La Flotilla rompe il silenzio, ogni sacco di farina e ogni scatola di medicine bloccati sono genocidio
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Gaza non è un tema lontano, non è una notizia tra le altre. Gaza è la ferita aperta che definisce il nostro presente. E la Global Sumud Flotilla, arrivata in Mediterraneo in questi giorni, non è folklore militante: è l’urlo di chi rifiuta di arrendersi al silenzio. Navi disarmate, cariche di farina, medicine, aiuti minimi: un gesto semplice e allo stesso tempo inaudito. Perché ciò che in qualunque altro contesto sarebbe umanità elementare, per Gaza diventa atto sovversivo.
Il blocco israeliano non colpisce soltanto merci e convogli: colpisce l’idea stessa di solidarietà. Intercettare una nave che porta sacchi di farina non è difesa: è la prova più limpida che Gaza deve restare invisibile, affamata, chiusa. Per questo la Flotilla rompe il buio: non perché sia la soluzione, ma perché costringe a guardare dove i governi vorrebbero che distogliessimo lo sguardo.
Eppure, qui sta la contraddizione che non possiamo ignorare. Quando le telecamere inseguono la Flotilla, rischiamo di dimenticare il centro vero della storia: non sono le barche, non sono gli attivisti europei, non siamo noi. È Gaza. È la popolazione palestinese che da decenni resiste a massacri sistematici, cancellazioni pianificate, genocidi ricorrenti.
Dal massacro di Haifa del 1937 a quello di Deir Yassin del 1948, fino a Sabra e Shatila nel 1982 e alle guerre infinite su Gaza (2008, 2012, 2014, 2018, 2021), la storia palestinese è una genealogia di sangue. Un filo nero che arriva fino al 7 ottobre 2023, giorno in cui il genocidio in corso ha preso forma esplicita e non più negabile. Più di sessantacinquemila morti stimati, più di centosessantacinque mila feriti, ospedali annientati, interi quartieri rasi al suolo. Non incidenti, non errori: scelte politiche.
Ogni volta lo schema è lo stesso: il mondo osserva, si indigna per qualche giorno, poi archivia. È qui che la Flotilla diventa gesto radicale: impedisce l’archiviazione, rifiuta la normalizzazione, costringe a riaprire la ferita. Ma attenzione: non basta trasformarla in spettacolo. Se la Flotilla diventa trending topic, se i talk show la masticano come l’ennesima favola dell’“eroismo occidentale”, allora abbiamo tradito Gaza. La sua forza non è nello spettacolo, ma nella verità che porta: un popolo sta morendo nell’assedio, e chi lo permette ne è complice.
Il governo Meloni lo sa bene. Non a caso ha scelto di criminalizzare la Flotilla, accusandola di “mettere a rischio” la stabilità. Quale stabilità? Quella dei resort immaginati da Trump sulle macerie della Striscia? Quella del mercato che vuole trasformare Gaza in parco giochi per investitori del Golfo? L’unica stabilità che interessa a chi governa è quella dei profitti. La vita palestinese non entra nei calcoli.
E allora oggi la domanda è feroce: cosa facciamo noi, qui, adesso? Restiamo spettatori di un genocidio trasmesso a bassa intensità, o impariamo dal Sumud palestinese a resistere anche nelle nostre città? Perché Gaza non può sparire. Non come parola, non come popolo, non come orizzonte politico.
La Flotilla non è una favola romantica. È un atto di accusa. Un banco di prova per l’Europa, per l’Italia, per ciascuno di noi. Ci obbliga a scegliere: restare complici o diventare parte di una resistenza globale.
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Una Flotilla che rompe il silenzio: perché Gaza non può sparire
La Global Sumud Flotilla non è una parentesi spettacolare, non è un evento folkloristico per nostalgici della militanza. È un atto politico radicale. Un gesto che, da solo, riesce a spezzare il buio imposto dall’assedio. Navi fragili, cariche di farina e medicinali, disarmate e trasparenti, affrontano una delle marine militari più potenti del mondo. Eppure vengono trattate come minaccia. Questo basta a dire tutto: a Gaza non è consentito vivere, non è consentito ricevere pane, acqua, cure. Non è consentita nemmeno la solidarietà.
Ma la Flotilla non nasce dal nulla. È parte di una storia lunga, segnata da sangue e resistenza. Una genealogia che non si può cancellare, anche se molti preferirebbero rimuoverla. Ogni tappa è un massacro, eppure ogni massacro è stato ridotto a nota a piè di pagina nelle cronache occidentali.
