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Una lettura molto attuale di Manzoni: i pericoli dei nazionalismi, il ripudio del razzismo, l’ammonimento sui mutevoli umori delle folle esposte alla manipolazione dei potenti

| Redazione

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Sergio Mattarella alle celebrazioni peer i 150 anni dalla morte di Alessandro Manzoni: in Manzoni una profondo senso dell’uguaglianza tra le persone e l’ammonimento su un «distorto e aggressivo uso dei social media, dell’accentramento dei mezzi di comunicazione nelle mani di pochi, della disinformazione organizzata e dei tentativi di sistematica manipolazione della realtà».

Milano – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nello studio che fu di Alessandro Manzoni, 22 maggio 2023.
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio Stampa per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

La lettura dei “Promessi Sposi” data dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Milano il 22 maggio, in occasione dei 150 anni dalla morte di Alessandro Manzoni, è stata ricca di riferimenti al presente. Se, ad esempio, nell’incontro a quattr’occhi di fra’ Cristoforo con don Rodrigo, ha osservato Mattarella, sono eccezionali «il gioco degli sguardi, quasi cinematografico, il movimento scenico, il dialogo drammatico», quuelo che emerge è lo scontro «tra i rappresentanti di due concezioni del mondo così diverse: l’umiltà, la sete di giustizia, l’umanità da un lato; l’arroganza, la protervia, la prepotenza dall’altro». Tra questi opposti universi valoriali si muove la storia, cammino dolente ma inarrestabile dell’umanità verso il futuro.

«Genti e popoli in marcia – ha proseguito il presidente -, con le loro speranze, i loro progressi, le loro miserie, le loro cadute». «Figlio del suo secolo, Manzoni ha avuto la peculiarità   – che appartiene soltanto ai grandi – di gettare sulla società e sulla realtà storica del suo tempo uno sguardo lungimirante, capace di andare oltre, collegandosi – e spesso ispirandole – alle forze più vive e dinamiche della cultura italiana ed europea, pervase dall’aspirazione alla libertà, all’indipendenza, all’autodeterminazione.

Ripudio della tirannide, dell’abuso di potere, della violenza, dell’ingiustizia, specialmente contro i poveri, gli umili, gli indifesi

Un’aspirazione che non può essere disgiunta dall’opposizione e dalla ripugnanza nei confronti della tirannide, dell’abuso di potere, della violenza, dell’ingiustizia, specialmente contro i poveri, gli umili, gli indifesi».

«Si è molto parlato e discusso – a proposito di Manzoni – del suo cattolicesimo liberale; del suo punto di vista sulle masse popolari, del suo interesse – del suo amore, in realtà – per gli umili e per gli oppressi.

Una concezione “eminentemente democratica”

Francesco De Sanctis, in pagine illuminanti, definisce la concezione manzoniana come “eminentemente democratica”». Ricordate le riserve di Gramsci e di altri studiosi sul cosiddetto “paternalismo” manzoniano o sul suo vero o presunto “moderatismo” e le controversie politico-letterarie, Sergio Mattarella ha sviluppato alcune riflessioni sul “Manzoni civile”.

«Il romantico e cattolico Manzoni – ha detto il presidente della Repubblica -, in verità, non rinnega i valori della Rivoluzione Francese, anzi, li approva e li condivide, insistendo soprattutto su quello più trascurato, la fraternità. La Rivoluzione Francese, secondo Manzoni, aveva tradito questi valori, perché, con il giacobinismo, si era trasformata nell’ideologia del Terrore e della violenza.

Nulla, per l’autore dei Promessi Sposi, è più nefasto delle teorie politiche astratte che immolano sull’altare della ragion di Stato i diritti di uomini o di intere popolazioni. Nulla, per lui, è più sacro della vita umana. La verità deve prevalere sulla menzogna, la tolleranza sull’odio, la pietà sulla violenza, la morale sul calcolo di convenienza.

A differenza di molti suoi contemporanei, che vagheggiavano improbabili ritorni a ere classiche e pre-cristiane, scrive che non bisogna provare alcuna nostalgia per “la barbarie degli antichi”, un’epoca caratterizzata da guerre di conquista, stermini, distruzioni, sopraffazioni, riduzione in schiavitù.

Non c’è alcun quietismo, alcuna rassegnazione: Manzoni sostiene i moti di indipendenza nazionale, incoraggia i venti di libertà che spirano in Italia e in tante altre parti del mondo – non a caso nella Pentecoste ricorda America Latina, Irlanda, Libano e Haiti – giungendo, davanti alle aggressioni e alle ingiustizie, a teorizzare la legittimità della resistenza.

