Skip to main content

La voce di Moni Ovadia, impegno politico nella lotta per l’uguaglianza

| Laura Tussi

Tempo di lettura: 18 minuti

La voce di Moni Ovadia, impegno politico nella lotta per l’uguaglianza
L’impegno politico, guidato da una critica marxista profonda, costruttiva e lucida, nella lotta per il riconoscimento delle pari dignità sociali. In Italia, per promuovere una cultura che valorizzi le memorie del passato e le identità plurali del presente.

“Un ponte tra la memoria storica e l’acquisizione di nuovi strumenti critici per interpretare un mondo in continuo cambiamento”: questo era l’obiettivo de Il calendario del popolo sotto la guida sapiente dell’editore Sandro Teti. Una delle riviste culturali più longeve e significative in Italia, nata a Roma nel marzo 1945, quando il nord del Paese era ancora occupato, rispondeva alla crescente necessità di conoscenza di una popolazione appena uscita dalla Guerra di liberazione. Per oltre 70 anni, Il Calendario del popolo ha svolto un’importante opera di divulgazione culturale, evolvendosi progressivamente fino a diventare un centro promotore di iniziative culturali di alto livello.

In questo contesto, la collaborazione della rivista con il progetto “Per non dimenticare” è stata particolarmente rilevante. Promosso dalla scrittrice e attivista per la pace Laura Tussi, in collaborazione con l’ANPI locale presieduta all’epoca da Fabrizio Cracolici, con il sostegno dell’amministrazione comunale e della Biblioteca civica popolare di Nova Milanese, il progetto ha raccolto dagli anni ’70 testimonianze video, interviste, biografie e documentazioni sulla memoria dei campi di concentramento e sterminio nazifascisti.

Numerose personalità di grande rilievo civile e sociale, come Moni Ovadia, Antonio Pizzinato e don Andrea Gallo, hanno collaborato al progetto.

Ripresentiamo di seguito un’intervista di Laura Tussi a Moni Ovadia, realizzata a cavallo del millennio e ancora attualissima nei temi trattati. Ovadia, noto artista e intellettuale di origine ebraica, nel 2009 ha inaugurato a Senago, durante la presentazione del libro Memorie e Olocausto di Laura Tussi, un ciclo di iniziative volte a promuovere l’importante archivio storico audiovisivo della città di Nova Milanese.

Dialogo con Moni Ovadia: l’impegno politico per le pari dignità sociali

Uomo di teatro e di grande cultura, ricercatore e abile interprete poliedrico di un’antica tradizione, politicamente impegnato per una “utopia realizzabile”. Un vero “saltimbanco” dell’identità culturale e popolare ebraica yiddish.

Il suo impegno politico è guidato da una critica marxista profonda, costruttiva e lucida, nella lotta per il riconoscimento delle pari dignità sociali. In Italia, si batte per promuovere una cultura che valorizzi le memorie del passato e le identità plurali del presente.

Cultura, politica e resistenza sociale: conversazione tra Laura Tussi e Moni Ovadia

Una piacevole e vivace conversazione con Moni Ovadia, uomo di teatro e di immensa cultura, ricercatore e poliedrico interprete di un’antica tradizione: l’identità culturale yiddish. Ovadia, figura di grande estro e ingegno, è politicamente impegnato nel mondo dei sindacati, in prima linea per la tutela dei lavoratori e la difesa dei diritti dei più deboli. Il suo impegno culturale e militante si concentra sulla lotta per le pari dignità sociali e la fratellanza universale, attraverso una militanza “senza armi”, capace di sfidare i poteri forti, con l’obiettivo di realizzare un’utopia sociale comunista e socialista con risvolti comunitari e democratici concreti.

Moni Ovadia esprime il suo parere su Il Calendario del Popolo, rivista che ha oltrepassato i 70 anni di vita. Nata dal movimento della Resistenza antifascista, la rivista si è sempre proposta come uno strumento culturale capace di colmare il divario, più marcato nel dopoguerra, tra la “cultura alta” d’élite e la “cultura popolare”. Il Calendario del popolo era infatti letto sia da braccianti, operai e contadini, che da docenti universitari. Fondata dall’intellettuale avvocato Trevisani, ha visto nel tempo il contributo di altre figure di spicco della cultura italiana.

Secondo lei, quale atteggiamento dovrebbero assumere oggi gli intellettuali nei confronti della nostra rivista? Cosa pensa del ruolo divulgativo di una rivista di cultura marxista o di sinistra in un contesto come quello attuale, in cui viviamo l’incalzante e ossessivo “revanscismo” delle destre?

