Sindrome giapponese

A cura di Alessandro Tessari
Sindrome giapponese. La catastrofe nucleare da Chernobyl a Fukushima
Mimesis edizioni, 2011, pp 120, 12 euro

La tragedia di Fukushima ci pone davanti alla grave questione del nucleare e al suo intrinseco potere distruttivo. L’impatto di una centrale nucleare in avaria, nonostante le svariate misure di sicurezza, potrebbe causare danni così gravi, sia sul territorio che sulle popolazioni, da pregiudicare la vita stessa per anni. Ma gli eccessivi interessi economici hanno la prerogativa di mettere a tacere ogni rischio ponendo al centro dell’attenzione solo risultati ipotetici. Questo è ciò che ci viene raccontato in Sindrome Giapponese. La catastrofe nucleare da Chernobyl a Fukushima.
Il libro si suddivide in otto capitoli frazionati per argomento e redatti da Alessandro Tessari, Hiroki Azuma, Kojin Karatani, Roberto Terrosi, Florian Coulmas, Marcello Ghilardi e Francesco Paparella.
Il primo capitolo “Una favola nucleare” di Alessandro Tessari è la cronistoria parlamentare della legge 10 gennaio1983, n 8. L’autore e curatore del libro mette in evidenza come il nucleare si è incuneato in Italia. “Incuneato” è il termine giusto perché rende l’idea dell’assoluta mancanza di progetto che accompagna la scelta del nucleare e del suo percorso clandestino e malavitoso. Il contenuto della legge è riportato all’interno del testo, (in allegato, tra virgolette in appendice),  così da poterla facilmente confrontare consultando la Gazzetta Ufficiale n. 13 del 14 gennaio 1983.
Scienziati interessati e politici ben retribuiti hanno molto spesso – anche in Italia – corredato il nucleare di un’immagine ingannevole, rievocando l’idea di un’energia pulita, sicura e soprattutto a basso costo, così da poterla considerare una valida alternativa al petrolio e al carbone.  E quando si parla di nucleare, a favorire certe dinamiche c’è molto spesso uno stile “tutto allusioni ed elusioni” che tende a rassicurare gli animi. Ma la realtà della catastrofe ci dimostra come la tecnologia non sia “neutrale” e che non può, di conseguenza, essere riciclata per usi pacifici.

In Giappone l’incessante unione tra innovazione e tradizione trova i suoi limiti nella mancanza di senso critico e nel conformismo, proprio nel primo grande paese segnato dalla violenza distruttrice dell’energia nucleare attraverso i massacri provocati dalle bombe di Hiroshima e Nagasaki. All’interno delle grandi strategie di comunicazione, ci dimostra Roberto Terrosi, si mescolano informazione e disinformazione che interagiscono in maniera diretta e immediata con dinamiche sociali che tendono ad ampliarsi e a travolgere i rapporti personali. Insomma un impatto sociale e relazionale simile a uno stato di guerra in cui vengono introdotte nuove divisioni e nuove compattazioni tra gli individui e le culture.
Un aspetto intrinseco all’etica giapponese sta proprio nella connivenza tra minimizzazione e dissonanza cognitiva, perciò nel momento del disastro per i giapponesi risuona immediato il richiamo alla responsabilità nella cooperazione per la ricostruzione, portando ogni cittadino a riprendere nel più breve tempo possibile il proprio posto ed evitando allarmismi che possano boicottare lo spirito di collaborazione. L’aspetto più pericoloso diventa la resa della coscienza e accadrà che ogni danneggiamento causato dallo scoppio della centrale di Fukushima tra dieci anni sarà interpretato come un fattore personale, come un destino.
Ma la tragedia di Fukushima segna un nuovo punto di svolta: la consapevolezza che una tale tecnologia nata come arma di distruzione non può perdere la sua intrinseca pericolosità. Allo stesso tempo una nuova presa di coscienza, per quanto tardiva, si riscontra nel volto osceno che talvolta assume il potere, offrendo perciò una nuova speranza nell’ora del sommo pericolo.

Caterina Arcangelo

25 febbraio 2012

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