DOSSIER PFAS. Educare al limite in un mondo saturo di chimica
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Perché la sostenibilità non è astratta quando filtra nell’acqua che beviamo
Nel dibattito sulla sostenibilità, pochi temi incarnano con tanta forza la tensione tra progresso e giudizio collettivo quanto quello dei PFAS. Questi composti chimici sintetici non si manifestano con roghi fumanti o rotture improvvise, ma con un’assenza che inganna e una persistenza che non perdona: silenziosi, insapori, insensibili al tempo, permangono nei suoli, nelle falde e nei corpi come testimonianza di un modello di sviluppo che ha anteposto l’efficienza tecnologica alla cura delle relazioni ecologiche.
Parlare oggi di PFAS significa affrontare una questione che mette in crisi i presupposti stessi dell’educazione alla sostenibilità: il nodo tra utilità immediata e danno differito, tra vantaggio competitivo e costo collettivo, tra invisibilità del rischio e irreversibilità degli effetti.
Origine e natura di un inquinamento “permanente”
I PFAS sono un gruppo vastissimo di composti impiegati per conferire resistenza all’acqua, ai grassi e al calore a materiali di uso quotidiano e industriale. La loro fortuna commerciale deriva dalla straordinaria forza dei legami chimici che li costituiscono: la stessa stabilità che ne ha decretato il successo tecnologico li rende quasi indistruttibili nell’ambiente. Non si degradano spontaneamente e, una volta dispersi, restano nei cicli naturali e negli organismi viventi. Per questo si parla, non per eccesso retorico ma per descrizione scientifica, di “inquinanti eterni”.
Dall’ambiente ai corpi: una contaminazione pervasiva
L’acqua funge da principale vettore di diffusione dei PFAS. Quando una falda sotterranea si inquina, l’esposizione non è un evento raro o episodio isolato: immette gli invisibili nei gesti più elementari della quotidianità – bere, cucinare, irrigare – trasformando l’ordinario in potenziale veicolo di accumulo. Questi composti non si eliminano facilmente dall’organismo umano, ma si legano alle proteine nel sangue e negli organi, per periodi anche anni. L’esposizione diventa cronica, collettiva, indipendente da scelte individuali: una ferita ambientale e sociale.
Conoscenze e incertezze sugli effetti sulla salute
La letteratura scientifica recente, pur con margini di incertezza residua, ha evidenziato correlazioni tra esposizione prolungata a certi PFAS e alterazioni del sistema endocrino, profili metabolici compromessi, alterazioni immunitarie, e danni a fegato e reni. La questione delle fasi di sviluppo è particolarmente critica: molte di queste sostanze attraversano la placenta e sono presenti nel latte materno, implicando un’esposizione che inizia prima della nascita. Alcuni PFAS sono stati associati a un aumento del rischio per specifiche forme tumorali, tanto da attirare l’attenzione delle agenzie sanitarie internazionali su rischi che richiedono prudenza e intervento preventivo.
Prevenzione primaria come imperativo etico e sanitario
Non esistono, allo stato delle conoscenze, farmaci in grado di “ripulire” l’organismo umano dai PFAS: una volta entrati, restano. Questo dato di fatto eleva la prevenzione primaria da principio auspicabile a imperativo etico e sanitario. Ridurre l’uso di queste sostanze, evitarne la dispersione, bonificare i siti contaminati, rafforzare i controlli ambientali e sanitari è un atto di responsabilità collettiva, non un’opzione tecnica.
Giustizia ambientale e asimmetrie del danno
La contaminazione da PFAS non distribuisce equamente rischi e danni. Comunità, generazioni e territori spesso scoprono l’aggressione ambientale a danno già avvenuto, senza strumenti di autodifesa né informazione tempestiva. La sostenibilità, in questo orizzonte, si intreccia con democrazia, accesso all’informazione e diritto alla salute, ponendo la giustizia ambientale al centro dell’educazione civica.
Verso un’educazione alla complessità, non alla rassegnazione
I PFAS non sono una questione di chimica fine a sé stessa, ma la lente attraverso cui leggere l’articolazione tra scienza, economia, diritto ed etica. Sostenibilità dev’essere compresa come trasformazione strutturale e non come sommatoria di “buone pratiche” individuali. Educare alla sostenibilità significa fornire strumenti critici: distinguere tra incertezza scientifica e ignoranza costruita, tra innovazione e irresponsabilità, tra progresso e accumulazione di rischio.