Il linguaggio e l’approccio della sinistra alla memoria storica e alla diffusione di una cultura viva, militante e attiva risultano oggi particolarmente complessi. Questo perché presuppongono una riflessione critica sui codici interpretativi, sui canoni e sugli schemi comunicativi. La questione, infatti, richiede una consapevolezza radicale per sviluppare una funzione realmente attuale e militante.

Dobbiamo riconoscerlo: siamo stati sconfitti, ed è stata una sconfitta epocale. Non abbiamo perso una semplice battaglia, ma la guerra intera.

Senza questa presa di coscienza, sarà difficile ricoprire un ruolo significativo. Quando nacque Il Calendario del Popolo, vi era un enorme coinvolgimento delle masse nella cultura anticapitalista. Il Partito Comunista era profondamente radicato nel tessuto popolare. Oggi, invece, i partiti di sinistra stanno perdendo il legame con le masse e la connessione autentica con il popolo, con quelle classi sociali che dovrebbero ancora riconoscerne e valorizzarne i principi civili, sociali e culturali. Le masse, però, sono profondamente cambiate.

Stiamo assistendo a una progressiva diminuzione delle classi operaie e contadine, a favore dei lavoratori del terziario. Si tratta di una falsa imprenditorializzazione delle classi più basse, dove molti aspirano a diventare piccoli imprenditori, desiderando arricchirsi, spesso inconsapevoli di essere sfruttati in forme nuove. Questa mutata condizione sociale genererà una risposta culturale diversa allo sfruttamento. Se non saremo in grado di anticiparla e di proporre interpretazioni innovative, rischiamo di rimanere indietro, legati a categorie ormai superate.

Sebbene la classe operaia esista ancora, è in costante diminuzione, sostituita in parte dalla manodopera immigrata, che utilizza altri linguaggi e strumenti. Non sono i discendenti diretti della classe operaia italiana ed europea, che avevano un rapporto consolidato con la cultura comunista e marxista.

La cultura marxista e comunista non è stata sviluppata a fondo dalla classe operaia stessa; piuttosto, si è preferito puntare su slogan e ideologie superficiali, sacrificando la profondità dei concetti e dei valori. Questa scelta ha portato a una democratizzazione apparente, senza reale sostanza.

Quando si struttura un partito con una vera democrazia e consapevolezza, emergono inevitabilmente spinte critiche più forti. Il Partito Comunista probabilmente era democratico, ma presentava anche forti rigidità dirigenziali. I risultati di questo approccio sono visibili oggi nei DS, un partito che fatica a trovare una sua identità. Dall’altro lato, la sinistra radicale (Rifondazione Comunista) rappresenta solo il 5% dell’elettorato e non riesce a crescere o a rispondere adeguatamente alle spinte di protesta. Ci siamo ridotti a essere solo nostalgici.

Marx, nelle Tesi su Feuerbach del 1845, sottolineava l’importanza del piano pratico-sensibile: “I comunisti non devono avere paura delle conseguenze a cui li portano le loro critiche”. Tuttavia, il pensiero di Marx è stato depotenziato dalla sua applicazione storica, soprattutto dalla Rivoluzione russa del 1917, che ha rappresentato il trionfo della politica sull’economia. L’intero sistema comunista è stato fondato sulla politica, nella sua forma più estrema: la dittatura.

Dobbiamo essere duri con noi stessi. Perché siamo stati impreparati di fronte al fenomeno Berlusconi? Perché non siamo riusciti a interpretare mutamenti così impellenti e rapidi? La prima reazione della sinistra radicale alle innovazioni tecnologiche è stata quella di demonizzarle, poiché viste come espressioni dello sviluppo delle forze produttive capitalistiche e delle trasformazioni sovrastrutturali. La sinistra marxista, invece di guardare avanti, continua a guardare indietro, spesso in modo provocatorio. Anche la socialdemocrazia europea insegue lo sviluppo capitalista anziché anticiparlo, anche se si tratta di una forma di capitalismo meno concentrato e più orientato verso una distribuzione più equa: ed è questa la grande novità.

Jean Baudrillard, critico di Marx, sostiene che il grande filosofo fondava la sua teoria sul rapporto tra valore d’uso e valore di scambio, ma questo rapporto nelle società avanzate ha perso ogni rilevanza. Oggi viviamo in un’epoca di ipertrofia dei meccanismi economici, che si muovono in una sorta di iperspazio autoreferenziale, governato da eventi e fatti che sfuggono a qualsiasi controllo totale.

