Secondo uno studio del GMF, The German Marshall Fund, le nuove ondate di immigrazione che investiranno Europa e Stati Uniti saranno dovute ai cambiamenti climatici. I fattori scatenanti sono l’inquinamento, l’aumento del livello dei mari, la competizione per l’approvvigionamento delle risorse e le calamità naturali.
Si tratta di un fenomeno in forte aumento, soprattuto tra le popolazioni dell’Africa sub-sahariana, per un totale di 32 paesi coinvolti e più di 300mila persone in emergenza idrica. Altre ricerche hanno messo in evidenza come i rifugiati ambientali abbiano iniziato a muoversi quando l’impoverimento dei terreni si è unito a tensioni politiche ed etniche, a conflitti armati, all’incremento della povertà, al deterioramento delle infrastrutture e dei servizi e ad altri fattori socio-economici che hanno causato esodi di massa verso zone più fertili e pacifiche.
Si tratta di un problema umanitario di proporzioni inaudite, anche in conseguenza del fatto che i paesi ricchi non sono preparati a ricevere gli sfollati ambientali, che tendono ora a stabilirsi in maniera definitiva. Si stima che entro il 2050 circa 200 milioni di persone saranno costrette a emigrare a causa di calamità provocate dai cambiamenti climatici.
L’Onu ribadisce la necessità di rispettare gli obiettivi assunti in materia ecologica e di introdurre un nuovo statuto per questi rifugiati, ad oggi inseriti nella categoria generica di “profugo volontario per motivi economici”.
Da affrontare ci saranno certamente il reperimento di risorse economiche e le tecniche di adattamento ai nuovi scenari climatici.
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Giulia Maringoni
10/05/2010
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