Come sta il mondo? Dentro l’Incendio con Cecilia Sala e Francesco Costa
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“Come sta il mondo?” È una domanda semplice nella forma, ma carica di implicazioni. È stata al centro dell’incontro tenutosi sabato 17 maggio al Salone del Libro di Torino, nel dialogo tra Cecilia Sala e Francesco Costa, due voci autorevoli del giornalismo italiano contemporaneo. Non un titolo da festival, ma un invito a una presa di coscienza. Perché chiedersi come sta il mondo, oggi, equivale a interrogarsi su come lo guardiamo, lo raccontiamo, lo comprendiamo – o ci illudiamo di comprenderlo.
Due percorsi, quelli di Costa e Sala, diversi ma complementari: il primo, direttore del giornale on-line il Post, punto di riferimento per un’informazione chiara in un tempo disordinato; la seconda, inviata di guerra, cronista che attraversa fisicamente e simbolicamente le linee del conflitto, per darne testimonianza. Il loro dialogo ha offerto uno sguardo lucido sul senso e sulla responsabilità del fare informazione nel presente.
In un’epoca in cui la guerra scorre come rumore di fondo e la notizia rischia di ridursi a un contenuto da scorrere, il giornalismo torna a interrogarsi sul proprio ruolo. Non si tratta di inseguire consenso o visibilità, ma di scegliere da che parte stare: non nella neutralità che si confonde con l’indifferenza, ma nella ricerca di una verità che dia voce, contesto, profondità.
Raccontare i conflitti senza cedere alla semplificazione
Francesco Costa e Cecilia Sala hanno dimostrato che è possibile restituire complessità, anche quando si racconta la guerra. Senza indulgere a narrazioni binarie o rassicuranti, hanno mostrato come il giornalismo possa essere un esercizio etico, capace di restituire dubbi, empatia, contraddizione. In un mondo in cui la velocità dell’informazione schiaccia la comprensione, questa è già una forma di resistenza.
Israele, il dissenso che nasce dall’interno
Un passaggio centrale del dialogo è stato dedicato al dissenso che emerge dentro lo Stato israeliano. Sala ha ricordato che oltre l’80% degli ex vertici di Mossad, Shin Bet e Stato Maggiore ha sottoscritto un appello contro l’attuale direzione politica del governo Netanyahu. Non voci marginali, ma rappresentanti della sicurezza nazionale, ora critici verso una deriva autoritaria che rischia di compromettere le basi democratiche dello Stato. L’informazione, in questo caso, ha il compito di sottrarre tali segnali al rumore di fondo e restituirli come elementi di una lettura più articolata.
Il vuoto politico palestinese: una generazione senza rappresentanza
Il racconto si è poi spostato sull’altro versante del conflitto israelo-palestinese. Chi rappresenta oggi il popolo palestinese? Hamas, pur percepito come interlocutore unico, non è “la Palestina”. Dall’altra parte, l’Autorità Palestinese è afflitta da un’invisibilità politica e da un deficit democratico profondo: nessuna elezione dal 2006, un presidente ormai scollegato dalla società. Cecilia Sala ha posto l’accento su una verità rimossa: la maggior parte dei palestinesi non ha mai votato. Giovani cresciuti in un vuoto di rappresentanza, esposti alla violenza e privati della possibilità di contare.
Iran: donne tra emancipazione e repressione
Il viaggio di Sala in Iran ha offerto un’altra lente su un Paese lacerato tra modernizzazione sociale e conservazione del potere. Le donne studiano ingegneria, pilotano aerei, guidano aziende, eppure vivono sotto un sistema che le considera eternamente minorenni. In molte strade di Teheran, l’assenza del velo è più di un gesto: è resistenza esistenziale. E mentre il regime reprime, cresce una frattura che non può più essere celata: un potere che non riesce a contenere il cambiamento. Il giornalismo, ancora una volta, diventa strumento per illuminare i paradossi.
Oltre la neutralità: diritti, nomi, responsabilità
Il lavoro di Cecilia Sala non si limita a descrivere. È un giornalismo che prende posizione, non per ideologia, ma per aderenza ai diritti umani e al diritto internazionale. Fa nomi, denuncia responsabilità, scava sotto le versioni ufficiali. Non restituisce metafore, ma soggetti reali, corpi feriti, vite cancellate.