- Haifa, 1937 e 1938: centinaia di civili palestinesi uccisi durante le rivolte contro il Mandato britannico e le prime bande sioniste.
- Balad al-Sheikh, 1939: una strage dimenticata, villaggi rasi al suolo.
- Deir Yassin, 1948: donne e bambini trucidati, il nome diventato simbolo della Nakba.
- Tantura, 1948: fosse comuni, negazioni, revisionismi infiniti.
- Qibya, 1953: un villaggio distrutto, 69 morti, guidati da un giovane Ariel Sharon.
- Khan Younis, 1956: oltre duecento palestinesi fucilati.
- Sabra e Shatila, 1982: il massacro nel campo profughi libanese, perpetrato sotto lo sguardo dell’esercito israeliano.
- Jenin, 2002: il campo profughi raso al suolo, centinaia di morti.
- Gaza 2008, 2012, 2014, 2018, 2021: operazioni militari che hanno devastato ospedali, scuole, case, lasciando migliaia di vittime.
- Ottobre 2023–oggi: il genocidio senza precedenti, sessantacinquemila morti stimati in meno di due anni, fame usata come arma di sterminio.
Ogni data è un punto di non ritorno. Ogni nome è una condanna. Ogni volta il mondo ha assistito, indignato per qualche giorno, per poi tornare al silenzio.
Ecco perché la Flotilla non è un gesto marginale. È la memoria che si fa corpo. È il rifiuto di archiviare la Palestina come “questione complicata”. Ogni sacco di farina caricato su quelle navi grida che Gaza non è un vuoto, non è un deserto. È un popolo che resiste da ottant’anni.
Ma attenzione: qui si gioca la contraddizione più pericolosa. I riflettori della stampa, le interviste sugli attivisti occidentali, i dibattiti televisivi che scoprono improvvisamente Gaza: tutto rischia di spostare il centro. Il rischio è di dimenticare che i veri protagonisti non siamo noi, non sono le nostre barche, non sono le nostre telecamere. Il centro è e resta Gaza. Le famiglie che sopravvivono sotto le bombe. I bambini che muoiono di fame. I medici che operano senza anestesia.
Se perdiamo di vista questo, la Flotilla diventa spettacolo. Diventa l’ennesimo contenuto da consumare. Ma il suo senso è un altro: ricordarci che Gaza non può sparire. Che ogni giorno di silenzio è complicità. Che non c’è negoziato, non c’è accordo economico, non c’è “pace” possibile se prima non si riconosce la verità: un popolo sta subendo un genocidio.
La Global Sumud Flotilla non è la soluzione. È un promemoria. Una miccia. Una domanda rivolta al mondo intero: di fronte a Gaza, da che parte stai?
Diritto internazionale, aiuti umanitari e la legittimità negata della Flottiglia
Il diritto internazionale non è un linguaggio astratto, scritto nei libri di giurisprudenza per specialisti. È una promessa. Una promessa che la violenza avrebbe avuto un limite, che i civili sarebbero stati protetti, che l’umanità non avrebbe potuto essere spenta del tutto. Ma a Gaza quella promessa è stata tradita. Sistematicamente. E il destino della Global Sumud Flotilla ne è la prova.
La Quarta Convenzione di Ginevra è chiara: la punizione collettiva è illegale. Affamare un popolo, negargli cure, impedirgli aiuti non è difesa: è crimine di guerra. Il blocco navale imposto da Israele dal 2007 è la forma più brutale e allo stesso tempo più “ordinaria” di questa violenza. Ordinaria perché dura da quasi vent’anni. Brutale perché ha trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto, dove l’aria stessa viene razionata.
La Flotilla nasce da qui. Non da un capriccio, non da una sceneggiata. Ma dall’urgenza di spezzare un assedio illegittimo. Eppure, le navi cariche di farina e medicinali vengono intercettate come fossero vascelli di guerra. I volontari vengono arrestati, deportati, accusati di “provocazione”.
Non c’è bisogno di interpretare: è scritto nero su bianco nella Convenzione ONU sul diritto del mare. L’intercettazione di navi civili in acque internazionali e l’uso della forza possono costituire violazione del diritto internazionale marittimo e della libertà di navigazione; la qualifica di ‘pirateria’ in senso stretto, ai sensi della Convenzione ONU sul diritto del mare, riguarda di norma atti privati e non azioni statali. Il punto dirimente resta la legalità del blocco e la proporzionalità dei mezzi impiegati.
La verità è che Israele non teme gli aiuti: teme quello che rappresentano.
