a quello industriale, hanno alterato completamente l’assetto della qualità delle acque non solo superficiali ma soprattutto profonde.

Le visioni e i progetti che in 25 anni di lavoro hanno portato la realtà del Po nel torinese su tavoli di prestigio come in Unesco, o in consessi ed ambiti di riconoscibilità culturale come Terra Madre, il Salone del Libro, senza contare le decine e decine di rapporti con organizzazioni ed associazioni in tanti ambiti disciplinari (dal paesaggio al design, dall’arte ai rapporti internazionali, alle attività editoriali in cooperazione con gli istituti di ricerca) paiono del tutto scomparsi anche a causa di un continuo susseguirsi di riorganizzazioni del personale interno e delle direzioni.

Una recente immagine dell’area del Parco naturale delle Vallere con i resti dell’infinito cantiere dell’argine sinistro del Po (photo I.Ostellino).

La Nuova Via e qualche riflessione finale, dalla pianificazione del territorio, alla nuova visione del rapporto tra le categorie Natura, Estetica e ed Etica. Proprio l’evento pandemico, meglio definibile come un grande accadimento sanitario-economico-finanziario speculativo mondiale che una vera pandemia, che prima ho ricordato, segna una svolta, aprendo i miei occhi ad un mondo più attento nel valutare quanto ci accade intorno, grazie anche al fatto di essere salvato da chi mi sta accanto (oggi potrei non essere qui a scrivere). Il tempo a disposizione per leggere, riflettere, meditare è maggiore, e grazie a ciò le riflessioni sul rapporto tra uomo e natura si fanno più complesse ed estese, fino ad interrogarsi su quanto, ad esempio, molti autori affermano nei loro saggi sull’uomo e la natura sino a Papa Francesco nella sua Laudato si.

Il maggiore tempo a disposizione, liberato dal dover leggere norme e circolari per il cambio di responsabilità nel 2019 nel parco dove ancora ho lavorato sino al 31 dicembre del 2023, per fare posto a consultazione di saggi e articoli, mi permette di scrivere proprio sulla enciclica di Francesco e di pubblicare e rendere note riflessioni e valutazioni che diventano di interesse del Gruppo Abele di Don Ciotti, che decide di invitarmi a chiudere una settimana di studi presso la Certosa 1551, il centro studi varato dal Gruppo Abele sulla Laudato sì.

È una occasione molto utile per me, perché permette di fare un primo punto su tante letture, e di arrivare a qualche prima conclusione. Ne nasce una corposa lezione con 125 slide, che tra il resto riesce a raccogliere una rassegna di alcuni pensatori che sin dall’800 avevano colto quanto fosse indispensabile porre al centro del pensiero umano la componente della natura, invece di ignorarla o peggio superarla interamente, pensando alla ipotetica infinita capacità umana di progredire, incurante dei limiti del Pianeta. Da Elisée Reclus a Raimon Panikkar, da Vladimir Vernadsky a Murray Bookchin.

I volti di alcuni dei tanti pensatori che negli ultimi 150 anni hanno denunciato e sostenuto il ruolo fondamentale del rapporto limitato tra natura e uomo.

In questa fase l’arte ed i suoi stimoli estetici e di pensiero, è una componente di primaria importanza i cui contorni ed elementi generali forniscono un grande campo di creatività, grazie alle frequentazioni e conoscenze che ho la fortuna di poter incrociare grazie a Monica, la mia compagna di vita. Con la sua regia mettiamo infatti insieme una mostra collettiva delle opere da lei raccolte nella carriera di curatela artistica presso uno Spazio d’arte, che riesce ad avere gratuitamente (come le mille cose che è sempre riuscita a poter aver grazie alla sua forza di contatti e competenza): nasce così una esposizione dal titolo “From tail to wings” dai molteplici significati, e che prelude alla nostra partenza da Torino definitiva per un luogo di salute e sole al bordo del mare. Un grande, faticosissimo ma bellissimo cambiamento.

Una delle immagini della promozione della mostra “From tail to wings” (archivio I.Ostellino).

E’ durante uno degli eventi di questo appuntamento che venerdì 4/11 alle ore 17.30 teniamo un talk tra chi scrive e gli artisti Andrea Caretto & Raffaella Spagna sull’evoluzione eco-etica umana. Una riflessione importante per me, in quanto in quella occasione, grazie alle riflessioni degli astisti con cui avevo già lavorato anni fa nelle attività della biennale Paesaggio zero, si palesa con chiarezza la questione dell’abbinamento tra crisi ecologica formale e crisi ecologica estetica, ovvero della profondità antropologica che la questione antropocene e dintorni assume, al di là delle solite dichiarazioni di urgenza su crisi climatica, della biodiversità etc.. Insomma, una prospettiva nuova, generata dall’arte e non dalle sole scienze razionali ecologiche, che guarda alle problematiche dell’individuo e del rapporto estetico tra persona e mondo che la circonda, a partire prima di tutto dalla constatazione che le mille regole e leggi promulgate per la difesa “amministrativa” della natura non hanno dato i risultati sperati.

