Askatasuna: ordine pubblico o ordine politico? Cronaca di una città (non) addomesticata
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C’è un momento in cui un quartiere smette di essere un luogo e diventa un segnale. Dirlo non significa giustificare alcuna violenza: ogni atto violento, da qualunque parte provenga, è sempre un fallimento e come tale va condannato senza ambiguità.
Non accade all’improvviso, è qualcosa che si deposita lentamente nello sguardo delle persone, nel modo in cui si cammina, nelle traiettorie che si evitano senza nemmeno rendersene conto.
In Vanchiglia (quartiere di Torino abitato perlopiù da studenti), dopo lo sgombero di Askatasuna, questo momento è arrivato con una presenza costante e invasiva. Pattuglie ferme agli angoli, controlli reiterati, volti che osservano più che vigilare. Non una sicurezza percepita ma una sorveglianza interiorizzata. Non si tratta di paura esplicita, è la sensazione che lo spazio non ti appartenga più del tutto e che il quartiere non sia più pensato per essere attraversato ma monitorato. Che ogni corpo sia potenzialmente un problema per ciò che potrebbe fare.
La sicurezza non è neutra se diventa permanente. La sicurezza non è neutra quando non protegge ma disciplina. In Vanchiglia è cambiata la grammatica dello spazio: il quartiere è diventato un luogo esposto allo sguardo del potere, alla narrazione pubblica, a una funzione simbolica che lo supera.
Ed è qui che la questione smette di essere locale. Quando un luogo viene sottratto alla sua complessità e trasformato nel simbolo di un ordine da ristabilire, di una legalità da imporre, di un nemico da neutralizzare.
Askatasuna non è più soltanto un centro sociale. Diventa il pretesto di una narrazione che ha bisogno di un bersaglio chiaro per legittimarsi. Uno spazio che non chiede autorizzazione, che non si rende compatibile, che rifiuta di essere ridotto a esperienza tollerata, risulta per questo incompatibile con le politiche dell’attuale governo.

Quando la presenza armata permane anche dopo che il “pericolo” è stato rimosso, allora non siamo più nel campo della sicurezza. Siamo nel campo del governo della paura.
È questo il punto da cui bisogna partire, non dalla domanda “Askatasuna era legittima?”.
Ma da una più scomoda: cosa succede a una città quando il controllo diventa linguaggio politico?
Perché ciò che è accaduto in Vanchiglia non riguarda solo chi difendeva quel luogo, né solo chi lo contestava. Riguarda tutti quelli che abitano le città e accettano che l’ordine venga prodotto attraverso la tensione, la sorveglianza, la costruzione del nemico.
Come siamo arrivati fin qui? E perché questo “qui” dovrebbe preoccuparci molto più di uno sgombero.
Askatasuna prima di Askatasuna
Per capire cosa rappresenta Askatasuna oggi, bisogna fare un passo indietro.
Askatasuna nasce in una Torino che non è ancora la città del presente ma una città di transizione, segnata da vuoti industriali e sociali. Askatasuna nasce come risposta a un’assenza. Nasce dove mancano luoghi di aggregazione non commerciali e dove la socialità è mediata dal consumo. Nasce come spazio occupato, ma prima ancora come spazio necessario. Necessario per incontrarsi, organizzarsi, discutere, allenarsi, studiare.
I centri sociali nascono per bisogni concreti. Doposcuola gratuiti, sport popolare, iniziative culturali accessibili. Tutte pratiche che vengono riconosciute come “funzioni sociali” solo quando sono svolte da soggetti istituzionali e che quando invece emergono dal basso diventano automaticamente sospette.
Askatasuna, fin dall’inizio, sceglie una strada precisa: non integrarsi. Non trasformarsi in associazione convenzionata. Non cercare una legittimazione dall’alto. Non accettare di essere “normalizzata”, perché in una città che, negli anni, si è ripensata come “capitale della cultura” e luogo di grandi eventi, Askatasuna rappresenta l’opposto di quella narrazione. È uno spazio che prende posizione, che produce discorso, che dichiara un’appartenenza politica. E questo, nel tempo, l’ha resa intollerabile perché non addomesticabile.
