Umili utili lavori, cominciando dall’acqua (di cui parlare anche a scuola)

Sono quelli che non portano voti, ma sono di grande utilità pubblica e sociale, dando un impiego a migliaia di lavoratori, e che salverebbero, i beni e i campi e i soldi (e anche molte vite) di tante persone, portati via dalle continue frane e dagli allagamenti di terre e città. Si tratta, ad esempio, di restituire alle valli la copertura di boschi e di vegetazione (principale sistema per rallentare la corsa devastante delle acque), ripulire fossi e canali e torrenti e impedire nuove costruzioni e strade, nei luoghi riservati al flusso naturale delle acque. E nelle scuole occorrerebbe qualche lezione sul movimento delle acque, dal cielo alle valli al mare, un ciclo essenziale per la vita ma devastante se non si ubbidisce alle sue leggi

Un secolo fa l’economista inglese John Maynard Keynes (1883-1946) ha suggerito che, quando un paese è in crisi economica e di occupazione, una soluzione consiste nell’investire denaro pubblico in opere di utilità generale, in quelle che una volta si chiamavano “lavori pubblici” e che in Italia avevano addirittura un apposito ministero: strade, ferrovie, porti, edifici pubblici. I soldi pubblici spesi avrebbero assicurato un salario a lavoratori i quali li avrebbero spesi per acquistare quelle merci che fino allora erano fuori dalla portata delle loro tasche. Per produrre tali merci molte imprese avrebbero assunto altri lavoratori che a loro volta sarebbero diventati consumatori di altre merci e così via. Imprenditori e lavoratori avrebbero pagato, in nuove tasse, più di quello che lo stato aveva speso per avviare le opere pubbliche.
La ricetta funzionò, più o meno come aveva suggerito Keynes, negli Stati Uniti durante la prima grande crisi del Novecento; il governo di Franklin Delano Roosevelt, dal 1933 fino alla seconda guerra mondiale, fece, con i soldi dei contribuenti, opere pubbliche utili, anche dal punto di vista ambientale, come difesa del suolo dall’erosione, rimboschimento, centrali elettriche, addirittura fabbriche di concimi e di prodotti chimici “statali” (un‘eresia per il liberalismo americano).

L’ideologia della privatizzazione

Qualcosa di questo spirito fu recepito anche in Italia negli anni della ricostruzione, dopo il 1945, soprattutto con l’occhio rivolto al Mezzogiorno arretrato. Ce ne siamo dimenticati, ma se il Mezzogiorno ha accorciato le distanze rispetto all’Italia settentrionale più industrializzata è stato per merito delle fabbriche statali, delle strade, della distribuzione ai contadini delle terre abbandonate, delle case “popolari”, della difesa del suolo con rimboschimenti, della regimazione delle acque; i soldi spesi dallo stato sono rientrati, con gli interessi, attraverso le tasse riscosse a mano a mano che nasceva nuova occupazione nelle fabbriche e nei cantieri sorti, nel Sud e nel Nord, per soddisfare la nuova domanda di abitazioni, frigoriferi, televisori, automobili.
Certo, ci sono stati vistosi errori, dovuti a previsioni e a scelte imprenditoriali sbagliate, a localizzazioni errate, ci sono stati episodi di vistosa corruzione, per cui tanto denaro pubblico ha fatto ricchi e ricchissimi pochi mentre avrebbe potuto togliere dalla miseria tanti nostri concittadini.
Col passare dei decenni le parole “stato” e “pubblico” sono diventate politicamente poco corrette davanti alla nuova ideologia della privatizzazione. L’esito sono state le crisi che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento e l’inizio di questo secolo, al punto che si deve di nuovo invocare l’intervento dello stato per opere pubbliche, oggi le chiamano infrastrutture.
Ci sono opere pubbliche elettoralmente redditizie, che consentono di inaugurare autostrade, ferrovie, ponti, con discorsi ufficiali e tanta televisione. Ma ci sono altri umili lavori di grande utilità pubblica e sociale, che richiederebbero l’impiego di migliaia di lavoratori, che non si possono inaugurare con interventi della televisione ma che salverebbero, di tante persone, i beni e i campi e i soldi (e anche molte vite), portati via dalle continue frane e dagli allagamenti di terre e città.
Fenomeni che si fanno sempre più frequenti, vistosi e devastanti, nel Nord e nel Sud d’Italia, a mano a mano che il lento inesorabile riscaldamento del pianete porta improvvise piogge violente o lunghi periodi di siccità.

L’acqua, grande protagonista, nel bene e nel male

La protagonista di questi eventi è l’acqua, che, nel corso dei millenni, aveva costruito il suo percorso, attraverso torrenti, fiumi, fossi, per scendere dalle montagne e colline al mare. Da duemila anni a questa parte la presenza umana ha modificato il percorso naturale delle acque con la costruzione di edifici, con l’estendersi dei campi coltivati, e con il taglio delle foreste, e poi, più recentemente, con l’ulteriore taglio di boschi e della vegetazione, con l’ampliarsi delle città, con la costruzione di strade e ponti, spesso nelle zone che le acque avevano riservato a se stesse per il loro cammino verso il mare.

“.eco” ha dedicato a George Perkins Marsh il tema di copertina del numero di aprile 2011. Marsh scrisse il suo famoso “Man and Nature” mentre si trovava a Torino come primo ambasciatore degli Stati Uniti presso il Regno d’Italia.

Prima i monaci nel Medioevo, poi nel Rinascimento e nell’età moderna i governanti illuminati, gli Sforza e i Gonzaga in Lombardia, i Lorena in Toscana, Cavour in Piemonte, Garibaldi nel Lazio, hanno proposto e realizzato opere per correggere il corso dei fiumi, attivato canali scolmatori delle piene nelle pianure.

Opere che hanno destato l’attenzione dello scrittore americano George Perkins Marsh (1801-1882), amante dell’Italia, che ne parla nel libro: “L’uomo come modificatore della natura”, pubblicato nel 1864.
Se i governi calcolassero quanti soldi vanno perduti ogni anno e quanti dolori e delusioni le acque si portano dietro, con il loro moto irruento e incontrollato attraverso le valli e le pianure, si accorgerebbero che tali perdite sono di gran lunga superiori a quello che lo stato spenderebbe per un nuovo grande piano di lavori pubblici per restituire alle valli la copertura di boschi e di vegetazione, il principale sistema per rallentare la corsa devastante delle acque, e poi per ripulire fossi e canali e torrenti, per rimuovere gli ostacoli, e per impedire nuove costruzioni e strade, nei luoghi riservati al flusso naturale delle acque.
Non mi azzardo di proporre ai governanti di leggere il libro di Marsh, che pure parla delle loro terre, ma mi permetto di suggerire di inserire nelle scuole qualche lezione sul movimento delle acque, dal cielo alle valli al mare, su questo affascinante continuo ciclo, essenziale per la vita ma devastante se non si ubbidisce alle sue leggi.

Scrive per noi

GIORGIO NEBBIA
Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

GIORGIO NEBBIA

Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

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