Dopo questa esperienza come un effetto domino e grazie alla fortuna e opportunità di partecipare e supportare le attività in campo artistico di mia moglie, posso cogliere nuove occasioni di approfondimento e confronto intorno al come pensare l’azione e il concetto di natura. Mi riferisco in particolare alla elaborazione che ho potuto sviluppare con l’intervento e il contributo denominato E alla quarta, dove il percorso iniziato con la Certosa 1551 è approdato allo spazio Open Ada di Torre Pellice, con una conferenza – tenuta in occasione della mostra dell’artista argentina Karina Chechik – ed un testo di elaborazione di accompagnamento che raccoglie alcuni punti di riflessione nuovi sulle modalità di evoluzione dei temi di postura tra uomo e ambiente, con aperture a nuove prospettive di approfondimento antropologico. Grazie allo spazio web che l’amico Mario Salomone mi ha concesso, denominato Aree protette e Biosfera, ho potuto elaborare il testo che illustra questo nuovo percorso di ricerca tra economia, ecologia, etica ed estetica, con un titolo nuovo, che apre a nuovi scenari di riflessione: E alla quarta.

La copertina prodotta per l’articolo “E alla quarta” (Archivio I.Ostellino).


L’allenamento sul riflettere intorno al territorio resta negli ultimissimi periodi di permanenza nel Parco del Po, dove posso approfondire, grazie anche al contributo e supporto di studiosi di IRES Piemonte come Fiorenzo Ferlaino e Giovanna Perino, una riflessione sul Po e la sua pianificazione in trent’anni di storia, che viene raccolta nel quaderno di ricerca IRES. Una bella occasione per fare il punto su una vicenda culturale importante inaugurata da Roberto Gambino, colta durante una ipotesi di variante del Piano d’area del Po, che avrebbe potuto essere spunto per un ripensamento sulle dimensioni estese di una pianificazione fluviale dotata anche di nuovi strumenti attuativi, incrociata con il Piano paesaggistico regionale e foriera di nuova creatività territoriale. Ma oggi il coraggio di percorrere l’innovazione manca, in quanto lo sviluppo di un nuovo strumento di pianificazione adeguato alle nuove dinamiche (crisi climatica, perdita della biodiversità, dinamiche insediative nuove, crisi sanitaria e rapporto con l’ambiente) dovrebbe essere basata su logiche molto più estese di quanto già aveva prefigurato il Progetto Po da cui deriva lo stesso Piano d’Area, e che le impostazioni fornite in sede di variante non prevedono (soprattutto per la mancanza di visione strategica di scala regionale e nella ideazione di nuovi strumenti attuativi, senza i quali in urbanistica le sole norme restano passive azioni di controllo senza forza trasformatrice): ma l’analisi condotta e pubblicata nei tipi di IRES, resta una occasione comunque utile, per me, per riflettere e che potrà anche essere capitalizzata in nuove occasioni per ragionare di questi temi. Non si butta mai via niente, anzi.

Ma la produzione di articoli e saggi non si ferma e, grazie alla maturata stima ed amicizia con il gruppo dell’Archivio Osvaldo Piacentini e i rapporti con Giampiero Lupatelli e lo scomparso Ugo Baldini, altro mio maestro, non mancano le elaborazioni pubblicate sulla rivista Archivio Osvaldo Piacentini: un lavoro che tiene in allenamento l’obiettivo dello scrivere e del riflettere anche grazie all’inserimento nel suo comitato scientifico.

L’arch. Ugo Baldini animatore dell’Archivio Osvaldo Piacentini e della Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia

Ora inizia però ed in realtà un ciclo di ritorno ed insieme di nuova creatività e ripensamento. Una ricerca intorno al senso della protezione della natura, ma vista con occhi nuovi, senza colonialismi ideologici e forse anche ripensando ad una stagione passata nelle aree protette. I tempi trasformano, e se una fase è finita significa che è giunta al suo esaurimento, in attesa che arrivi un nuovo periodo, forse meno semplice, perché le grida di allarme sull’operato della nostra specie non sono state ascoltate: i comportamenti delle società umane dovranno cambiare in modo brusco e repentino, in un mondo dove anche i parchi forse non avranno più senso di esistere a causa di un complessivo sistema ambientale in perenne emergenza nel difendersi dagli effetti dei danni arrecati in secoli di sviluppo economico insensato. L’istituzione area protetta ha infatti funzionato come una sorta di metabolismo di base, che ha permesso di non perdere del tutto valori e senso dell’importanza della Terra e della Natura/Vita, tenendo in vita l’idea del valore ecologico. Hanno svolto la funzione dei monumenti: simboli di una idea.