Il problema non è mai stato solo l’occupazione. Se così fosse, la questione sarebbe stata risolta da anni, con una regolarizzazione o con uno sgombero rapido e silenzioso. Il problema è che Askatasuna non è mai stato solo un luogo fisico. È stato un punto di aggregazione del dissenso, una presenza stabile che ricorda che esistono modi diversi di abitare la città.
Per questo, nel corso degli anni, attorno ad Askatasuna si è costruita una narrazione sempre più ostile. Ogni episodio di conflitto, ogni tensione di piazza, ogni manifestazione radicale viene ricondotta lì. Il centro sociale diventa una scorciatoia semantica: non serve più spiegare, basta nominare Askatasuna come sinonimo di problema e di disordine.
Eppure, per anni, Askatasuna ha continuato a esistere proprio perché radicato nel tessuto urbano. Non solo in chi lo frequentava quotidianamente, ma anche in chi riconosceva che quello spazio svolgeva una funzione reale.
Questo radicamento è ciò che ha reso la sua rimozione così problematica.
Non si rimuove facilmente ciò che ha generato legami e attività. Non si cancella, senza conseguenze, uno spazio che ha attraversato generazioni. E quando si tenta di farlo con la forza, il conflitto non sparisce ma si allarga.
È qui che Askatasuna smette definitivamente di essere soltanto sé stessa e diventa simbolo. Simbolo di una città che cambia e allontana ciò che non rientra nel nuovo ordine. Simbolo di un potere che non sa gestire il dissenso se non attraverso la sua criminalizzazione.
Dire “Askatasuna” oggi non significa più solo parlare di un centro sociale. Significa evocare una domanda più ampia: che spazio c’è, nelle nostre città, per ciò che non si conforma? Che tipo di democrazia è quella che tollera il dissenso solo finché resta innocuo, marginale, invisibile?
Queste domande non nascono con lo sgombero. Ma è lo sgombero a renderle inevitabili.
Perché da quel momento in poi, la questione non è più se Askatasuna fosse legittima o no. La questione diventa cosa siamo disposti ad accettare in nome dell’ordine. Quanta complessità siamo pronti a sacrificare per una narrazione rassicurante? Quanta vita urbana siamo disposti a perdere pur di evitare conflitti visibili?
Askatasuna, prima di diventare il bersaglio di una campagna politica e mediatica, è stato questo: un esperimento di città non allineata. Imperfetto, conflittuale, radicale ma reale.
E proprio per questo, destinato allo scontro.
Lo spazio che non chiede autorizzazione
Ci sono spazi che disturbano per ciò che dimostrano. Dimostrano che è possibile vivere, organizzarsi, produrre relazioni e conflitto senza passare dalla mediazione del potere. Dimostrano che l’ordine imposto non è l’unica forma possibile di convivenza e che l’autorità non è naturale, ma costruita, quindi contestabile. È questo che fanno i luoghi come Askatasuna: mettono in discussione la delega. Non chiedono che qualcun altro risolva i problemi, non si limitano a denunciare, ma agiscono. E così si mostra che la politica non coincide con le istituzioni.
In una democrazia rappresentativa svuotata, l’esistenza di uno spazio simile è una crepa nel racconto dominante. Il potere non teme il dissenso in sé, ma la sua durata. Teme che il conflitto diventi una presenza stabile, una normalità urbana, una parte del tessuto quotidiano. Quando il dissenso smette di essere un episodio e diventa continuità, lo Stato non sa più come gestirlo se non trasformandolo in nemico.
Da qui nasce la necessità di delegittimare. Prima, attraverso un linguaggio che criminalizza e isola, che definisce quel spazio come “fuori controllo”. Un linguaggio che orienta lo sguardo e prepara l’opinione pubblica ad accettare che lì non valgano altre regole. Quando questa criminalizzazione non basta più, arriva l’eliminazione, in forma esemplare.
