Rifiuti spaziali

L’emergenza rifiuti si estende e dilaga anche nei più remoti angoli del pianeta e nello spazio siderale. La saturazione delle discariche non c’entra: alienati dalla dottrina del monouso orde di gitanti abbandonano rifiuti ovunque, non curanti di chi usufruirà successivamente di quei luoghi o, forse, credendo ingenuamente nell’infinito potere della natura capace di smaltire residui organici, plastici, ferrosi e quant’altro nell’arco di una notte.

 

In cima all’Etna e al Vesuvio, nella grotta Azzurra di Capri o alle pendici dell’Everest, in pieno oceano o in un’ex cava, per il gitante di sopra non fa differenza il luogo. Al punto che, da quando l’Homo (poco) sapiens ha conquistato lo spazio cinque decadi fa, anche qui ha espletato la funzione nella quale eccelle meglio: insudiciare, tanto che le stazioni spaziali, le navicelle e i vari satelliti orbitanti intorno alla Terra rischiano costantemente di collidere non con asteroidi e meteoriti ma con decine di milioni di frammenti di monnezza orbitanti, riconducibili agli scarti e ai rifiuti delle varie missioni spaziali che si sono avvicendate negli anni.

Emblematico quello che è accaduto a fine giugno: un detrito spaziale di dimensioni importanti è passato a poche centinaia di metri dalla Stazione Spaziale Internazionale, costringendo l’equipaggio a rifugiarsi nella navicella di rientro a terra, la capsula russa Soyuz. Secondo l’incivile esploratore di turno che abbandona impunemente gli scarti delle sue attività fisiologiche la cosa più importante è lasciare tutto li, lontano dalla propria vista, il tappeto-natura può coprire qualsiasi polvere-rifiuto, in qualsiasi contesto ci si trovi. Il Great Pacific Garbage Patch (letteralmente la “grande pezza di rifiuti del Pacifico”) si forma a causa di una corrente circolare proprio in mezzo al Pacifico, fra Guadalupe e il Giappone, in una zona poco frequentata dai pescherecci.

Questo enorme vortice ha iniziato a raccogliere e concentrare la spazzatura di tutto il mondo, formando una sorta di settimo continente; la misura totale della Pacific Garbage, in base ai dati forniti dall’oceanografo americano Charles Moore che per primo la scoprì nel 1997, non e’ ancora nota: si parla di 700mila/15 milioni di kmq, con una profondita’ di 30 metri. Quest’isola di monnezza è formata per l’80% da plastica e, questo si che è un dato certo, le sue dimensioni diventano dieci volte più grandi a ogni decade.

Bisogna progettare una plastica biodegradabile o riflettere su come limitarne la produzione? Lo ammetto, la mia invettiva contro coloro che deturpano il paesaggio con scorie di varia natura deriva dal fatto di essere nato e cresciuto in un luogo assurto a paradigma dell’emergenza monnezza, quella Napoli dove la morfologia urbana da decenni è determinata da cemento e cumuli di sacchi putridi e la negazione del diritto fondamentale di ogni essere umano di vivere in un luogo sano è consuetudine, ineluttabile destino al quale non ci si può ribellare. La recente esperienza degli ‘Angeli della monnezza’, un gruppo di cittadini partenopei che in completa autogestione si sono organizzati per ripulire le zone più sordide del centro storico, ribaltando quel senso di passiva accettazione del degrado tramutandolo in una sana dimostrazione di cittadinanza attiva, mi ha inoculato qualche bollicina di ottimismo.

Esperienze simili a quella degli Angeli all’ombra del Vesuvio sono le giornate di ‘Cleaning action’, meno estemporanee ma altrettanto efficaci azioni di pulizia che gruppi di volontari afferenti ad associazioni ambientaliste come WWF o Legambiente organizzano per ripulire ecosistemi particolarmente vulnerabili minacciati dalla presenza di rifiuti. La natura non produce scarti, l’essere umano teoricamente dotato di coscienza e capacità intellettive produce quantità crescenti di rifiuti al punto che non sa più dove metterli, nient’altro che uno dei tanti paradossi della società contemporanea. Dopo decenni di pseudo politiche ambientali il processo di smaltimento del rifiuto, che comincia nel momento stesso in cui si progetta e si pensa alla collocazione sul mercato di un prodotto e finisce laddove dovrebbe essere riutilizzato, riciclato, reimpiegato prima di entrare in discarica, è evidentemente fallimentare.

C’è bisogno di spostare il focus dal .’Come smaltiamo/ricicliamo/riutilizziamo un rifiuto’ al ‘Come evitiamo di produrre rifiuti’, ossia, citando gli specialisti del settore, ‘Il miglior rifiuto è quello non prodotto’. Nel caso del turista d’assalto che non può fare a meno di limitare la quantità di cose (inutili) che porta con sé in quei luoghi dai delicati equilibri ecologici, la massima potrebbe essere ‘Il miglior rifiuto è quello che rimetti nei sacchetti e te lo riporti dietro’.

fonte: ECOua

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