E se il lieto fine fosse una bugia? Biancaneve secondo Walser
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Fotografia in evidenza di Andrea Macchia

Biancaneve
di Robert Walser
Teatro Astra Torino 12-31 maggio 2026
Traduzione di Barletti / Waas
Regia di Andrea Lucchetta
Con Anna Bisciari (Biancaneve), Francesca Cutolo (La Regina), Alessandro Federico (Il Cacciatore), Luca Ingravalle (Il Principe)
Produzione TPE, Teatro Piemonte Europa
Scritta nel 1913 e collocata dall’autore, lo scrittore svizzero Robert Walser (1878-1956), nella raccolta intitolata Commedia (tr. it. di Cesare De Marchi, Adelphi, Milano, 2018) la fiaba di Biancaneve, universalmente nota, è letteralmente stravolta da una narrazione scenica che muove dalla fine, da quello che tutti conoscono come il “lieto fine”.
Se la fiaba è un racconto fantastico, per lo più destinato ai bambini, quest’opera di Walser non è una fiaba, bensì lo stravolgimento della fiaba; ma si tratta di uno stravolgimento, oppure di una inopinata, ma possibile, continuazione dopo lo happy end? Come scrive Andrea Lucchetta, nelle Note di regia, Biancaneve di Walser “non è una riscrittura della fiaba nel senso consueto del termine. È piuttosto una sospensione, una deviazione, un tempo ulteriore che si apre quando la storia sembrerebbe già compiuta. È proprio dentro questo scarto che abbiamo trovato il punto di partenza del nostro lavoro.” Biancaneve evoca una penombra, quella in cui, secondo Walter Benjamin (W. Benjamin, Franz Kafka, a cura di Francesco Cappa, Feltrinelli, Milano, 2024, p. 74), si muovono personaggi come quelli creati da Kafka in Contemplazione, analoghi a quelli che popolano i racconti brevi di Robert Walser (tra cui, appunto, Biancaneve).
Biancaneve è morta, avvelenata dalla mela affatturata dalla Regina e il bacio del Principe la riporta alla vita. Si intreccia, quindi, un dialogo a quattro, tra Biancaneve, La Regina, il Cacciatore e il Principe che dispiega tutta l’amarezza di questo ritorno alla vita.
La Regina si rivolge a Biancaneve: “Mia diletta figlia innocente!” lo spettatore, ancora prigioniero del “felice destino” annunciato dai Fratelli Grimm sussulta.
Il Principe dapprima esterna il proprio amore a Biancaneve, poi si dichiara innamorato della Regina e geloso dell’amore di quest’ultima per il Cacciatore.
E qui lo spettatore torna a sussultare.
Una storia che niente ha a che fare con il “felice destino” lo richiama a un arido reale.
Il Cacciatore è stato inviato dalla Regina per uccidere Biancaneve, ma “la compassione gli ha abbassato l’arma”; Biancaneve, forse ancora prigioniera del racconto del “felice destino”, preferisce credere che non sia stata la Regina a inviarlo, neppure quando il Cacciatore le conferma di essere stato incaricato di ucciderla e le confessa che tutto quello che ella sente dire dalla Regina e da lui stesso altro non è che menzogna.
La Regina mente.
Del resto come potrebbe non ricordare lo spettatore accorto che, nel racconto dei Fratelli Grimm, proprio la Regina è affetta dalla “sindrome di Biancaneve”, cioè dalla paura dello sfiorire della bellezza giovanile per effetto dell’età e che ogni sindrome si caratterizza per un rifiuto della realtà?
Agli occhi di Biancaneve tutti mentono.
A poco serve che il Cacciatore le dica che sta mentendo, come tutti gli altri.
Come nel caso del celebre “paradosso del mentitore” colui che dice di mentire dice il vero, ma il vero è che egli mente. Com’era tutto più chiaro, tutto soffuso di dolcezza e di bontà, quando Biancaneve viveva nella casa dei sette nani che erano come fratelli!
Il ritorno alla vita ha portato Biancaneve nel mondo in cui tutto è dolore, o, per lo meno, tutto è inganno, tutto è illusione. La confusione dei ruoli, manicheisticamente assegnati dalla versione tradizionale della fiaba, tocca il proprio apice, non soltanto per chi conosce la storia di Biancaneve nella versione dei fratelli Grimm, ma per i personaggi che sono sulla scena; finché, dall’alto, scende, a sciogliere l’intrico dialogico, legata a un filo, la mela avvelenata, come il deus ex machina di Euripide; Biancaneve la afferra, la mangia e muore, nuovamente riportando le cose com’esse erano all’inizio. Il caos ermeneutico nel quale ogni personaggio narra sé stesso cambiando repentinamente la propria identità e le proprie lusinghe persuasive si risolve soltanto con il ritorno al principio della storia, quasi in una prospettiva di “eterno ritorno del medesimo”.
Straordinaria la performance degli attori. Biancaneve, felice del “felice destino” poi progressivamente consapevole della rete di inganni, del cambiamento intimo dei personaggi con i quali dialoga; la continua iridescenza della parola che cambia a seconda della stregoneria ermeneutica che la domina ha il volto di Anna Bisciari.
Francesca Cutolo è la regina dell’inganno, mobile e continuamente sorridente, un vero artiglio di ferro sotto un guanto di velluto.
Alessandro Federico è il dubbioso Cacciatore, sospeso tra verità e menzogna, esitante, come se si muovesse su un terreno continuamente in movimento.
Luca Ingravalle è il Principe con i suoi bruschi scarti, con i cambiamenti che disorientano chiunque abbia bisogno di una parola di verità.
La regia raffinata, attenta, di Andrea Lucchetta fa sì che ogni personaggio dispieghi pienamente sé stesso nella trama dialogica e nello sforzo di distorcere il vero.
Immane il commento musicale e il sound design di Andrea Giannessi, nonché il disegno-luci di Gianni Staropoli.
La scenografia è essenziale, com’è di rigore in tutti gli spettacoli passati attraverso il “deserto di ghiaccio” dell’avanguardia – capita di pensare, uno fra i molti esempi, lontani, alla messa in scena berlinese del 29 settembre 1921, opera dell’architetto espressionista Hans Poelzig, alla Volksbühne, di Masse-Mensch (Uomo-massa) di Ernst Toller che elimina il realismo per una radicale geometrizzazione della scena. La si deve a Andrea Colombo.

Scenari continui come piccole o grandi onde che mettono in luce il mondo interiore, l’irrazionale che prende spazio, creando, inevitabilmente, un senso di solitudine; senso di solitudine evidente quando Biancaneve scrive in modo ossessivo su un vetro le sue paure, le sue ossessioni.
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