È in questo passaggio che la legalità diventa una parola ambigua. Non viene usata per aprire un confronto, ma per chiuderlo. “È illegale” diventa un argomento conclusivo, che non ammette repliche, anche quando l’illegalità è solo una parte del quadro e non il suo senso profondo. Così lo sgombero non arriva mai in un vuoto, ma in un clima già saturo, in una città abituata a pensare a quello spazio come a un problema.
Quando per anni un soggetto viene delegittimato, quando ogni sua azione è letta come provocazione, lo spazio per una soluzione non conflittuale viene eroso. Restano solo due opzioni: la resa o la reazione. E quando arriva la reazione, il potere può dire: “Lo sapevamo”. Da sempre si producono le condizioni dello scontro per poi usarle come giustificazione. Una logica che trasforma il conflitto in anomalia, la forza in difesa e la resistenza in colpa.
Eliminare uno spazio come Askatasuna non significa solo chiudere una porta. Significa riaffermare un principio: che l’unica politica legittima è quella che passa attraverso i canali riconosciuti, che l’unica partecipazione accettabile è quella che non disturba. Ma uno spazio che non richiede autorizzazione esiste perché c’è una comunità che lo mantiene in vita. E una comunità che si autoorganizza è sempre una minaccia all’idea che l’ordine venga dall’alto.

Per questo lo sgombero non è stato un atto neutro. Per questo, dopo la chiusura, non è arrivata la pacificazione ma la militarizzazione. Quando uno spazio di dissenso viene rimosso, il potere vuole la dimostrazione, vuole che sia chiaro che il messaggio sia recepito non solo da chi c’era, ma da chi guarda: il conflitto, se non è mediato dalle istituzioni e dal governo, non è politica. È qualcosa da cancellare.
È qui che Askatasuna diventa un caso nazionale.
Il corteo del 31 gennaio 2026: cos’è successo davvero

Sabato 31 gennaio, Torino è stata attraversata da decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia. L’atmosfera non è stata quella dell’assalto, ma quella della presenza. La presenza di chi non accetta che uno spazio venga cancellato senza conseguenze.
Il corteo ha attraversato la città senza devastarla. Non è un dettaglio. Per ore non è successo nulla di ciò che, ancora oggi, viene raccontato come inevitabile. Nessun caos. Nessuna città messa a ferro e fuoco. Solo persone che camminano e occupano lo spazio pubblico, come è legittimo fare in una democrazia.
Questo dato scompare quasi del tutto dal racconto mediatico. Eppure è il contesto senza il quale tutto il resto perde senso. Perché se migliaia di persone attraversano una città senza incidenti per ore, significa che la violenza non è l’evento.
È alla fine del corteo che la situazione cambia in pochi minuti. Non come degenerazione spontanea, ma come rottura. Una rottura che non arriva dal nulla, ma che si inserisce in una gestione dell’ordine pubblico già carica di tensione. Le forze dell’ordine sono presenti in modo massiccio, schierate, visibilmente pronte a intervenire.

È qui che accade ciò che i video, circolati immediatamente dopo, mostrano con chiarezza: una carica. Non una risposta a un assalto generalizzato, ma un’azione che rompe l’equilibrio. Da quel momento in poi, la dinamica si innesca.
Ed è proprio qui che il racconto pubblico inizia a mentire per omissione. Perché racconta la reazione come origine e non come conseguenza.
Ma c’è un punto ancora più grave, ed è quello che chi era lì fatica di più ad accettare: l’asimmetria della violenza.
Ci sono immagini che raccontano una scena precisa: persone a terra, disarmate, circondate da gruppi di agenti che colpiscono. Non uno scontro tra forze equivalenti, ma un esercizio di forza su chi non può difendersi. Questo non è un giudizio ideologico ma una descrizione. E il fatto che questa descrizione venga sistematicamente rimossa è ciò che produce la frattura più profonda.