Due casi italiani per capire perché i PFAS non sono un’astrazione
Il caso di Spinetta Marengo: chimica, veleni e responsabilità collettiva
Nel borgo di Spinetta Marengo (Alessandria), uno dei nodi più significativi della vicenda PFAS in Italia emerge dall’incontro tra industrializzazione storica e salute pubblica. Qui, il polo chimico oggi gestito da Syensqo (ex Solvay) è stato identificato come fonte di emissioni di PFAS e altri composti fluorurati che hanno contaminato aria, suoli e falde.
La regione Piemonte e le autorità sanitarie hanno attivato monitoraggi ambientali e campagne di biomonitoraggio per verificare la presenza di queste sostanze nei residenti, dando conto di livelli di contaminazione nel sangue superiore a soglie considerate critiche in larga parte della popolazione sottoposta ad analisi.
Il problema non si limita alla mera rilevazione analitica. Nel corso di anni di attività produttiva, centinaia di cittadini hanno aderito a programmi di prelievo ematico e di monitoraggio ambientale per misurare l’impatto dei PFAS; oltre l’85 % dei partecipanti ha mostrato concentrazioni di PFAS nel sangue sopra limiti di riferimento basati su evidenze scientifiche. Le istituzioni sanitarie e ambientali intervenute hanno descritto contaminazioni significative soprattutto nell’area interna al polo chimico e nei corpi idrici sotterranei non destinati all’uso potabile. In risposta alla crescente pressione civica e istituzionale, sono stati intensificati i monitoraggi e avviate fasi successive di studio epidemiologico.
Spinetta Marengo rappresenta un caso paradigmatico per chi educa alla sostenibilità: evidenzia l’intreccio tra produzione industriale, responsabilità sociale e diritti alla salute; solleva domande su trasparenza dei dati, governance ambientale e ruolo della comunità nel richiedere conto alle filiere produttive. La vicenda costringe a riflettere su come la lotta contro i contaminanti “eterni” debba essere condotta non solo con strumenti tecnici, ma anche con decisione collettiva e impegno politico.
Veneto: il precedente Miteni e la sfida della giustizia ambientale
Il caso giudiziario collegato alla ex fabbrica Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza, rappresenta una delle pietre miliari nella storia recente dell’ambiente e della responsabilità industriale in Italia. Dopo anni di inchieste, indagini ambientali e lotte civiche, la Corte d’Assise di Vicenza ha emesso, il 26 giugno 2025, una sentenza storica: undici ex manager dell’azienda e delle società controllanti sono stati condannati a pene detentive per inquinamento ambientale, disastro innominato e avvelenamento delle acque, totalizzando pene complessive superiori a 140 anni di carcere.
La portata del fenomeno non è limitata alla sfera giudiziaria. L’inquinamento da PFAS ha interessato vaste falde acquifere nei territori delle province di Vicenza, Padova e Verona, compromettendo risorse idriche e mettendo a rischio la salute di centinaia di migliaia di persone. La sentenza ha riconosciuto che l’azienda era consapevole della contaminazione e non comunicò il rischio alle autorità competenti, perpetuando per anni una condotta dolosa a scapito della salute pubblica.
Oltre alle condanne penali, il giudizio ha previsto ingenti risarcimenti alle parti civili, tra cui enti pubblici e cittadini, segnando un precedente importante nel riconoscimento della responsabilità industriale per il danno ambientale diffuso. Nonostante la rilevanza giuridica del verdetto, restano questioni irrisolte sul versante delle bonifiche e del risanamento ambientale, che richiedono un continuo impegno istituzionale e collettivo.
Questo caso è emblema di come la giustizia ambientale possa offrire risposte alla dimensione politica della crisi ecologica, sollecitando una riflessione profonda sul rapporto tra sviluppo, controllo democratico e tutela della salute.
Libro consigliato, tra scienza e diritti
Per chi desidera approfondire il tema dei PFAS oltre i casi e i dati, è utile il volume PFAS. Gli inquinanti eterni e i veleni nascosti nell’acqua di Giuseppe Ungherese (Altreconomia, 2024), con prefazione di Robert Bilott.
Il libro intreccia divulgazione scientifica, casi studio e riflessione sui diritti e sulla cittadinanza attiva, offrendo una chiave di lettura ampia e critica del fenomeno PFAS.

PFAS. Gli inquinanti eterni e i veleni nascosti nell’acqua
di Giuseppe Ungherese
Prefazione di Robert Bilott
Saggio
Nuova edizione, ottobre 2024 – Altreconomia
È possibile leggere un’anteprima del libro o ordinarlo sul sito di Altreconomia
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- Luca Graziano è un attivo esponente del movimento ambientalista, aderente a varie associazioni e comitati di tutela ambientale.
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