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Quando la vita e la dignità non valgono niente

| Elvira Augello

Tempo di lettura: 4 minuti

Quando la vita e la dignità non valgono niente
 Amnesty International ha denunciato, in un rapporto diffuso il 19 luglio scorso, le brutalità dei Servizi di sicurezza e di intelligence sudanesi (Niss). Secondo l’organizzazione internazionale, i Niss stanno portando avanti una selvaggia campagna fatta di arresti arbitrari, torture, intimidazioni psicologiche e fisiche contro chiunque decida di opporsi e criticare il governo. Gravissime violazioni dei diritti umani, uccisioni illegali e sparizioni forzate che pare siano diventati il normale modus oparandi delle istituzioni sudanesi negli ultimi anni. Nel corso del primo semestre 2010 si stima che i Servizi segreti abbiano arrestato almeno 34 attivisti per i diritti umani.
Violazioni dei diritti umani contro chi si oppone al governo al-Bashir. I Niss ricorrono ai metodi brutali sopracitati per eliminare gli oppositori del presidente Omar al-Bashir. Erwin van der Borght, direttore del programma “Africa” di Amnesty, ha dichiarato che il Niss governa il Sudan attraverso la paura, riducendo al silenzio l’opposizione politica. Le accuse dell’associazione per la difesa dei diritti umani arrivano a pochi giorni da una nuova incriminazione di Bashir, da parte della Corte penale internazionale, già imputato per crimini di guerra e per genocidio nel Darfur. Il culmine è raggiunto nei momenti di tensione politica. Gli arresti, secondo il rapporto, toccano l’apice nei momenti di tensioni politiche, come dopo le elezioni dello scorso aprile. Maltrattamenti e intimidazioni vengono subiti sistematicamente da militanti dei gruppi dell’opposizione, studenti, difensori dei diritti umani, attivisti della società civile, personale nazionale e internazionale di Organizzazioni non governative e da chiunque sia ritenuto una minaccia per il governo. I metodi di tortura praticati vanno dai pestaggi a prigionieri tenuti faccia al muro alle scariche elettriche, dalle frustate alle privazione del sonno, dai calci e ustioni alle percosse con tubi d’acqua. Ultimamente, inoltre, il Niss ha intensificato la repressione della libertà di espressione, censurando la stampa prima dell’uscita dei quotidiani e ispezionando regolarmente redazioni e tipografie. I giornali di opposizione sono stati chiusi o obbligati a bloccare la stampa. La legge sulla sicurezza nazionale va riformata. Gli agenti del Niss traggono vantaggio dal potere di arresto e detenzione godendo, al tempo stesso, dell’immunità per tutte le violazioni commesse in base alla Legge sulla sicurezza nazionale del 2010. Amnesty International chiede che la legge venga riformata in modo che gli agenti non siano più dotati di poteri di arresto e detenzione e vengano rimossi da qualsiasi immunità. Le accuse di violazioni dei diritti umani devono essere oggetto di indagini attente ed efficaci. I responsabili devono essere processati per i crimini commessi. Le vittime risarcite. Il Sudan, purtroppo, non è un caso isolato. In tutto il mondo vi sono persone che rischiano o subiscono la tortura. E gli Stati che utilizzano questa pratica sono troppi. Sempre Amnesty International ha chiesto al governo libico di non rimpatriare in Eritrea un gruppo di circa 200 persone che si trovano attualmente nel centro di detenzione di Sabha, nel sud della Libia, in condizioni drammatiche. Se rinviate in Eritrea, rischiano di subire torture perchè accusati di “tradimento” e diserzione. Sotto accusa anche la polizia egiziana. Un episodio avvenuto il 6 giugno ad Alessandria d’Egitto e ormai diventato un caso riguarda dei poliziotti in borghese che non si sono preoccupati della presenza di testimoni durante il pestaggio di Khaled Said, conclusosi con la sua morte. Ufficialmente, dopo l’aggressione un funzionario di polizia ha comunicato alla famiglia di Said che l’uomo era morto strozzandosi con la marijuana. Gli ufficiali non avevano molto di cui preoccuparsi: non sono puniti per gli abusi. Inoltre, a maggio il governo egiziano ha prolungato per altri 2 anni la legge di emergenza che permette alle autorità di arrestare e trattenere i sospettati anche per 90 giorni senza accuse formali e senza processo. Il caso Said ha scatenato settimane di proteste e manifestazioni da parte di migliaia di egiziani in tutte le città del paese. Gli ufficiali sono stati accusati di arresto illegale, tortura e uso eccessivo della forza anche se non di omicidio. Il processo dovrebbe iniziare a breve. I militanti per la difesa dei diritti umani sperano che il caso Said possa essere un punto di svolta nella estenuante e infruttuosa lotta contro gli abusi delle forze dell’ordine che hanno ormai acquisito un potere incontrollato. Spesso gli abusi sono commessi da poliziotti in borghese con il consenso dei superiori. Il sistema giurico internazionale proibisce l’utilizzo della tortura. Di tortura e lesione della dignità umana si sta discutendo in queste ultime settimane anche per via dell’avvenuta celebrazione, il 26 giugno scorso, in tutto il mondo della Giornata Internazionale a sostegno delle vittime di tortura, proclamata nel 1997 dall’Assemblea Generale dell’ONU. Il sistema giuridico internazionale proibisce, ufficialmente dunque, l’utilizzo della tortura in qualsiasi circostanza. Di fatto, però, essa non é ancora stata sconfitta e continua ad essere praticata infliggendo sofferenze fisiche e psichiche a vittime di qualsiasi nazionalità e genere. Sono almeno 111 i paesi che praticano la tortura. Secondo un rapporto di Amnesty International del 2010 sono almeno 111 i Paesi nel mondo che praticano la tortura. Si stima che attualmente l’Europa accolga oltre 400.000 rifugiati vittime di maltrattamenti e che ogni anno arrivino nel nostro continente 65.000 richiedenti asilo sopravvissuti a esperienze di tortura. L’eliminazione della pratica della tortura nel mondo costituisce quindi ancora oggi una delle maggiori sfide per la comunità internazionale. Una lotta che deve essere affrontata a diversi livelli. Sul piano giuridico attraverso la creazione di un sistema internazionale di prevenzione e repressione efficace; sul piano sociale tramite il sostegno e la riabilitazione delle vittime; sul piano culturale valorizzando i temi della democrazia, della solidarietà fra i popoli, della promozione interculturale e dei diritti umani Ricordiamo che il 60% dei paesi democratici che hanno firmato la convenzione Onu contro la tortura del 1984 continuano ad applicarla come mezzo di coercizione, interrogatorio e manipolazione. E l’Italia? L’Italia non ha ancora accettato di introdurre una definizione esplicita di “tortura” nel Codice penale come raccomandato dal Consiglio diritti umani dell’Onu e non ha ratificato il protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro questa pratica.   Fonti: Kareem Fahim, La polizia egiziana sotto accusa per la morte di un ragazzo, su Internazionale del 23/29 luglio 2010. www.iltempo.it www.repubblica.it www.inviatospeciale.com www.amnesty.it www.volontariperlosviluppo.it www.rinascita.eu  