Perché, se la violenza è condannata solo quando colpisce un corpo che rappresenta lo Stato, allora non stiamo parlando di giustizia, ma di gerarchia del valore dei corpi. Un agente ferito diventa immediatamente un simbolo nazionale. Un manifestante ferito resta un dettaglio, una colpa presunta.
Chi era lì ha visto una cosa semplice: la violenza non è stata raccontata tutta. È stata selezionata. Alcuni colpi sono diventati scandalo, altri “momenti concitati”. Alcuni corpi meritavano empatia, altri silenzio.

E qui non si tratta di scegliere da che parte stare per principio. Si tratta di riconoscere un fatto elementare: quando la forza è esercitata dall’alto, viene normalizzata. Quando viene esercitata dal basso, viene criminalizzata. Anche quando nasce dalla stessa dinamica, dallo stesso caos, dallo stesso istante.
Chi c’era non si sente soltanto in disaccordo con ciò che viene detto. Si sente smentito. Trattato come testimone inattendibile del proprio vissuto.
Ed è questo che suscita indignazione. Non la violenza in sé, ma il suo uso selettivo e la sua manipolazione.
Raccontare ciò che è successo davvero significa, allora, rifiutare di dire che la piazza era violenta per natura. Lo scontro non è stato inevitabile. Che la gestione dell’ordine pubblico ha avuto un ruolo attivo. E che, soprattutto, la violenza non è stata uguale per tutti, né nel suo esercizio né nel suo racconto.
Da questo punto in poi, la questione non è più che cosa è accaduto in quei minuti, ma cos’è accaduto dopo nella narrazione pubblica. Perché è lì che la vicenda smette di essere un fatto e diventa un caso utile ed esemplare.
Il ribaltamento Media e Stato
Il vero spartiacque non è stato lo scontro ma il modo in cui l’hanno raccontato.
Nel giro di poche ore, ciò che era successo in strada è stato riscritto. Non discusso, non verificato. Sistemato fino a diventare una storia lineare facile da capire e da schierare.
Il contesto è sparito. Ed è lì che, soprattutto, chi era presente ha capito che la partita non si stava più giocando sui fatti, ma sul loro significato.
La versione che ha preso spazio è arrivata subito, compatta, rassicurante: manifestazione violenta, forze dell’ordine aggredite, Stato sotto attacco.
Non importa che il corteo sia stato pacifico per ore. Non importa che gli scontri siano arrivati dopo, in modo circoscritto. Non importa nemmeno chi abbia iniziato. La cronologia non serve più. Serve un’immagine.

E l’immagine scelta è una sola: un agente ferito.
Quel corpo, giustamente tutelato, viene investito di un valore che va oltre l’episodio. Diventa lo Stato colpito, l’ordine violato, la legalità sotto attacco. Attorno a lui si coagula un’indignazione immediata. Attorno agli altri corpi cala invece un silenzio che pesa.
I pestaggi non vengono negati apertamente. Vengono piuttosto diluiti nel linguaggio: “momenti concitati”, “scontri”. Una lingua che cancella i soggetti. Quando la violenza viene dall’alto, è impersonale; quando viene dal basso, è sempre colpa di qualcuno.
La versione dello Stato diventa la realtà di partenza; tutto il resto è una deviazione. I video dal basso circolano ma restano ai margini, trattati come parziali e “da verificare”. Intanto il racconto ufficiale cancella ore di piazza pacifica e riduce tutto a pochi minuti finali.
È qui che si apre la frattura. Tra chi ha vissuto e chi ha solo guardato.
Se fai domande, stai giustificando. Se chiedi di guardare il contesto, stai minimizzando. La critica diventa colpa. È una trappola che ti costringe a scegliere un lato prima ancora di capire.
Ne nasce una narrazione morale, non politica.
Da una parte chi difende l’ordine. Dall’altra chi lo minaccia. Nessuna zona grigia, nessuna responsabilità condivisa, nessuna domanda sulla gestione dell’ordine pubblico. Solo un verdetto. Il dissenso diventa un problema di sicurezza.