L’idea di un cambiamento radicale nelle relazioni produttive o di nuove forme di associazione umana è ormai vista come sorpassata. Su queste macerie è nata la società del Villaggio Globale, della società a una dimensione, dell’omologazione globalizzante e della new economy.

Il capitalismo si è diffuso come una metastasi, coinvolgendo vasti strati della popolazione, al punto che tutti seguono i listini di borsa, attratti dal desiderio immediato di beni materiali. In Cina assistiamo a un fenomeno di “iper-capitalismo comunista”, qualcosa di impensabile solo pochi decenni fa. Il capitalismo continua a prosperare, e forse è proprio nella natura umana che Marx ha incontrato il suo più grande ostacolo.

Marx, figlio dello spirito della Rivoluzione francese e dell’ideale rousseauniano, credeva che l’uomo fosse buono per natura e corrotto dalla società. Nei suoi Manoscritti economico-filosofici del 1844, esprime la sua genialità identificando nell’alienazione del lavoro la contraddizione centrale del capitalismo. I capisaldi del suo pensiero erano la lotta all’alienazione, la vera liberazione dell’uomo e l’uguaglianza dei diritti.

Marx vedeva l’uomo come un progetto aperto: né buono né cattivo, ma fragile, disorientato e spaventato. È la paura che spinge l’individuo ad accumulare beni materiali per proteggersi. Il capitalismo fordista ha sfruttato questo meccanismo in modo brillante: l’uomo di sinistra può credere nella giustizia sociale, ma al contempo desidera il massimo benessere possibile. Fordismo significa dire: “Tu, operaio, lavori per me, capitalista, e il beneficio si riflette su tutti”.

Non si può negare che il benessere materiale si sia diffuso a classi sociali più ampie, anche se principalmente nelle società avanzate. Paesi come Cina e India stanno entrando in questo processo, pur mantenendo vaste sacche di povertà, che garantiscono al capitalismo una base solida: basta che il numero di chi “sta bene” o spera di farlo rimanga sufficientemente ampio da evitare destabilizzazioni.

Oggi, una rivista come Il Calendario del Popolo, se vuole rimanere rilevante all’interno di una precisa linea politica, deve mantenere una continuità con la tradizione marxista. Questo si realizza attraverso studi, ricerche e una relazione profonda con la storia e la memoria delle genti. Tuttavia, deve anche comprendere che i fenomeni sociali e politici sono oggi di natura nuova e imprevedibile. Il capitalismo ha “letto” Marx ed è diventato più cinico; funziona così bene perché conosce a fondo la natura umana, dalla quale è nato. L’ideale dell’uomo perfetto non esiste; la coscienza di classe è stata efficace solo in un’epoca precisa, basata su coordinate socio-esistenziali ben definite.

“Avere le idee giuste” non basta se non si riesce a ottenere un ampio consenso. Questa democrazia è corrotta, artificiosa, prevalentemente formale e non sostanziale. Concede a poche persone un potere mediatico e comunicativo enorme, capace di plasmare il senso comune e, di conseguenza, cancellare la memoria storica collettiva. Milioni di individui vengono così esclusi dalla possibilità di esprimere le proprie idee e di preservare la memoria popolare. Inoltre, questo sistema si basa su un fragile margine di consenso, sostenuto da leggi volte a garantire la governabilità ma che spesso non sono realmente democratiche, come il metodo maggioritario. Questo ha permesso al liberismo economico, con inclinazioni autoritarie e fasciste, come nel caso del berlusconismo, di governare.

Nonostante ciò, non siamo riusciti a trovare un’alternativa migliore a questo simulacro di democrazia, nonostante i tentativi del marxismo nella Russia leninista. Lo stalinismo, un sistema dittatoriale spietato che mirava all’epurazione dei dissidenti, dai gerarchi ai contadini, si è rivelato una catastrofe. È stato un’aberrazione delle teorie marxiste, culminata con i Gulag e il fallimento della collettivizzazione agricola e del lavoro.

Stalinismo è stata l’ultima espressione dello zarismo nelle grandi Russie, come sosteneva Trockij. Una provocazione: Lenin, il “dio” imbalsamato nel mausoleo realizzato da Stalin, davanti al quale file interminabili di comunisti pellegrinavano per venerare un uomo ridotto a una bambola di cera. L’iconografia idolatrica staliniana è una perversione del cristianesimo: serviva un dio, e Stalin si è presentato come il suo profeta, il “Papa” di un culto pervertito. Chi non era d’accordo veniva condannato a morte, non come avversario con cui discutere razionalmente, ma come nemico ontologico, un antagonista del dio in terra.

