Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare … (inquinato)

“Con la natura non si scherza”.
Dedicata all’acqua la terza puntata di “Scala Mercalli 2”, su RAI 3
 
Pierluigi Cavalchini
 
Dopo le recenti polemiche che hanno visto Luca Mercalli sul “banco degli imputati” (ovviamente da parte dei negazionisti) in quanto non equilibrato divulgatore di informazioni (negative) sulle condizioni di clima e ambiente senza presentare concrete vie di uscita, ci accingiamo ad analizzare la puntata del 12 marzo con un pizzico di malizia in più. “Vediamo un po’ se è vero che sa solo denunciare-segnalare-sottolineare… risponde a verità che tutto si risolva in un autodafe’ degno di flagellante del Settecento?”. Beh… anticipiamo subito che la risposta è “no” e che sono sempre comunque presenti suggerimenti ed indicazioni concrete per cercare di recuperare ciò che è ancora recuperabile. Non c’è, quindi, quella frenesia da “mordi e fuggi”, da “denuncia le cose senza assumerti responsabilità di soluzione” che qualcuno vorrebbe attribuirgli, anzi… Evidentemente ci sono forze opposte e, queste sì, negative che si frappongono … ma su questo ritorneremo a fine commento.
 
Il dramma della scarsità
 
Ancora prima di cominciare è Luca Mercalli a ricordarci che “750 milioni di persone nel mondo non hanno acqua potabile”. Il bello (o il brutto) è che i problemi non sono solo in Medio Oriente ma un po’ dovunque, non risparmiando nemmeno i ricchi Stati Uniti.
Le immagini scorrono veloci e ci fanno vedere grandi invasi idrici (il Lake Powell e la Hoover dam sull’Hoover Lake) che hanno perso più del 50% della loro acqua in questi ultimi quindici anni. Una dramma con conseguente terribili, tra cui il completo prosciugamento del Colorado river prima ancora che sfoci nel golfo di California, con danni all’agricoltura (sempre più a ‘monocoltura’ e drogata da pesticidi e trattamenti di modificazione genetica). Enormi problemi per l’approvvigionamento idrico di grandi aree urbane in cui, tra l’altro, proprio quelle preziose acque, vengono spesso utilizzate come abbellimento e spettacolo per turisti e giocatori d’azzardo. Qui vivevano gli Anasazi, popolo indigeno di ceppo Atabaska (come gli Hopi e i Pueblo) di cui c’è, oggi, solo più un lontano ricordo. Veniva chiamato il popolo “in equilibrio con natura” ora non c’è più né uno né l’altra…
Luca Mercalli e gli autori del programma si chiedono se vi possano essere possibilità di riscatto per una tale situazione di crisi -riguardante il bacino del Colorado – e, a quanto pare, l’unica possibilità concreta di tutelare ciò che rimane è una forma di “contratto di fiume”. Un percorso virtuoso che porta ad una responsabilizzazione collettiva di entità pubbliche, aziende, cittadini e rappresentanti di interessi diffusi.
 
  
Anche in Italia una risorsa da tutelare
 
Se ne hanno buone esemplificazioni in Francia e, da noi, nel Triveneto, specie al confine tra le province di Treviso e Venezia. Ed è proprio così che, senza sobbalzi particolari, ritorniamo con la troupe di Mercalli in Italia. Nel caso specifico l’obiettivo primario è quello di tutelare ciò che resta del tradizionale sistema delle “risorgive” che alimentano la ricchissima rete idrica della bassa padano-veneta e del vicino delta del Po. Tutti gli interlocutori interpellati sono giovani, tecnici o operatori sul territorio e, a quanto pare, la loro competenza e la loro voglia di “mettere le cose a posto”, sta smuovendo Comuni ed enti legati a rendite di parte. Questa, in un certo senso, è una prima forte risposta al quesito di apertura: “è con l’impegno, la perseveranza, la competenza specifica che si ottengono risultati e si cambiano atteggiamenti ‘vecchi’”, non piangendosi addosso o vagheggiando periodi storici che non torneranno più.
Un cambio, questa volta in senso conservativo, che ci viene chiesto anche dalle popolazioni (e dai loro rappresentanti) nella zona del rio Omo in Etiopia. Area ricca d’acqua, pertanto importantissima nell’Africa centrale, che per mezzo di finanziamenti internazionali – in parte già acquisiti – dovrebbe tramutarsi in uno dei bacini idrici più grandi dell’intero continente africano. Gli abitanti, ancora legati alle loro tradizioni tribali, si stanno ribellando per quanto è loro possibile ai diktat del governo di Addis Adeba, anche se hanno la percezione della scarsa incisività delle loro azioni. Come spesso succede nei Paesi in via di sviluppo, viene invocata l’Europa come una possibile “salvatrice”, anche se sarà ben difficile che vengano frenate azioni di finanziamento della grande opera sull’Omo (tra l’altro costruita da Salini-Impregilo) che proprio in Europa trova la sua prima origine. In sostanza chi ha vissuto in quelle valli segnate da fortissima escursione termica e da venti monsonici vorrebbe continuare a vivere come ha sempre vissuto, mentre invece chi è a contatto della “civiltà” occidentale non può che adeguarsi a quelli che sono i ritmi di crescita forzati dei nostri tempi, con conseguente aumento di consumi di energia e materie prime. Ne conosciamo molte di situazioni di questo genere e già la sola “divulgazione” può aiutare a fermare o modificare radicalmente progetti prima intoccabili.
 
