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La follia è una domanda di aiuto che non sappiamo accogliere

| Laura Tussi

Tempo di lettura: 4 minuti

La follia è una domanda di aiuto che non sappiamo accogliere
Con l’intervista rilasciata a Maurizio Costanzo nel 1978, Franco Basaglia ha costretto l’Italia a guardare in faccia ciò che per lungo tempo aveva preferito non vedere: senza dignità, senza libertà, senza relazione, non può esistere alcuna cura.

Franco Basaglia (Venezia, 11 marzo 1924 – Venezia, 29 agosto 1980) è stato molto più di uno psichiatra.
Pensatore radicale e intellettuale militante, ha messo in discussione il cuore stesso del rapporto tra società, potere e follia, sostenendo per primo che “non si può curare qualcuno togliendogli la dignità”, come avveniva nei manicomi.

A più di quarant’anni dalla sua morte, il suo nome continua a dividere, interrogare e provocare. Eppure, per comprendere davvero il senso della cosiddetta “rivoluzione basagliana”, è necessario tornare alle sue parole e al modo in cui egli stesso definiva il proprio lavoro e il significato della follia.

Uno dei documenti più chiari e diretti del suo pensiero è l’intervista concessa a Maurizio Costanzo nel 1979, pochi mesi dopo l’approvazione della Legge 180 (1978), che avrebbe avviato la chiusura dei manicomi in Italia. Un momento cruciale, non solo sul piano normativo, ma culturale.

In quell’intervista Basaglia non parla come un ideologo, ma come un uomo che ha attraversato i luoghi dell’esclusione e ne ha visto la violenza quotidiana. In quelle parole è già contenuto il cuore del pensiero basagliano.

La follia non è un oggetto estraneo da isolare, ma una possibilità umana.
La normalità non è uno stato naturale, ma una condizione costruita socialmente.
Il manicomio non è un luogo di cura, ma un’istituzione totale che annulla l’individuo.

Basaglia maturò queste convinzioni a partire dall’esperienza diretta. Quando nel 1961 arrivò al manicomio di Gorizia, trovò reparti chiusi, pazienti legati ai letti, corpi sedati, vite sospese. Da lì nacque una pratica nuova: aprire i reparti, abolire le contenzioni, restituire parola e nome ai ricoverati. Non fu un gesto simbolico, ma un atto politico nel senso più profondo del termine.

Nel suo pensiero il sapere psichiatrico non è mai neutro. Ogni diagnosi, ogni pratica, ogni istituzione porta con sé una quota di potere. Per questo Basaglia insisteva sul rischio che la medicina diventasse uno strumento di controllo sociale, soprattutto nei confronti dei più fragili, dei devianti, dei poveri.

La legge 180 rappresentò il punto di arrivo di questo percorso, ma non la sua conclusione. Basaglia stesso era consapevole che la chiusura dei manicomi non bastava. Senza servizi territoriali, senza una rete di cura, senza un cambiamento culturale profondo, il rischio era quello di spostare semplicemente il problema, lasciando intatta la logica dell’esclusione.

Negli anni successivi, il dibattito attorno alla sua eredità è rimasto acceso. C’è chi considera la riforma un atto di civiltà senza precedenti e chi ne sottolinea le criticità applicative. Ma al di là delle valutazioni, una cosa appare indiscutibile: Basaglia ha costretto la società italiana a guardare in faccia ciò che preferiva non vedere.

Il suo lascito non è solo una legge, ma una domanda ancora aperta: che cosa facciamo della sofferenza mentale? La rinchiudiamo, la medicalizziamo, la ignoriamo, oppure proviamo a riconoscerla come parte della nostra comune umanità?
Basaglia non ha mai offerto risposte semplici. Ha però indicato una direzione: senza dignità, senza libertà, senza relazione, non può esistere alcuna cura.