Il “cesarismo bizantino” si manifestava nell’iconoclastia, mentre lo “zarismo staliniano” cancellava fisicamente i suoi avversari, eliminandoli persino dalle fotografie. Trockij, capo dell’Armata Rossa e secondo nella Rivoluzione d’Ottobre, venne cancellato insieme ad altri gerarchi come Kamenev e Zinov’ev. Stalin non solo ha epurato l’intero partito rivoluzionario, ma ha distrutto i comunisti stessi attraverso deportazioni di massa e lavoro schiavistico per realizzare grandi opere.

Inoltre, Lisenko, con le sue teorie pseudoscientifiche, ha distrutto la genetica sovietica, fondando la sua “scienza” su un’interpretazione distorta delle idee di Engels. Tutti i genetisti che seguivano Mendel finirono nei Gulag, mentre Lisenko bloccò per vent’anni il progresso della genetica in Unione Sovietica. Il regime esigeva una verità unica, inconfutabile e incontestabile.

Perché non lasciare spazio alle diversità, alle differenze di pensiero, per valutarne i risultati attraverso il confronto reciproco? Invece, tutto ciò che era sospettato di borghesia veniva combattuto con la forza! Ma che relazione ha questo con la teoria marxista dello Stato, che Marx definiva come una scienza critica e potenziale? Stalin, pur essendo un uomo del suo tempo, adottò una forma di zarismo che, per certi aspetti, può essere vista come geniale.

Tuttavia, l’idolatria di partito, anche in una visione provocatoria, non era strettamente zarista, ma portava le radici in una mente distorta, ossessionata dal potere e dal controllo. Il “cesarismo bizantino” era una forma di governo che rappresentava l’Oriente occidentale, mentre l’Occidente, con la bancarotta fraudolenta del nazismo, evolveva verso una follia omicida che venne sostenuta dalla borghesia.

Un esempio di questo sostegno viene da Von Tussen, capo delle Acciaierie Riunite e grande industriale tedesco, che nel 1939 pubblicò un opuscolo intitolato Ho pagato Hitler, in cui rivelava il coinvolgimento della borghesia tedesca e delle gerarchie ecclesiastiche nel finanziamento del nazismo e nello sfruttamento del lavoro schiavistico. Questa complicità, sia a Est che a Ovest, rappresenta il fallimento dell’Occidente.

Tornando a noi, il nostro compito è riconoscere di aver perso la guerra, ma di mantenere fermi alcuni capisaldi, cioè le idealità. Le ideologie, ormai morte, erano una forma di idolatria, mortifera perché non ammetteva critica, discussione o confronto. Questo è stato il più grande errore della deriva stalinista: l’assenza di spazio per il dibattito, per la diversità di pensiero, come accade in ogni dittatura militare. Il crimine principale di Stalin è stato l’unanimismo.

Ciò che rende vitale una scienza, una idealità, è la continua discussione, il confronto, il fermento delle idee che stimolano il pensiero critico e la progettualità. È fondamentale mantenere salde le direttrici etiche della propria posizione e riprendere fino in fondo la natura critica del marxismo. Se alcuni paradigmi economici o concettuali sono superati, dobbiamo elaborare il “lutto” e andare oltre, accettando l’evoluzione storica e le dinamiche che caratterizzano l’essere umano.

I valori fondamentali rimangono inalterati, ma le modalità per metterli in pratica devono adattarsi alle trasformazioni storiche e strutturali. Se non recuperiamo la dimensione emotiva, la passione e il coinvolgimento sentimentale, rischiamo di perdere il senso profondo delle nostre radici, che non devono essere un feticcio, ma un valore autentico.

Il patrimonio emozionale legato alle proprie radici culturali, storiche, etiche e civili non va interrotto, perché la grande lotta per la libertà dell’uomo ha radici antiche: da Mosè nel deserto fino ad Abramo che spezza gli idoli. È quindi fondamentale mantenere salde queste radici, senza farsi intimidire dai revisionismi che cercano di riscrivere la storia.

Il revisionismo è un’ideologia politica che mira a riabilitare una classe di potere crudele e senza scrupoli, come la borghesia contemporanea e quella del Novecento, italiana e internazionale. Questa borghesia, colonialista, imperialista, sciovinista e priva di morale, non può insegnare nulla ai comunisti o a chi appartiene alla sinistra. Essa ha sfruttato senza remore i fascismi e le dittature, sostenuto regimi totalitari e schiavizzato brutalmente intere popolazioni, arrivando a supportare figure come Hitler e mantenendo regimi oppressivi in tutto il mondo, inclusi quelli alimentati dal colonialismo americano.