Il modello oasi
 
Puntuale, a questo punto della serata, l’intervento di Pietro Laureano, architetto urbanista nonché consulente ONU. È autore, tra gli altri di “La piramide rovesciata. Il modello dell’oasi per il pianeta Terra” e proprio da questo suo lavoro, oltre che da una ventennale esperienza in zone del mondo caratterizzate da forte aridità, trae una serie di indicazioni che ben volentieri condivide.
Dobbiamo tornare a studiare, ed emulare, gli antichi sistemi di reperimento e di raccolta dell’acqua, gli ingegnosi metodi di trasporto sotterraneo sotto decine di metri di sabbia e sassi, in una parola, dobbiamo recuperare una ‘cultura’ che abbiamo troppo presto emarginato se non addirittura sradicato”. Un’altra risposta su cui meditare che ci permette di impostare, già oggi, percorsi alternativi a quelli dello sfruttamento “mordi e fuggi”.
Atteggiamento di disinteresse e sottovalutazione che sta distruggendo un vero patrimonio dell’umanità, il lago Titicaca tra Perù e Bolivia, ormai quasi irrimediabilmente danneggiato nel suo elemento base: l’acqua. I livelli di inquinamento da cromo, piombo, arsenico (e di decine di altri elementi pericolosi – secondo la scheda proposta) sono altissimi, tanto da decimare la fauna ittica, prima abbondante e danneggiare le piante acquatiche e perifluviali. Dopo anni di forti denunce delle popolazioni locali, diventate “flebili segnalazioni” sui media locali ed “echi lontani” nelle segreterie dei Ministeri di mezza America, si è giunti finalmente a qualche provvedimento… Infatti, un giovane professore dell’Università di La Paz ci ricorda – dopo aver fatto tutto il quadro della situazione – che sono stati stanziati “500 milioni di dollari per la bonifica”. Il problema è, però, l’estensione dell’area inquinata, per cui probabilmente neanche cifra trenta volte superiore potrà essere sufficiente.
Risposte utili a quel tipo di emergenze, per altro ben presenti in Italia o in altri Paesi europei, potrebbero essere le “buone pratiche di depurazione delle acque” che, a titolo esemplificativo, possiamo ‘ammirare’ (…si tratta del termine giusto, n.d.r.) nelle vicinanze di Torino. Vi sono tutti i passaggi: dal prelievo diretto nell’alveo delle acque da depurare, alle prime lavorazioni di separazione, pulizia e ossigenazione fino alla decantazione di olii e fanghi per poi riabbracciare il fiume ma con una presentabilità ben maggiore. Una tecnologia che ha cominciato a prendere piede in Italia negli anni Settanta e che ci sta facendo conoscere – in positivo – in tutto il mondo. Alcuni dei brevetti di “tratti specifici di lavorazione” sono, oltre tutto, italiani e sono replicati un po’ ovunque … (dove c’e’ preoccupazione per la qualità delle acque).
 