 Amnesty International ha denunciato, in un rapporto diffuso il 19 luglio scorso, le brutalità dei Servizi di sicurezza e di intelligence sudanesi (Niss). Secondo l’organizzazione internazionale, i Niss stanno portando avanti una selvaggia campagna fatta di arresti arbitrari, torture, intimidazioni psicologiche e fisiche contro chiunque decida di opporsi e criticare il governo.

Gravissime violazioni dei diritti umani, uccisioni illegali e sparizioni forzate che pare siano diventati il normale modus oparandi delle istituzioni sudanesi negli ultimi anni. Nel corso del primo semestre 2010 si stima che i Servizi segreti abbiano arrestato almeno 34 attivisti per i diritti umani.

Violazioni dei diritti umani contro chi si oppone al governo al-Bashir.

I Niss ricorrono ai metodi brutali sopracitati per eliminare gli oppositori del presidente Omar al-Bashir. Erwin van der Borght, direttore del programma “Africa” di Amnesty, ha dichiarato che il Niss governa il Sudan attraverso la paura, riducendo al silenzio l’opposizione politica.

Le accuse dell’associazione per la difesa dei diritti umani arrivano a pochi giorni da una nuova incriminazione di Bashir, da parte della Corte penale internazionale, già imputato per crimini di guerra e per genocidio nel Darfur.

Il culmine è raggiunto nei momenti di tensione politica.

Gli arresti, secondo il rapporto, toccano l’apice nei momenti di tensioni politiche, come dopo le elezioni dello scorso aprile. Maltrattamenti e intimidazioni vengono subiti sistematicamente da militanti dei gruppi dell’opposizione, studenti, difensori dei diritti umani, attivisti della società civile, personale nazionale e internazionale di Organizzazioni non governative e da chiunque sia ritenuto una minaccia per il governo. I metodi di tortura praticati vanno dai pestaggi a prigionieri tenuti faccia al muro alle scariche elettriche, dalle frustate alle privazione del sonno, dai calci e ustioni alle percosse con tubi d’acqua.

Ultimamente, inoltre, il Niss ha intensificato la repressione della libertà di espressione, censurando la stampa prima dell’uscita dei quotidiani e ispezionando regolarmente redazioni e tipografie. I giornali di opposizione sono stati chiusi o obbligati a bloccare la stampa.

La legge sulla sicurezza nazionale va riformata.