Per questo motivo, è essenziale ricordare e recuperare il passato, riflettere sulle radici profonde dell’umanità e sul vero senso dell’esistenza: la santità, l’integrità morale, il diritto alla libertà e alla pari dignità. Uguaglianza significa “pari dignità ed equità di diritti” per tutti, davanti alla legge e alla vita, in tutte le sue necessità vitali.

Una rivista come Il Calendario del Popolo ha un ruolo cruciale: deve fare da ponte tra una grande tradizione ricca di valori, senza disperderli o svenderli. Ha una sfida immensa: far tornare le persone a sognare, a sentirsi “animate” dalle emozioni, poiché è attraverso queste che l’essere umano raggiunge realizzazioni sublimi. La gente non vive solo di cose concrete, ma anche di emozioni, di sogni che alimentano l’utopia di un mondo migliore, reso possibile dalle relazioni tra persone capaci di amare, vivere, emozionarsi e desiderare qualcosa di più.

Oggi, invece, il linguaggio della sinistra è in gran parte focalizzato su temi come la governabilità e il risanamento del bilancio pubblico: questioni ineccepibili, ma che non fanno sognare. Così, il populismo liberista e demagogico di figure come Berlusconi ha preso piede. Da un lato, c’è un radicalismo che può anche essere giusto, ma che non riesce a comunicare, privo di mediaticità e interazione. Dall’altro, si è persa la battaglia culturale con l’avvento delle televisioni e del pensiero consumistico, che si è insinuato nelle masse con mezzi subdoli e apparentemente innocui.

Questi strumenti hanno una funzione di “educazione” primaria, semplice e superficiale, ma estremamente efficace e velata di demagogia populista, capace di influenzare direttamente una popolazione impreparata, indifesa e vulnerabile.

Noi della Sinistra non siamo riusciti a utilizzare in modo efficace e saggio questo sistema mediatico pervasivo e onnipresente. Abbiamo trasformato Marx in un feticcio rigido, rendendo, nostro malgrado, la sua scienza critica una sorta di “chiesa”.

Ha partecipato come ospite a una trasmissione di RAI Educational, dove sono state presentate testimonianze di deportati politici italiani e dissidenti del regime nazifascista. Qual è la sua opinione su queste categorie di vittime dello sterminio nazifascista?

La memoria della Shoah appartiene a tutti. Esistono specificità legate sia agli ebrei sia al popolo Rom, le due etnie principali predestinate allo sterminio nazifascista. L’antisemitismo è uno degli elementi fondamentali di questo sterminio e merita di essere discusso, poiché con esso l’uomo supera la soglia del “nemico per posizione” e sviluppa una predisposizione contro il “nemico ontologico”. In questo modo, si combatte l’altro, la nazione considerata nemica, con l’illusione di conquistare un pezzo di terra.

Questa ostilità per posizione implica che, nel caso dell’antisemitismo, il diverso diventa nemico ontologico semplicemente per il fatto di esistere, portando con sé la sua umanità, il suo pensiero e la sua ragione. Questa concezione del nazismo è senza precedenti rispetto ad altre forme di dittatura. Gli ebrei rappresentano un’idea inaccettabile per qualsiasi tiranno o dittatore: l’uomo ha un solo padrone, il Padre Eterno, che non ha forma né immagine, e non richiede mediatori. Nella pratica religiosa ebraica, non esistono forme di gerarchia, come quelle presenti nel clero.

La portata rivoluzionaria del pensiero ebraico risiede nel fatto che Abramo ha fondato il concetto di uguaglianza tra gli esseri umani e ha stabilito il loro diritto di esistere. Il tiranno, che pretende il diritto di vita e di morte, desidera il potere assoluto e si autoproclama dio sulla terra. È evidente, quindi, che nutre un odio profondo e viscerale nei confronti degli ebrei e della loro cultura: essi sono il suo naturale antagonista ontologico. Questo antagonismo è esistito nel corso dei millenni; in una democrazia matura, non esiste antisemitismo. Stalin, ad esempio, era antisemita perché cercava il potere assoluto attraverso la violenza.

Quando Abramo decide di non sacrificare il figlio Isacco contro il volere di Dio, afferma che la vita umana è sacra. Bandire il sacrificio umano rappresenta un passaggio dalla tribalità alla socialità: il Padre non è più padrone della vita del figlio, ma deve riconoscere una consapevolezza etica della vita sacra. L’esistenza umana diventa inviolabile, e la violenza si configura come ingiusta secondo il codice etico ebraico.