L’acidificazione delle acque
 
Anche la rubrica finale “Economia circolare” va a riprendere uno degli elementi che, in massa, si trova nelle acque da depurare oltre che – disperso – nei più svariati ambienti: si tratta delle varie tipologie di plastiche. Di questo ne discute diffusamente Roberto Cavallo nei suoi due reportage da centri di raccolta, trattamento e trasformazione, visitati nel cuneese e nei pressi di Pontedera in Toscana. Come è noto, basta volerlo, le plastiche possono – attraverso passaggi precisi – essere trasformate in materie seconde, da palline colorate utili per altri impieghi a palette, cestelli, contenitori di ogni tipo, fasce, tubi, pettini, tiranti, ganci e quant’altro possibile. I dati riportati nel servizio sono importanti soprattutto dal punto di vista merceologico, poiché ne viene evidenziata la convenienza sia per l’ambiente e il semplice cittadino sia per le industrie che, a volte con lungimiranza, a volte con una certa riluttanza, rinnovano i loro cicli di produzione. Tutto ciò con guadagni sicuri e con un profilo “green” che non guasta.
La vera perla della trasmissione è stata, però, la descrizione di quanto viene svolto nel centro ricerche “Scripps” di La Jolla in California, dove giovani studiosi di tutto il mondo stanno riprendendo quello che è stato l’input di base di un po’ tutti gli studi successivi sull’effetto serra e sul riscaldamento globale di acque e aria: l’analisi di metà anni Cinquanta del prof. Roger Revell : Revelle, R., and H. Suess, “Carbon dioxide exchange between atmosphere and ocean and the question of an increase of atmospheric CO2 during the past decades.” Tellus 9, 18-27 (1957). In questa, come in altre opere, ha iniziato a segnalare ciò che stava succedendo agli oceani e all’atmosfera, continuando a documentare l’evoluzione dei fenomeni fino alla sua morte, avvenuta nel 1991. È stato, tra l’altro, l’ispiratore, oltre che uno degli insegnanti, del vicepresidente degli Stati Uniti (ai tempi di Clinton) Al Gore che ha fatto della campagna per il miglioramento degli ambienti terrestri e marini uno dei suoi cavalli di battaglia. Ora, insieme a molti altri, i giovani ricercatori Gay Emanueli e Rosa Fantozzi stanno continuando ciò che è stato avviato per conoscere meglio le dinamiche di sviluppo e concentrazione della CO2. Questo sia in atmosfera che nell’acqua, dato che proprio quest’ultima è spesso sottovalutata e solo ora se ne comincia a comprendere l’importanza capitale per il nostro futuro. L’acidificazione delle acque è in continua progressione, come l’aumento medio di temperatura superficiale (e, purtroppo, anche abissale) delle acque oceaniche, con esiti pessimi per flora e fauna marina e con sviluppi ancora in esame rispetto alle alterazioni climatiche possibili. “El ninho” e “La Ninha” sono diventati termini conosciuti anche qui da noi, a migliaia di chilometri dalle aree di più forte manifestazione e questo proprio per il fatto che ci si rende conto delle reciproche influenze di correnti di fondo e superficiali sui flussi d’aria nell’atmosfera. Tutti concetti che andrebbero conosciuti meglio e, soprattutto, dovrebbero essere in evidenza sulle scrivanie dei potenti della Terra.
“Con la natura non si scherza”. Così chiosa il tutto il presentatore ricordandoci gli effetti giganteschi e irreversibili che stiamo causando. Probabilmente a molti non fa impressione l’aumento esponenziale della plastica dispersa in mare che è – nel 2015 – di sei volte superiore alle 5° tonnellate in media disperse negli anni Sessanta dello scorso secolo. Probabilmente non fa nemmeno troppa impressione che l’inverno si sia trasformato in un fenomeno con picchi improvvisi di freddo all’interno di lunghe fasi di calore pre primaverile. Oppure che in alcune zone del pianeta non ci siano più coralli o echinodermi che normalmente vivevano sui fondali. E potremmo continuare con una litania molto simile alla “lavata di capo di un asino”… Ma è proprio questo il punto. Siamo “asini”, siamo poco informati e, in qualche modo “ingannati”, perché “va bene così”, dobbiamo continuare a non sapere e a non farci domande… La “cultura”, il “sapere”, “ciò che ha portato beneficio e che ne potrebbe portare ancora” è esattamente quanto si prefigge il programma, per cui siamo ben felici di sottolinearne i passaggi più significativi, “magnificandolo” il più possibile. 

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