Libertà, giustizia, eguaglianza, solidarietà

Ma – nella sua visione – è la persona, in quanto figlia di Dio, e non la stirpe, l’appartenenza a un gruppo etnico o a una comunità nazionale, a essere destinataria di diritti universali, di tutela e protezione. È l’uomo in quanto tale, non solo in quanto appartenente a una nazione, in quanto cittadino, a essere portatore di dignità e di diritti.

Colpisce quanto ricordato da Margherita Provana di Collegno, assidua frequentatrice di Manzoni, a proposito del triste fenomeno della schiavitù: Manzoni le confidò, infatti, che “benché l’America abbia il Governo più libero ed il Re di Napoli il più tirannico, pure, se gli avessero fatto scegliere di rinascere, o americano, o napoletano, avrebbe preferito di nascere napoletano, perché nulla esiste di peggio della mostruosa schiavitù.”

Nell’idea manzoniana di libertà, giustizia, eguaglianza, solidarietà si può scorgere una anticipazione della visione di fondo della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo del 1948.

Una carta fondamentale, nata dopo gli orrori della Seconda Guerra mondiale, che individua la persona umana in sé, senza alcuna differenza, come soggetto portatore di diritti, sbarrando così la strada a nefaste concezioni di supremazia basate sulla razza, sull’appartenenza, e, in definitiva, sulla sopraffazione, sulla persecuzione, sulla prevalenza del più forte. Concetti e assunti che – come ben sappiamo – sono espressamente posti alla base della nostra Costituzione repubblicana.

Una critica lucida e serrata al nazionalismo esasperato

Dai diritti dell’uomo la concezione manzoniana si allarga a quella del diritto internazionale e dei rapporti tra gli Stati, dove si ritrova una critica lucida e serrata al nazionalismo esasperato. Perché la moralità, la fraternità e la giustizia devono prevalere sugli odi, sugli egoismi, sulle inutili e controproducenti rivalità.

Scrive Manzoni in un frammento delle Osservazioni sulla Morale Cattolica, pubblicato postumo: “Bisogna sentire e ripetere che la somiglianza che ci dà l’essere d’uomo è ben più forte che la diversità di nazione; che il Vangelo ci ha fatto conoscere che abbiamo un cuore grande abbastanza per amar tutti gli uomini; che gli sforzi di una nazione contro l’altra (…) son sempre piccioli, perché fondati sulla passione e non sulla ragione e sulla verità; sono inutili, perché non ottengono stabilmente nemmeno il fine che si propongono quelli che li fanno; sono impolitici, perché producono (…) l’indebolimento e il pervertimento dei popoli”.»

Un aspetto di particolare attualità

Avviandosi alla conclusione, Sergio Mattarella ha voluto «segnalare un ultimo aspetto che mi sembra di particolare attualità.

Sono state scritte pagine illuminanti sulla sua vicinanza, sull’empatia, sulla condivisione nei confronti delle masse popolari, che per la prima volta diventano protagoniste di un romanzo. Utilizzando una terminologia moderna, di oggi, possiamo parlare di un Manzoni certamente “popolare”, ma non “populista”.

Il legame controverso che Manzoni stabilisce tra potere e opinione pubblica, tra giustizia e sentimenti diffusi, ci induce a riflettere – sia pure in tempi incommensurabilmente distanti – sui pericoli che oggi corrono le società democratiche di fronte alla diffusione del distorto e aggressivo uso dei social media, dell’accentramento dei mezzi di comunicazione nelle mani di pochi, della disinformazione organizzata e dei tentativi di sistematica manipolazione della realtà.

E, anche, sulla tendenza, registrabile in tutto il mondo, di classi dirigenti di assecondare la propria base elettorale o di consenso e i suoi mutevoli umori, registrati di giorno in giorno tramite i sondaggi, piuttosto che dedicarsi a costruire politiche di ampio respiro, capaci di resistere agli anni e di definire, in tal modo, il futuro.

Già nei Promessi Sposi, nei capitoli dedicati alla peste, Manzoni scriveva icasticamente a proposito di questi rischi: “Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”.

La “Storia della Colonna infame” – un capolavoro di letteratura civile, compreso e rivalutato soltanto a partire dal secolo scorso – ci ammonisce di quanto siano perniciosi gli umori delle folle anonime, i pregiudizi, gli stereotipi; e di quali rischi si corrano quando i detentori del potere – politico, legislativo, giudiziario – si adoperino per compiacerli a ogni costo, cercando soltanto un consenso effimero. Un combinato micidiale, che invece di produrre giustizia, ordine e prosperità – che è il compito precipuo di chi è chiamato a dirigere – produce tragedie, lutti e rovine.»