La vita di Isacco è parte della vita del mondo, ed è qui che si fonda un principio etico. Gli ebrei considerano ogni forma di vita sacra, e la grande utopia è quella di elevare ogni essere umano a un “ente alto”. L’Eterno dice: “Sarete santi perché Io sono santo”. Ogni gesto sacro della quotidianità contribuisce alla santificazione dell’esistenza, avvicinando l’individuo a una dimensione divina. Questo “divino” rappresenta lo statuto che garantisce all’essere umano un progetto escatologico, un telos (dal greco), un fine che conferisce significato all’esistenza. Senza questo, la vita si ridurrebbe a una serie asfittica di eventi anonimi e meccanici, a brutali lotte per la sopravvivenza.

L’ebraismo, come il buddhismo, il cristianesimo e l’islamismo, scopre e costruisce il senso del vivere. Secondo l’ebraismo, ogni gesto deve essere elevato, santo e carico di significato, sottraendo l’uomo alla pura biomeccanica della sopravvivenza. L’ortoprassi ebraica rappresenta un cammino verso la costruzione di una fratellanza universale e della pari dignità di tutti gli esseri umani.

Una delle ragioni per cui, come ebreo e uomo di Sinistra, attacco il revisionismo è che il nazismo colpisce l’umanità intera: ebrei, popoli Rom, tutti gli oppositori di qualsiasi ideologia, inclusi i Testimoni di Geova. In particolare, due categorie che attraversano tutta l’umanità — gli omosessuali e le persone con disabilità — meritano attenzione.

La memoria della Resistenza, purtroppo, è meno ricordata e ritualizzata rispetto a quella ebraica. Tuttavia, come tesserato ANPI, non separo l’antifascismo politico comunista e socialista dalla mia condizione di ebreo. Esiste una specificità ebraica, e negarla significa omologare e appiattire le differenze, nonché perpetuare l’ostilità verso ogni forma di diversità nel contesto del fenomeno concentrazionario. La mia identità ebraica, insieme alla radicalità della sua proposta per la libertà dell’uomo e la giustizia sociale — come evidenziato nei Profeti — è fondamentale per comprendere appieno il concetto di giustizia sociale così come proclamato dal profetismo.

La presenza e la militanza ebraica nei movimenti rivoluzionari socialisti, comunisti e anarchici è stata significativa, con una partecipazione rilevante nel comitato centrale della rivoluzione bolscevica. Tra i noti leader c’erano Trockij, Kamenev e Zinov’ev; anche Lenin, dal punto di vista genealogico, aveva radici ebraiche attraverso la linea matriarcale.

L’influenza ebraica si fa sentire anche nel Partito Comunista Tedesco e nel Partito Comunista Americano. Il primo partito operaio socialdemocratico in Russia e Polonia era ebraico, e costituì i quadri dirigenti del partito operaio socialdemocratico russo. La questione ebraica è complessa anche in relazione alla Resistenza, sia francese che polacca, poiché, quando l’ebraismo si emancipa e abbandona i ghetti europei, si nota un’adesione sorprendente di intellettuali ebrei ai movimenti rivoluzionari.

Personalmente, mi sento parte di quella storia e di quelle radici politiche. Sono spiritualmente di Sinistra, anche se questo può apparire come una contraddizione, poiché la mia etica e i valori che porto sono influenzati dalla mia eredità ebraica bulgara sefardita. Credo fermamente che non possa esistere un messianesimo ebraico senza giustizia sociale. In epoca biblica, la povertà era bandita: il povero aveva diritto alla decima del raccolto, un diritto legale piuttosto che un’elemosina pietistica. Nessuno poteva coltivare un campo senza riservare una parte al povero, a “colui che non possedeva”. Questo non era frutto di pietismo governativo o di generosità del ricco, ma un diritto sacro, scritto nella legge.

Non posso separare il valore della Resistenza antifascista dalla storia dell’epoca nazista e dalla Shoah, dallo sterminio degli Ebrei. Spesso dico ai miei compagni ebrei: “Ricordate chi era al nostro fianco quando venivamo sterminati. Non dimenticate mai che i Berlusconi di allora sostenevano i nazifascisti e sfruttavano il lavoro della nostra gente in modo schiavistico.” Naturalmente, anche gli ebrei, come tutti gli esseri umani, possono “perdersi”. Così, quando qualcuno risponde: “Ricordati del Gulag”, io ribadisco che le prime vittime di Stalin furono gli ebrei e i comunisti. Tutti gli intellettuali e i grandi interpreti del teatro yiddish finirono in Gulag.