Ed è qui che entra in gioco l’indignazione selettiva.
Perché il problema non è indignarsi per un agente ferito. È che quell’indignazione sia esclusiva. Che nello stesso spazio, negli stessi minuti, altri corpi colpiti non meritino lo stesso sguardo.
In questo schema, il manifestante è sempre sospetto. La sua presenza non è riconosciuta come legittima ma solo tollerata. Da qui nasce la frase onnipresente: «se l’è cercata». Rende la violenza accettabile, purché colpisca le persone “giuste”.
Ma tutto questo non riguarda solo chi era in piazza.
Perché una democrazia non si misura da quanta forza è in grado di esercitare. Viviamo in un sistema che chiede lealtà senza offrire reciprocità.
Il dissenso non nasce dallo scontro ma dal suo racconto. Non dalla violenza in sé ma dall’impossibilità di chiamarla per nome quando è scomoda. Dal capire che alcuni corpi contano e altri no.
Governare attraverso la paura
C’è un momento in cui la repressione smette di essere una risposta e diventa una strategia. Diventa lo strumento per prevenire ciò che potrebbe accadere.
Dirlo non significa giustificare la violenza. Significa rifiutare piuttosto tutta la violenza.
Perché la violenza, da qualunque parte provenga, non è mai una soluzione ma sempre un fallimento. Il punto, però, è come quel fallimento venga usato.

È qui che la parola “terrorismo” smette di sembrare eccessiva. Non per descrivere un atto isolato, ma un clima costruito. Un clima fatto di allerta permanente, di linguaggio emergenziale, di messaggi chiari e ripetuti: state al vostro posto. Non oltrepassate il limite. Non provateci.
Dopo lo sgombero di Askatasuna e, soprattutto, dopo il corteo, Vanchiglia non viene semplicemente “messa in sicurezza”. Viene militarizzata notte e giorno.
La presenza massiccia delle forze dell’ordine non risponde a una minaccia concreta e immediata, ma al bisogno di rendere visibile il controllo.
La paura prodotta non è panico, è disagio. È la sensazione di essere fuori posto anche quando non stai facendo nulla. È l’idea che fermarti, guardare, attraversare uno spazio possa attirare l’attenzione.
È una pedagogia dell’obbedienza. Funziona perché non ha bisogno di colpire tutti, basta colpirne alcuni in modo esemplare. Basta che la repressione sia visibile, raccontata, amplificata. Basta che venga presentata come inevitabile, necessaria, persino giusta.
Il terrorismo psicologico non ha bisogno di menzogne totali. Gli bastano mezze verità: un agente ferito, una parola come “attacco”, una sequenza di immagini selezionate. Il resto lo fanno la ripetizione e la rinuncia progressiva al dubbio.
In questo senso, la reazione del governo e di gran parte del sistema mediatico non appare soltanto sproporzionata, ma anche funzionale. Serve a creare un precedente. A dimostrare che lo Stato non arretra ed è legittimato ad agire.
Condannare questa strategia non significa assolvere nessuno. Non significa giustificare scontri, danneggiamenti o aggressioni. Significa rifiutare l’idea che la risposta a ogni conflitto debba essere l’intimidazione. Significa rifiutare l’uso politico della paura.
Perché, a questo punto, il conflitto non riguarda più Askatasuna. Askatasuna ora è chiusa. Il messaggio del governo è rivolto altrove.
È rivolto a chi occupa spazi. A chi attraversa la città senza chiedere l’autorizzazione. A chi pensa che il dissenso non sia un disturbo ma una pratica legittima.
Questo è il passaggio più inquietante: non la presenza delle pattuglie, ma la loro normalizzazione, non l’eccezione, ma la sua durata, non lo scontro, ma ciò che resta quando lo scontro è finito.
E, in questo senso, la legalità viene svuotata del suo senso originario. Non serve più a garantire diritti, ma a giustificare il controllo. Non protegge, ma classifica. Non include, ma separa.