La sua frase «non si può curare qualcuno togliendogli la libertà» non è soltanto una sintesi della riforma psichiatrica, ma una visione dell’uomo, della cura e della responsabilità etica della società.
Commentarla significa attraversare filosofia, medicina, diritto e politica, perché Basaglia parla della cura come relazione, non come dominio.

Una diagnosi non giustifica la privazione dei diritti

Basaglia rovescia l’idea tradizionale secondo cui la sofferenza mentale giustificherebbe la sospensione dei diritti. Per lui, la libertà non è un premio da concedere dopo la guarigione, ma una condizione necessaria affinché la guarigione sia possibile.

Hannah Arendt, riflettendo sulla dignità umana, scrive: «La libertà non è mai un fatto privato: esiste solo nello spazio tra gli uomini».
Togliere la libertà a chi soffre significa espellerlo da quello spazio umano condiviso: non è più un soggetto, ma un oggetto di gestione. È questo il passaggio che Basaglia denuncia, quando la cura si trasforma in custodia e smette di essere tale.

Michel Foucault, nella Storia della follia, ha mostrato come l’istituzione manicomiale nasca meno da esigenze terapeutiche che da bisogni di ordine sociale: «La follia è stata rinchiusa non perché fosse malattia, ma perché disturbava».
Basaglia raccoglie questa eredità critica e la rende pratica clinica e politica. La sua frase denuncia una verità scomoda: spesso ciò che viene chiamato “cura” è in realtà un esercizio di potere, una normalizzazione forzata, il silenziamento della differenza. In questo senso, togliere la libertà non è un effetto collaterale della cura, ma la sua negazione.

Nessuna persona è la sua malattia

La psichiatria istituzionale ha a lungo identificato l’individuo con la diagnosi. Basaglia rompe questo automatismo: prima del disturbo c’è una persona, con una storia, un corpo, una voce.

Emmanuel Lévinas afferma: «L’altro non è ciò che posso comprendere, ma colui verso cui sono responsabile». Curare, allora, non significa correggere l’altro, ma rispondere alla sua vulnerabilità senza annullarne l’alterità. La libertà è il segno concreto di questo riconoscimento: senza libertà non c’è incontro, solo amministrazione del disagio.

Basaglia non parla solo ai medici, ma alla società intera. Se non si può curare senza libertà, allora il problema non è solo clinico, ma politico e sociale. La sofferenza mentale non può essere espulsa in luoghi chiusi per tranquillizzare i “normali”. Albert Camus scrive nel saggio L’uomo in rivolta: «Dare un nome sbagliato alle cose contribuisce alle disgrazie del mondo». Chiamare “cura” la privazione della libertà significa occultare una violenza. Basaglia restituisce alle parole il loro peso morale: o la cura è emancipazione, oppure è una forma raffinata di esclusione.

La forza del pensiero basagliano sta nella sua attualità. Ogni volta che una società risponde al disagio con la reclusione, l’isolamento o la sospensione dei diritti in nome della sicurezza o dell’efficienza, quella frase torna a interrogare: stiamo curando o stiamo solo allontanando ciò che ci inquieta?

Simone Weil lo aveva intuito con radicalità: «L’oppressione rende folli, non la follia a rendere oppressi». Basaglia, con parole più semplici ma non meno rivoluzionarie, ci ricorda che la libertà non è un lusso terapeutico, ma il fondamento stesso di ogni cura autentica. Dove la libertà viene negata, può esserci controllo, contenimento, ordine. Ma non guarigione.

Scrive per noi

Laura Tussi
Laura Tussi
Laura Tussi, docente, giornalista e scrittrice, si occupa di pedagogia nonviolenta e interculturale. Ha conseguito cinque lauree specialistiche in formazione degli adulti e consulenza pedagogica nell'ambito delle scienze della formazione e dell'educazione. Coordinamento Campagna Internazionale ICAN - Premio Nobel per la Pace 2017 per il disarmo nucleare universale, fa parte dei Disarmisti Esigenti, gruppo membro della rete mondiale e premio Nobel per la pace ICAN.