Ma di qui a mettere davvero in movimento l’organismo “territorio”, occorre costruire quartieri e non solo monumenti  (come dimostra lo scarso esito che le norme di tutela hanno garantito in termini complessivi): per muovere le gambe e percorrere lo spazio di impegno per la cura degli equilibri ecologici, si devono avere ideali e muscoli molto allenati, ben oltre il metabolismo basale, in grado di far fronte a quello che Aurelio Peccei già denominava lo scenario prossimo ne “Verso l’abisso”. Occorre una riforma, nella quale etica e chiarezza percettiva di dove siamo e con chi stiamo convivendo la vita sul Pianeta, ovvero la dimensione estetica, assumano una nuova centralità ed una sempre maggiore importanza delle norme regole e dei vincoli. Ci vogliono impegni e risorse che superano di gran lunga quelle scarse “azioni di compensazione” che oggi lavano la coscienza di tante realtà produttive. Ci vuole anima e mano, pensiero e azione, convinzione etica e adesione intima al significato profondo del rapporto esistente tra l’individuo e il contesto ambientale in cui vive. Occorre leggere di estetica e non solo di ecologia, per scoprire sguardi di grande ispirazione, come ad esempio bene ci illustrano autori con Paolo D’Angelo, proprio nella sua voce ‘Estetica ambientale´, scritta per le voci della Treccani.

In un concetto che possiamo così riassumere, tutto parte dalla propria intima convinzione del valore etico del proprio operare, in una percezione che pone in stretta continuità, senza interruzioni, tutte le forme viventi e non: una visione panteistica? Si, perché occorre recuperare quel senso del tutto e della connessione che coltivavano le popolazioni antiche, e che abbiamo perso nella nostra smaniosa volontà di separare tutto, per costruire il mondo della tecnica, che se non modifichiamo, sarà la tomba della specie umana, sostituita probabilmente, come il post umanesimo e le nuove dimensioni della robotica umanoide propongono, da creature miste nuove, ma non più umane. E’ nella ripresa del senso dell’estetica, e del significato connesso dell’etica, che l’impegno ecologico può forse trovare nuove strade, secondo quel tracciato che lucidamente Vito Mancuso traccia nel suo Etica per giorni difficili, un testo fondamentale per ricollocare il nostro operare anche per la tutela della natura.

Scrive per noi

IPPOLITO OSTELLINO
Ippolito Ostellino nasce a Torino il 16 agosto 1959. Nel 1987 si laurea in Scienze Naturali e opera come prime esperienze nel settore della gestione e progettazione di Giardini scientifici Alpini. Nel 1989 partecipa alla fondazione di Federparchi Italia. Autore di guide botaniche e di interpretazione naturalistica e museale, nel 1997 riceve il premio letterario Hambury con la guida ai Giardini Alpini delle Alpi occidentali. Dal 2007 al 2008 è Presidente nazionale AIDAP, Associazione italiana dei direttori dei parchi italiani. Dal 2009 partecipa come fondatore al Gruppo di esperti nazionale sulle aree protette "San Rossore". Nell'area torinese opera in diversi campi: è il promotore del progetto Corona Verde dell'area metropolitana torinese per la Regione Piemonte, e svolge attività di docenza presso il Politecnico di Torino; nel 2008 progetta il format della Biennale del Paesaggio Paesaggio Zero; nel 2009 è autore con i Prof. Pala e Occeli del progetto della ciclovia del canale Cavour; nel 2011 ha ideato il marchio di valorizzazione territoriale “CollinaPo” sul bacino di interesse dell'area del fiume Po e delle colline torinesi e nel 2016 porta a riconoscimento UNESCO Mab il territorio di riferimento; nel 2016 coordina il tavolo Green infrastructure nel III Piano strategico dell'area metropolitana. Autore di saggi, contributi congressuali e libri sul tema Natura, Paesaggio e Ambiente, nel dicembre del 2012 è stato insignito del premio Cultori dell'Architettura da parte dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Torino.
Dal 2022 è membro effettivo del Centro di Etica ambientale di Parma, mentre nel dicembre 2024 lascia anticipatamente il mondo dei parchi nei quali ha lavorato per oltre 30 anni, svolgendo prima attività professionale e poi accedendo alla pensione, proseguendo oggi nel suo impegno teorico e pratico a favore del pensiero ecologico.