Il risultato auspicato è una società silenziosa.
Ed è per questo che tutto questo dovrebbe preoccupare chiunque, indipendentemente dalle posizioni politiche.
Perché quando la paura diventa linguaggio di governo, nessuno è davvero al sicuro.
La domanda finale non è se Askatasuna fosse giusta o sbagliata.
La domanda è più scomoda: che tipo di società stiamo accettando di diventare, in nome dell’ordine?
Una società in cui il conflitto viene eliminato e la violenza è condannata, ma tollerata in pratica se esercitata dall’alto. In cui la paura sostituisce il dialogo.
Perché una città senza conflitto non è una città pacificata, rappresenta solo una città addomesticata.
Una democrazia che ha bisogno di intimidire per funzionare ha già smesso, da tempo, di credere davvero in sé stessa.
Askatasuna, la propaganda e la risata del potere in “Cinque minuti” di Bruno Vespa
Se serviva una conferma di tutto ciò che questo testo prova a raccontare, è arrivata pochi giorni dopo, in prima serata, in cinque minuti scarsi di televisione.
Il 2 febbraio 2026, nella trasmissione Cinque Minuti, Bruno Vespa si confronta con un esponente di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli. Un confronto che, nei fatti, confronto non è mai stato.
Cinque minuti in cui Vespa non cerca di capire, non chiede, non ascolta. Cinque minuti in cui interrompe, ironizza, ride. Ride mentre il suo interlocutore prova a dire una cosa semplice, banale, persino ovvia: che nessuno è d’accordo con chi ha picchiato un poliziotto, che la violenza è sempre condannata, che chi ha colpito non rappresenta le decine di migliaia di persone presenti in piazza.
Non è una posizione radicale. È una posizione minima. Eppure non trova spazio.
Perché quello non è un luogo di discussione, ma un luogo di conferma.
Vespa non fa domande per ottenere risposte, ma per ribadire una storia già raccontata dal governo. Una cornice in cui il dissenso è colpa e il contesto è una perdita di tempo. In cui l’unica voce legittima è quella che rafforza il racconto dello Stato assediato e dell’ordine da difendere.
La sua risata è un gesto politico. È la risata di chi sa di parlare da una posizione intoccabile. È la risata di un giornalismo che accompagna e normalizza il potere di governo. È la risata di chi può permettersi di ridicolizzare l’interlocutore perché sa che il pubblico è già stato istruito su chi ha ragione.
Quel programma va in onda in un orario in cui milioni di persone guardano; non è un talk di nicchia. È uno dei luoghi centrali della costruzione del senso comune.
Perché lì, in quei cinque minuti, si vede con chiarezza ciò che questo testo ha provato a descrivere fin dall’inizio: la trasformazione del racconto in propaganda, la riduzione del conflitto a problema di ordine pubblico, la condanna selettiva della violenza, l’impossibilità di nominare quella che viene esercitata dall’alto.
Quella scena è triste quanto il programma che la ospita. Mostra una democrazia che non discute più e che ammonisce. Che non argomenta e che non ascolta, ma ride.
E allora è vero che, alla fine, Askatasuna non c’entra più nulla. Il vero tema è questo: un sistema mediatico che agisce come cassa di risonanza del potere che vuole addomesticare e appiattire il dissenso.
Ed è anche per questo che tutto ciò dovrebbe preoccuparci molto più di uno sgombero? Perché quando il dissenso non può nemmeno essere spiegato senza essere ridicolizzato, il problema non è più l’ordine pubblico.
Il problema, oggi, è la qualità stessa della nostra democrazia.
Foto di Riccardo Di Liberto e Federica Colucci
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- Federica Colucci
- Giornalista e project manager con esperienza nella comunicazione ambientale e nell’organizzazione di eventi internazionali. Collabora a progetti che promuovono la sostenibilità e l’educazione ambientale attraverso il giornalismo e la gestione di reti globali.
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