Parigi? Val bene un impegno

Questa divertente vignetta di Bucchi su la Repubblica del 12 novembre 2015 (a fianco) mi ricorda Putin che prima di decidersi a firmare il Protocollo di Kyoto disse che, tutto sommato, l’aumento della temperatura terrestre non sarebbe stato un gran guaio: in Russia avrebbe consentito di spendere meno soldi per i cappotti. E così si è andati e si sta andando pericolosamente avanti.
Tutti gli occhi sono ora puntati su Parigi e l’ennesima Conferenza sul clima delle Nazioni Unite del 30 novembre.
Parigi val bene un intervento. Per esempio quello contenuto nelle parole di Barack Obama alla presentazione del Clean Power Plan col quale illustrava la gravità incombente dei fenomeni climatici estremi che già flagellano molte regioni del mondo e di più ne potranno coinvolgere se non si interverrà per limitare le conseguenze del riscaldamento globale. In quella occasione il presidente degli Stai Uniti disse che «Siamo la prima generazione a sentire gli effetti del cambiamento climatico e l’ultima che può fare qualcosa» e che «Se non agiamo, potremmo non essere in grado di invertire la rotta. […] Il tempo non è dalla nostra parte». Parole per le quali si deve non poco al mai troppo “laudato” Francesco e che sono uno dei punti di partenza della conferenza di Parigi. Non tanto per avere spiegato all’universo mondo una cosa che sappiamo quasi tutti, ma perché l’ha fatto il presidente di uno dei Paesi maggiori responsabili della situazione.

Le contraddizioni degli Stati Uniti

Naturalmente il vertice di Parigi è stato preparato in più riprese che hanno alimentato molte aspettative. Per definire i dettagli finali si sono incontrati a Bonn tra il 19 e il 23 ottobre i mediatori di tutti i Paesi. Ma già in questo incontro si sono viste le difficoltà a firmare un accordo che consenta di arrivare a sua volta alla firma di un nuovo trattato sulle emissioni di gas serra con l’entrata in vigore prevista per il 2020.
Tuttavia dalle parole di Obama è lecito aspettarsi un accordo più serio, e sottoscritto da tutti i paesi maggiormente responsabili, di quanto si sia visto finora. E ciò anche se il Piano presentato dal Presidente degli Stati Uniti che propone di ridurre del 32 per cento entro il 2030, le emissioni di CO2 rispetto ai valori del 2005, è da considerare molto ambizioso. Soprattutto se si considera che è proposto dal Paese che ha sempre rifiutato di sottoscrivere gli accordi internazionali per la riduzione delle emissioni, a cominciare dal Protocollo di Kyoto. E che, tra l’altro, è diventato un forte produttore di idrocarburi grazie allo shale oil e allo shale gas estratti con il famigerato fracking, la tecnica di fratturazione idraulica che sfrutta la pressione dell’acqua iniettata nel sottosuolo per farne fuoriuscire gas e petrolio. Il fracking ricorda Mario Cattaneo (Mario Cattaneo, “Editoriale”, Le Scienze, n.565 1 settembre 2015) “è sotto accusa per diverse ragioni.
Gli impatti del fracking
Come raccontano Paolo Gasparini e Simona Esposito e come denunciano alcune recenti ricerche, la fratturazione idraulica può indurre una moderata ma intensa attività sismica nelle zone di estrazione. E poi c’è il potenziale inquinamento delle falde acquifere con metalli pesanti e sostanze radioattive usate come traccianti. Insomma quello che sembrava essere l’affare del secolo sembra rivelarsi un pericoloso boomerang. Tanto che anche per evitare l’allargamento delle aree interessabili al fenomeno, la Commissione Europea ha avviato un progetto coordinato da Paolo Gasparini denominato SHEER (SHale gas Exploitation and Exploration induced Risks) per studiare l’impatto ambientale del fracking.
Riflettendo su tutto ciò è abbastanza realistico almeno sperare che gli Stati Uniti si mettano alla guida della comunità internazionale nella battaglia per ridurre le emissioni di gas serra “trascinando” anche la Cina già firmataria di accordi bilaterali stipulati con gli USA alla fine del 2014 per mitigare i rischi del mutamento climatico.
Anche per questo Laudato si’ Francesco perché certamente i richiami contenuti nella sua enciclica a una responsabilità condivisa non sono caduti nel vuoto e hanno provocato forti scossoni nei paesi responsabili.

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UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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