E se quegli stracci bruciati avessero un valore in più? Perché quello che è successo a Napoli, riguarda, anche, il Kenya.
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Indigna l’incendio della Venere degli stracci, denuncia di un artista a un sistema insostenibile. L’industria Fashion è una delle industrie più inquinanti al mondo. Secondo la Banca Mondiale, il 20% dell’acqua inquinata, a livello globale, è causata dal processo tessile, rendendolo così il secondo più grande inquinante di risorse d’acqua pulita, nel mondo. Da Napoli alla discarica di Dandora, in Kenya, vediamo come si faccia sempre più impellente il dovere di fermare la Fast Fashion.
Mercoledì 12 luglio, la città di Napoli si è svegliata con il fumo. L’opera di Michelangelo Pistoletto, “La Venere degli Stracci”, installazione di arte contemporanea, collocata davanti al Municipio di Napoli, ha preso fuoco intorno alle 5 del mattino. Con molta probabilità si tratta di un incendio doloso, anche se non vi sono ancora le prove certe.
Da sempre si ritiene che l’arte, così come tutte le altre forme artistiche, dalla musica alla scrittura, riesca ad andare oltre agli intenti che il suo artista si era posto. E anche in questo caso, entrando nel cuore della questione del fast fashion, sorge spontanea una domanda: e se questa opera d’arte, ora bruciata, avesse un significato altro e non per questo meno importante di quello per cui era stata ideata l’opera?
Abiti donati o abiti buttati?
Non è vero, infatti, che Venere, rappresentazione della bellezza, riesca sempre a riportare in vita gli abiti scartati. C’è una miriade di articoli tessili che finisce nelle discariche di tutto il mondo, come quella di Dandora, la discarica più grande di tutta l’Africa orientale, dove i vestiti bruciano ogni giorno, tutto il giorno.

Causa collaterale della Fast Fashion, è la produzione spropositata di vestiti che vengono immessi, ogni giorno, sul mercato. Seconda causa collaterale della Fast Fashion è la produzione di un’incredibile quantità di rifiuti: gli europei gettano circa 5.8 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, all’anno, vale a dire 11kg a persona. Di questi, solo una parte riesce ad essere riutilizzata o tramite il riciclo; o tramite beneficenza.
Il caso del Kenya: da Mombasa a Dandora.
Eppure, il caso kenyota dimostra bene come quei vestiti che crediamo di esportare fuori dal continente, per avere una seconda vita, siano, semplicemente, rifiuti che decidiamo di abbandonare in giro per il mondo. In Kenya, arriva un torrente di circa 17 articoli di vestiti, ogni anno, per ogni suo abitante, che ne scarterebbe, almeno, la metà, date le pessime condizioni. Degli oltre 900 milioni di articoli mandati in Kenya, da tutto il mondo, nel 2021, 112 milioni provengono dalla nostra Unione Europea. Di questi ultimi, almeno uno su tre conteneva plastica ed erano di una qualità così bassa da venir scartati subito.
Avete capito bene, non c’è alcuna beneficenza: i vestiti arrivano a Mombasa, per essere esposti nel Mitumba Market. Si comprano a scatola chiusa. Ogni balla di vestiti contiene circa 200 articoli, e si paga tra i nostri 50-80 euro, una cifra molto alta per gli standard degli abitanti locali. Solo dopo essere stati comprati, e una volta arrivati al mercato, si scopre la qualità dei vestiti. Secondo diverse testimonianze raccolte dal report, Trashion: The stealth export of waste plastic clothes to Kenya, si scarta tra il 20% e il 50% del materiale. Il materiale finisce bruciato nelle strade o nella discarica.
Dandora

Dandora è una discarica di colori, all’inizio. Perché ci sono le montagne di plastica, di vetro e di cartone, con i grandi marchi luccicanti dei prodotti buttati. Ma, man mano che alzi lo sguardo, sono due gli elementi che saltano all’occhio: la fine della discarica non è visibile o anche solo intuibile; il resto fumante e cupo ha un colore misto tra il nero e il grigio e segna il tempo che è passato e ha schiacciato, a suon di ruspe, tonnellate di rifiuti. Tra i colori sbiaditi e il fumo, si ergono strati di vestiti, che bruciano continuamente. I vestiti della discarica non vengono presi in considerazione da nessuno, tranne che dai bambini, che lavorano a Dandora. In giro per lo slum, li riconosci: non sono vestiti male, sono vestiti con gli stracci, con il nostro poliestere.
Venere indignata o Venere sbadata?
E l’opera che brucia di mattina in centro a Napoli, ci indigna; mentre, quei vestiti che non hanno sapore artistico, vengono gettati lontano dalle statue, lontano dai centri delle città. Si stratificano, piano per piano, fino a formare colline, montagne d’arte, difficili da far prendere fuoco in una notte. Sono catene montuose tessili che si ergono verso il cielo, che non ha nulla del blu di Napoli, ma è appesantito dai fumi e dagli uccellacci della discarica, i Marabù. Ogni mattina, Dandora si sveglia con il fumo. Anzi, a dire il vero, non è mai andata a dormire, perché i nostri rifiuti lì non sono un’esposizione artistica, non hanno nulla della Venere, piuttosto sono prodotti dell’Ade, un girone infernale senza tempo e con solo tanto spazio. Venere qui non ha motivo di esistere, a meno che sia molto sbadata, e guardi altrove.
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- Cecilia Pesci
- Cecilia Pesci, laurea in Global Sustainability Science a Utrecht, collabora con Offgrid Italia e presta servizio civile presso di noi.

Indigna l’incendio della Venere degli stracci, denuncia di un artista a un sistema insostenibile. L’industria Fashion è una delle industrie più inquinanti al mondo. Secondo la Banca Mondiale, il 20% dell’acqua inquinata, a livello globale, è causata dal processo tessile, rendendolo così il secondo più grande inquinante di risorse d’acqua pulita, nel mondo. Da Napoli alla discarica di Dandora, in Kenya, vediamo come si faccia sempre più impellente il dovere di fermare la Fast Fashion.