Il silenzio delle democrazie occidentali
Nel dialogo emerge anche il tema dell’Occidente. Sala ha raccontato come il viaggio del presidente statunitense Donald Trump in Medio Oriente – senza una tappa in Israele – abbia rivelato la priorità data agli affari rispetto ai diritti. L’informazione, nelle democrazie, si fa spesso selettiva, piegata alla convenienza. Le immagini di Gaza censurate, le crisi dimenticate, le sofferenze che durano solo il tempo di un hashtag. Un’informazione che si volta dall’altra parte ha un costo: per le vittime, ma anche per la credibilità stessa dell’Occidente.
“Così potranno leggermi anche loro”: l’etica della restituzione
Uno dei momenti più intensi è arrivato quando Cecilia Sala ha raccontato la pubblicazione in inglese del suo libro L’incendio. Non per espandere un mercato, ma per permettere alle persone raccontate di leggere la propria storia. Un gesto che ribalta la logica consueta: il giornalismo non dà voce, ma restituisce voce. Scrivere con le persone, non su di loro. Riconoscerne l’umanità e sottrarsi all’illusione di una neutralità sterile.
Quale giornalismo per il nostro tempo?
Alla domanda iniziale – “come sta il mondo?” – il dialogo Costa–Sala ha risposto implicitamente: il mondo sta come lo raccontiamo. Se lo riduciamo a titoli e cronache senza contesto, lo impoveriamo. Se invece scegliamo la via faticosa della complessità, allora il giornalismo torna a essere strumento di cittadinanza.
Un giornalismo che rifiuta l’equidistanza quando i diritti vengono calpestati. Che non cerca scorciatoie interpretative. Che non si limita a spiegare, ma accompagna il lettore nel riconoscere la propria posizione nel mondo.
In un’epoca in cui la guerra è spesso spettacolo, il giornalismo può e deve tornare a essere atto di giustizia, testimone d’umanità, strumento di conoscenza anziché di intrattenimento. Come amava dire Ryszard Kapuściński, se il nostro compito è “spiegare il mondo agli esseri umani e gli esseri umani al mondo”, allora dobbiamo accettare il rischio di sporcarci le mani con le storie più dure, di restare dentro all’incendio per aiutare a spegnerlo.
È questo – e solo questo – il giornalismo di cui il nostro presente, e il nostro futuro, hanno davvero bisogno.
Un giornalismo che non ha paura
Non abbiamo bisogno di più commentatori da studio, né di nuove voci esperte che parlano dal centro del mondo a chi sta ai margini. Abbiamo bisogno di chi si sporca le scarpe, di chi ascolta prima di scrivere, di chi sceglie la verità anche quando è scomoda. Il dialogo tra Cecilia Sala e Francesco Costa ha mostrato che il giornalismo può ancora essere uno strumento di giustizia, se decide di rifiutare la neutralità come alibi e l’equidistanza come copertura.
In un tempo in cui le guerre si consumano in diretta e la sofferenza diventa sottofondo delle timeline, il vero atto politico è rimettere al centro le persone. Non come comparse nei nostri dibattiti, ma come protagonisti delle loro storie. Non come numeri, ma come vite.
Chi racconta Gaza, Teheran, Kiev o Rafah ha il dovere di farlo senza pulirsi le mani. Perché la cronaca che non disturba è complice. Perché ogni omissione, ogni generalizzazione, ogni parola sbagliata, diventa parte del problema.
Il giornalismo non può più essere specchio del potere. Deve essere specchio infranto, riflesso molesto, memoria lunga. Deve chiedersi da che parte guarda il mondo, e se lo fa davvero.
E allora la domanda non è solo “come sta il mondo?”, ma anche: che posto occupiamo noi dentro questo mondo che brucia?
Se vogliamo capirlo, servirà un giornalismo che non racconta da fuori, ma da dentro. Che non cerca consolazioni, ma connessioni.
Un giornalismo che non abbia paura di scrivere con chi ha perso tutto. E che, proprio per questo, ci restituisca la possibilità di immaginare ancora qualcosa da costruire sulle rovine.
Leggi anche: Dalla Palestina alle carceri italiane: la repressione che non fermerà la lotta per la libertà
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- Federica Colucci
- Giornalista e project manager con esperienza nella comunicazione ambientale e nell’organizzazione di eventi internazionali. Collabora a progetti che promuovono la sostenibilità e l’educazione ambientale attraverso il giornalismo e la gestione di reti globali.
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