Gli agenti del Niss traggono vantaggio dal potere di arresto e detenzione godendo, al tempo stesso, dell’immunità per tutte le violazioni commesse in base alla Legge sulla sicurezza nazionale del 2010. Amnesty International chiede che la legge venga riformata in modo che gli agenti non siano più dotati di poteri di arresto e detenzione e vengano rimossi da qualsiasi immunità. Le accuse di violazioni dei diritti umani devono essere oggetto di indagini attente ed efficaci. I responsabili devono essere processati per i crimini commessi. Le vittime risarcite.

Il Sudan, purtroppo, non è un caso isolato.

In tutto il mondo vi sono persone che rischiano o subiscono la tortura. E gli Stati che utilizzano questa pratica sono troppi. Sempre Amnesty International ha chiesto al governo libico di non rimpatriare in Eritrea un gruppo di circa 200 persone che si trovano attualmente nel centro di detenzione di Sabha, nel sud della Libia, in condizioni drammatiche. Se rinviate in Eritrea, rischiano di subire torture perchè accusati di “tradimento” e diserzione.

Sotto accusa anche la polizia egiziana.

Un episodio avvenuto il 6 giugno ad Alessandria d’Egitto e ormai diventato un caso riguarda dei poliziotti in borghese che non si sono preoccupati della presenza di testimoni durante il pestaggio di Khaled Said, conclusosi con la sua morte. Ufficialmente, dopo l’aggressione un funzionario di polizia ha comunicato alla famiglia di Said che l’uomo era morto strozzandosi con la marijuana. Gli ufficiali non avevano molto di cui preoccuparsi: non sono puniti per gli abusi. Inoltre, a maggio il governo egiziano ha prolungato per altri 2 anni la legge di emergenza che permette alle autorità di arrestare e trattenere i sospettati anche per 90 giorni senza accuse formali e senza processo. Il caso Said ha scatenato settimane di proteste e manifestazioni da parte di migliaia di egiziani in tutte le città del paese. Gli ufficiali sono stati accusati di arresto illegale, tortura e uso eccessivo della forza anche se non di omicidio. Il processo dovrebbe iniziare a breve.

I militanti per la difesa dei diritti umani sperano che il caso Said possa essere un punto di svolta nella estenuante e infruttuosa lotta contro gli abusi delle forze dell’ordine che hanno ormai acquisito un potere incontrollato. Spesso gli abusi sono commessi da poliziotti in borghese con il consenso dei superiori.

Il sistema giurico internazionale proibisce l’utilizzo della tortura.

Di tortura e lesione della dignità umana si sta discutendo in queste ultime settimane anche per via dell’avvenuta celebrazione, il 26 giugno scorso, in tutto il mondo della Giornata Internazionale a sostegno delle vittime di tortura, proclamata nel 1997 dall’Assemblea Generale dell’ONU. Il sistema giuridico internazionale proibisce, ufficialmente dunque, l’utilizzo della tortura in qualsiasi circostanza. Di fatto, però, essa non é ancora stata sconfitta e continua ad essere praticata infliggendo sofferenze fisiche e psichiche a vittime di qualsiasi nazionalità e genere.


Sono almeno 111 i paesi che praticano la tortura.

Secondo un rapporto di Amnesty International del 2010 sono almeno 111 i Paesi nel mondo che praticano la tortura. Si stima che attualmente l’Europa accolga oltre 400.000 rifugiati vittime di maltrattamenti e che ogni anno arrivino nel nostro continente 65.000 richiedenti asilo sopravvissuti a esperienze di tortura. L’eliminazione della pratica della tortura nel mondo costituisce quindi ancora oggi una delle maggiori sfide per la comunità internazionale. Una lotta che deve essere affrontata a diversi livelli. Sul piano giuridico attraverso la creazione di un sistema internazionale di prevenzione e repressione efficace; sul piano sociale tramite il sostegno e la riabilitazione delle vittime; sul piano culturale valorizzando i temi della democrazia, della solidarietà fra i popoli, della promozione interculturale e dei diritti umani

Ricordiamo che il 60% dei paesi democratici che hanno firmato la convenzione Onu contro la tortura del 1984 continuano ad applicarla come mezzo di coercizione, interrogatorio e manipolazione.

E l’Italia?

L’Italia non ha ancora accettato di introdurre una definizione esplicita di “tortura” nel Codice penale come raccomandato dal Consiglio diritti umani dell’Onu e non ha ratificato il protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro questa pratica.

 

Fonti:
Kareem Fahim, La polizia egiziana sotto accusa per la morte di un ragazzo, su Internazionale del 23/29 luglio 2010.
www.iltempo.it
www.repubblica.it
www.inviatospeciale.com
www.amnesty.it
www.volontariperlosviluppo.it
www.rinascita.eu

 

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Elvira Augello
Laureata in Scienze politiche presso l'Università degli Studi di Torino, ha collaborato con un'agenzia pubblicitaria per la quale ha redatto testi, molti dei quali pubblicati sulle pagine "Eventi speciali Nord Ovest" de Il Sole 24 ore. Attualmente collabora con il trimestrale Air Valleé Flight Magazine.