Non esiste giustizia sociale o socialismo senza libertà. Come ha detto un ministro della Cultura di Cuba: “La libertà serve al socialismo come l’aria serve all’uomo per respirare.” Tuttavia, non ci sarà mai giustizia su questa terra senza una forma di socialismo comunista. Il mio antifascismo ebraico comprende la memoria indistinta di tutte le vittime dell’antisemitismo, del totalitarismo e dell’opposizione, siano esse ebrei, operai, intellettuali o altro.

In diverse facoltà umanistiche italiane, i pedagogisti stanno sviluppando una tradizione condivisa, legata al mondo delle storie di vita, delle geografie spazio-temporali e delle plurime appartenenze presenti nei racconti autobiografici. Questo avviene attraverso il metodo educativo della cultura e della pedagogia della memoria.

Questa tradizione, che si basa su un filo sottile e impercettibile della memoria, mette in contatto i vari pedagogisti degli atenei italiani, ponendo un’attenzione particolare ai temi di sociologia, pedagogia della soggettività e dell’individuo. Essa si manifesta anche nella “resistenza” dell’esperienza di essere uomo o donna, di fronte ai processi e alle dinamiche di formazione, all’interno di un impegno quotidiano nel lavoro sociale ed educativo.

L’autonarrazione, il profondo scavo interiore e la ricerca di sé avvengono attraverso l’ascolto di sé e dell’“altro”. Questo processo porta a una maggiore autocomprensione e a una migliore comprensione della propria unicità e individualità, sottraendosi allo sfondo anonimo e piatto di molti luoghi e progetti comunitari.

Alla luce di queste considerazioni, si può tracciare un parallelo tra la memoria storica individuale e collettiva occidentale e la toledot, ovvero la “storia di generazione in generazione” nell’ebraismo.

In ebraico, la Storia è chiamata toledot, un termine che segna il passaggio, la trasmissione e la tradizione di generazione in generazione. Questo è l’unico metodo rilevante per la formazione della vera storia, quella degli esseri umani, non dei potenti. Fino a tempi recenti, la storia è stata raccontata dal punto di vista dei governanti, dei monarchi, dei gerarchi e delle nobiltà oppressive, così come delle borghesie asservite e dei movimenti intellettuali. Questa tendenza persiste ancora oggi.

Per questo motivo, scegliamo toledot: il passaggio intergenerazionale e la trasmissione della memoria storica popolare, che include il “quarto stato”, la “plebe” e il popolo. Queste storie, vissute, create e sperimentate dal popolo, offrono l’opportunità di trasformare la Historia dei potenti nella Storia delle genti e dei popoli. Solo attraverso un impegno didattico ed educativo, anche all’interno delle famiglie, possiamo garantire la perpetuazione di questo passaggio intergenerazionale.

La caduta dell’idealismo riguardo al fenomeno della Resistenza è dovuta a un errore educativo da parte di coloro che hanno guidato i movimenti per i diritti e le opposizioni. Ci siamo arresi e siamo stati rigidi. Perché noi ebrei raccontiamo della liberazione dall’Egitto a ogni Pasqua? I Maestri rispondono: “Perché si sappia che sei stato liberato TU, non loro… è la tua liberazione che festeggi, attraverso la memoria di quel fatidico evento”.

Tuttavia, la trasmissione della memoria orale, delle fonti scritte, dei cimeli e dei documenti non è stata portata avanti in relazione alla Resistenza antinazifascista. Dovremmo raccontare ai giovani: “Ricordati che su quelle montagne ci sei TU, che hai combattuto il nazifascismo come erede di generazioni passate”. Solo attribuendo a questa battaglia un valore etico possiamo trasformarla in una Memoria Eterna e sacra.

Quante volte noi ebrei siamo tornati prigionieri “in Egitto”. In molti aspetti, gli Stati Uniti possono essere considerati un Egitto.

La liberazione dall’Egitto rappresenta un processo che coinvolge tutta l’umanità. Non possiamo considerare la nostra libertà completa finché tutti non sono liberati dalla schiavitù e dall’oppressione. Questo è un processo di consapevolezza che non può essere imposto dall’alto e richiede molta pazienza.

Un errore fondamentale della Sinistra rivoluzionaria sin dalla sua nascita è stato quello di credere che la liberazione fosse una questione che riguardava solo una generazione. Non dobbiamo rinunciare all’utopia: ciascuno deve svolgere il proprio ruolo per le generazioni future, affinché anche loro possano contribuire alla lotta. Il processo di liberazione è infinito.

