Quando il dissenso diventa “nemico”. L’Europa di fronte alla propria crisi democratica
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Dal Premio Carlo Magno alle crepe del progetto europeo
Nel panorama politico europeo Mario Draghi occupa una posizione singolare. Economista di formazione, banchiere centrale per vocazione e uomo delle istituzioni per riconoscimento diffuso, è stato uno degli architetti più influenti dell’Unione negli ultimi decenni. Alla guida della Banca Centrale Europea durante la crisi dell’euro, poi alla presidenza del Consiglio in una fase cruciale per l’Italia, Draghi incarna una visione dell’Europa fondata sulla stabilità monetaria, sulla competitività economica e sulla capacità delle élite istituzionali di governare le emergenze. Non sorprende, dunque, che gli sia stato assegnato il Premio Carlo Magno, riconoscimento simbolo dell’integrazione europea, destinato a figure che hanno contribuito in modo decisivo all’unità del continente.
Il Premio Carlo Magno, istituito nel secondo dopoguerra e conferito ad Aquisgrana, ha sempre avuto una forte valenza politica e culturale. Non celebra soltanto risultati individuali, ma indica una direzione di marcia per l’Europa. Premiare Draghi significa ribadire una priorità: rafforzare la capacità economica e strategica dell’Unione in un contesto globale instabile, dando continuità a un progetto che oggi appare sotto pressione come non accadeva da tempo.
Un’affermazione che inquieta
È in questo quadro che vanno lette le dichiarazioni pronunciate da Draghi in occasione del conferimento del premio. Parole sobrie, come nel suo stile, ma tutt’altro che neutre. L’Europa, ha affermato, non avrebbe mai avuto tanti nemici come oggi, sia all’esterno sia al proprio interno. È soprattutto quest’ultima espressione a colpire e a inquietare. Il termine “nemico”, quando viene applicato a dinamiche interne a una comunità politica, porta con sé un peso storico e simbolico che non può essere ignorato.
L’idea di nemici esterni, in effetti, non sorprende. Ogni entità statale o sovranazionale si confronta con conflitti geopolitici, competizione economica, instabilità ai propri confini. L’Europa, per di più, è l’erede di una lunga storia coloniale che ha lasciato dietro di sé territori sfruttati, economie fragili e relazioni asimmetriche. In questo senso, le tensioni con altre aree del mondo sono anche il risultato di responsabilità storiche mai pienamente elaborate.
Diverso è il discorso sui cosiddetti nemici interni. Qui il linguaggio cambia registro e apre un problema politico profondo. Chi sarebbero questi nemici? Movimenti euroscettici, partiti di opposizione, settori sociali che contestano le politiche europee? Se così fosse, il rischio è evidente: trasformare il dissenso in una minaccia, la critica in un atto ostile, la distanza dei cittadini dalle istituzioni in una colpa da reprimere anziché in un segnale da ascoltare.
Un percepito deficit democratico
È plausibile leggere quelle parole come il riflesso di una consapevolezza maturata all’interno delle élite europee: il progetto dell’Unione, così come è stato costruito e governato negli ultimi anni, non gode più di un consenso ampio e stabile. In molti Paesi crescono forze politiche che mettono in discussione l’impianto attuale dell’Europa, non necessariamente per ostilità ideologica, ma perché ampie fasce della popolazione non si riconoscono nelle scelte compiute a Bruxelles. Più che nemici, sono cittadini che percepiscono un deficit democratico e una distanza crescente tra le decisioni e i bisogni reali.
Le politiche commerciali offrono un esempio emblematico di questa frattura. Accordi di vasta portata, come quello con i Paesi del Mercosur, vengono presentati come scelte strategiche inevitabili in un contesto di competizione globale. Eppure, il loro percorso decisionale mette in luce limiti strutturali della governance europea. Il commercio è uno dei pochi ambiti in cui la Commissione dispone di un potere negoziale molto ampio, spesso sottratto a un controllo pieno da parte dei parlamenti nazionali e, in alcuni passaggi, anche del Parlamento europeo. Ne deriva la percezione, non infondata, di decisioni calate dall’alto, difficilmente modificabili e poco negoziabili sul piano democratico.
Il caso Mercosur: nodi da discutere apertamente
Il caso Mercosur ha mostrato con chiarezza queste tensioni. Da un lato, l’accordo viene giustificato come strumento per rafforzare la posizione geopolitica dell’Unione e diversificare i legami commerciali in un mondo segnato da protezionismi e rivalità tra grandi potenze. Dall’altro, suscita forti resistenze sociali e politiche, soprattutto nei settori agricoli e in quei Paesi che temono una concorrenza fondata su standard ambientali e sociali più bassi. Il fatto che tali resistenze vengano spesso liquidate come ostacoli da superare, anziché come nodi da discutere apertamente, alimenta ulteriormente l’euroscetticismo che si vorrebbe contenere.
A questo si aggiungono le difficoltà dell’Europa nel rispondere efficacemente alle politiche economiche e commerciali degli Stati Uniti. Dazi, sussidi selettivi e strategie industriali aggressive hanno penalizzato diversi comparti europei, mentre la risposta dell’Unione è apparsa frammentata e timida. Anche qui, la sensazione diffusa è quella di un’élite che chiede sacrifici e “resistenza” senza offrire strumenti di tutela adeguati ai territori e ai lavoratori coinvolti.
Quando Draghi invita l’Europa a “tenere duro” e a diventare più forte sul piano militare, economico e politico, il messaggio sembra rivolto prima di tutto a chi governa l’Unione, più che ai suoi cittadini. Ma la forza di una comunità politica non si misura soltanto nella capacità di riarmo o di competizione globale. Si misura, soprattutto, nella qualità delle sue istituzioni democratiche e nella possibilità, per chi ne fa parte, di incidere realmente sulle scelte collettive.
Il rischio di un linguaggio bellico
C’è infine un ulteriore rischio, implicito nell’uso del linguaggio bellico. Parlare di nemici, interni ed esterni, può preparare il terreno a una narrazione che giustifica il riarmo e la costruzione di una capacità militare europea come risposta primaria alle crisi. Ma l’Europa, se vuole essere fedele alla propria storia e ai valori che dichiara di difendere, dovrebbe interrogarsi se questa sia davvero la strada principale. Più che di un esercito, il continente avrebbe bisogno di politiche economiche e commerciali eque, capaci di superare le logiche post-coloniali che ancora segnano molti rapporti con il Sud globale, e di una transizione ecologica che non scarichi i costi sulle fasce più fragili, dentro e fuori i suoi confini.
Rendere l’Europa più forte non significa renderla più chiusa o più autoritaria. Significa ripensarne le strutture di governo, ampliarne la partecipazione democratica, restituire centralità ai parlamenti e ai cittadini. Significa riconoscere che il dissenso non è un nemico da combattere, ma una risorsa da cui partire per correggere una rotta che oggi appare sempre più fragile.
Se l’Europa è davvero attraversata da tante tempeste, come sostiene Draghi, la risposta non può essere soltanto un appello alla compattezza delle élite. Deve essere un processo di rifondazione democratica. Solo così l’Unione potrà smettere di temere i propri cittadini e tornare a considerarli ciò che sono: non avversari, ma il fondamento stesso del progetto europeo.
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