Abbiamo creduto che la rivoluzione e il socialismo potessero darci “tutto subito”, ma in realtà questo significa “niente e mai”. I veri processi evolutivi devono radicarsi nel profondo, a livello viscerale, emotivo e culturale, passando di generazione in generazione, come cantavano i partigiani del ghetto di Varsavia, prevalentemente socialisti e comunisti. Essi intonavano: “Il sole del mattino illuminerà l’oggi per noi, e come ieri spariranno le sofferenze e i nemici. Anche se il sole tardasse e l’alba non sorgesse, il nostro canto si propagherà di generazione in generazione.”

Dobbiamo essere consapevoli che potremmo non vedere quell’alba; non è detto che tocchi a noi, e forse a nessuno: l’alba rappresenta il limite, l’utopia di un domani migliore.

È fondamentale intraprendere un lungo processo di impegno culturale ed educativo, consapevoli delle difficoltà legate alla militanza politico-culturale. Questa è necessaria per costruire la fratellanza universale tra gli esseri umani, il valore che conferisce senso alla vita. Un uomo che non lotta e non impegna la propria esistenza in un giogo etico, rivendicando i diritti dei più deboli e dei diseredati di questo pianeta, è come un morto che cammina. La mia lotta si concentra sull’impegno politico e culturale contro il liberismo e le ingiuste espropriazioni e disuguaglianze del capitalismo.

Mi batto insieme al popolo di Seattle affinché il nostro destino non venga deciso da un pugno di multinazionali superpotenti. Combatto con i compagni del sindacato FIOM perché non può esistere vera democrazia senza garantire la dignità civile sul posto di lavoro. Il lavoro non deve trasformarsi in sfruttamento, emarginazione o sopraffazione schiavistica; deve piuttosto tutelare diritti umani fondamentali.

Ogni lavoratore e lavoratrice deve avere la possibilità di crescere i propri figli con serenità, senza tornare a casa stanchi come bestie, ma ricchi di risorse e creatività acquisite attraverso un lavoro dignitoso. Dobbiamo lottare per una settimana lavorativa di 32 ore, per incrementare la libertà degli esseri umani “liberando il loro tempo” e permettendo loro di dedicarsi a sé stessi, ai propri figli e alla comunità.

È fondamentale articolare i diritti e promuovere l’emancipazione di tutti i sessi, affinché le donne non vengano sfruttate o separate dal loro ruolo di madri nel contesto lavorativo.

Adorno ha affermato che, dopo Auschwitz, non è più possibile scrivere poesie. Tuttavia, il tempo della memoria non si limita a ricordare i morti e gli scomparsi. Avere memoria e tramandare il ricordo significa ripresentificare il tempo, renderlo vivo e riportarlo all’oggi, all’attualità. Questa trasformazione ci invita a confrontarci con eventi realmente accaduti, assumendo il diritto e il dovere di ascoltare, comprendere e chiedere il perché. “Non si può domandare da dove provenga il male, ma da dove provenga il fatto che noi, come umanità, lo perpetuiamo…”. Da questo interrogativo emergono i nomi degli sterminati e degli scomparsi, facendoci rendere conto del male intrinseco all’essere umano.

Si tratta di un punto d’arresto nell’evoluzione della storia, dove il racconto si paralizza e comincia a girare a vuoto, intrappolato nell’orrore e nella verità terribile del “tremendum”. Questo accade perché l’arte, la poesia, la musica e il teatro, in quanto forme nobili di testimonianza, costituiscono la voce e l’anelito umano che rivelano l’accaduto. Queste espressioni tentano l’incredibile, attingendo alla forza della creazione, della cultura, e cercando di nobilitare l’animo umano di fronte al nulla dell’efferatezza, della morte premeditata e del male sistematicamente perpetrato.

Non è solo l’impegno politico, ma anche l’attività creativa, l’arte e la cultura che, insieme alla prassi quotidiana dedicata ai valori della giustizia sociale e della fratellanza tra tutti i popoli, possono liberarci dalla cecità delle dittature autoritarie e dispotiche. Queste forme di espressione sono un faro di ragione, idealità e ingegno, illuminando le vite di tutti gli uomini.

Scopri altri articoli di Laura Tussi, giornalista e scrittrice specializzata in pedagogia nonviolenta e interculturale, su ‘.eco’

Scrive per noi

Laura Tussi
Laura Tussi
Laura Tussi, docente, giornalista e scrittrice, si occupa di pedagogia nonviolenta e interculturale. Ha conseguito cinque lauree specialistiche in formazione degli adulti e consulenza pedagogica nell'ambito delle scienze della formazione e dell'educazione. Coordinamento Campagna Internazionale ICAN - Premio Nobel per la Pace 2017 per il disarmo nucleare universale, fa parte dei Disarmisti Esigenti, gruppo membro della rete mondiale e premio Nobel per la pace ICAN.