Flotillas per Gaza
Cos’è: iniziative civili internazionali volte a rompere simbolicamente (e tentare materialmente) il blocco navale imposto da Israele alla Striscia di Gaza dal 2007.
La Global Sumud Flotilla è nata nel 2025 come coordinamento tra movimenti come Freedom Flotilla Coalition, Global Movement to Gaza, Maghreb Sumud Flotilla e Sumud Nusantara.Composizione: decine di imbarcazioni civili (pescherecci, yacht, cargo leggeri), cariche di aiuti umanitari di base (farina, medicinali, generi di prima necessità). A bordo, attivisti, giornalisti, parlamentari, volontari, sindacalisti.
In molti casi le imbarcazioni montano strumenti di comunicazione satellitare (es. Starlink) per garantire trasmissioni in tempo reale.Rotte: partenze simultanee da porti europei e mediterranei: Barcellona il 31 agosto 2025, Genova, altri porti italiani, mentre altri convogli partivano da Tunisi, Catania, Grecia.
Le imbarcazioni sono previste per incontrarsi tra loro e navigare insieme verso Gaza.Precedenti rilevanti:
Freedom Flotilla 2010 – attacco israeliano alla Mavi Marmara, 9 attivisti uccisi, numerosi feriti. Fu un punto di rottura diplomatico tra Turchia e Israele.
Flotillas del 2011, 2015, 2018: tutte intercettate, con sequestri, arresti o deportazioni, nessuna riuscita nel raggiungere Gaza.
Situazione attuale (Global Sumud Flotilla, 2023–2025):
Il convoglio ha coinvolto circa 40–50 imbarcazioni e circa 500 persone provenienti da oltre 44 Paesi.
La spedizione italiana: 18 imbarcazioni partite da Augusta, affiancate da altre da Grecia e Tunisi, con circa 600 partecipanti totali.
Una delle navi, la “Marinette”, è segnalata come rimasta “attiva” nonostante gli interventi israeliani.
Le forze israeliane hanno intercettato quasi tutti i natanti del convoglio.
Durante la navigazione, segnalazioni di attacchi con droni e interferenze (esplosioni udito da alcune barche) sono state riportate dagli organizzatori.
Esiti politici:
Nessuna consegna diretta certa a Gaza è stata confermata nelle prime fasi: quasi tutte le navi sono state intercettate o costrette al rientro.
L’impatto mediatico è enorme: proteste internazionali, copertura stampa, appelli diplomatici.
Sono state lanciate cause legali e sollecitazioni in sede ONU e presso la Corte Internazionale di Giustizia per verificare la legittimità del blocco e l’uso della forza.
Perché ogni sacco di farina che cerca di entrare a Gaza mostra al mondo che la fame è deliberata. Ogni scatola di antibiotici sequestrata dimostra che le epidemie non sono incidenti, ma strumenti di sterminio. La Flotilla non porta solo beni: porta prove. Ecco perché va fermata.
E qui la complicità dell’Occidente diventa lampante. I governi europei, l’Italia di Meloni in testa, si riempiono la bocca di “diritto internazionale”, salvo poi chiudere gli occhi quando quel diritto viene calpestato. Fingono di preoccuparsi che la Flotilla “metta a rischio la stabilità”. Ma quale stabilità? Quella del genocidio normalizzato, dei negoziati fasulli, degli accordi miliardari con chi bombarda ospedali? Parlare di stabilità mentre si assiste a un massacro equivale a dichiarare che la vita palestinese non vale nulla.
La Corte Internazionale di Giustizia ha già riconosciuto che esiste un rischio concreto di genocidio a Gaza. In questo contesto, impedire l’ingresso di aiuti umanitari non è solo violazione del diritto: è parte del genocidio stesso. Ogni volta che una nave viene assaltata, non si blocca solo un convoglio. Si blocca la speranza di sopravvivere.
La Global Sumud Flotilla non è, dunque, un gesto romantico. È un atto giuridico e politico allo stesso tempo. Dice al mondo che il diritto internazionale non è morto del tutto, che c’è ancora chi prova a farlo vivere. Dice che la fame non può essere normalizzata, che il silenzio non è un destino inevitabile.
Ma soprattutto dice che la legittimità non sta con chi assedia, bensì con chi resiste. Che la vera illegalità non è salpare con sacchi di farina, ma affondarli nel mare. Che il vero crimine non è la solidarietà, ma il genocidio.
La Flotilla è la prova che il diritto può ancora parlare. E che se tace, è perché i governi scelgono di soffocarlo.
L’illusione dello spettacolo mediatico: la Flotilla non basta se dimentichiamo i palestinesi
Ogni volta che una Flotilla prende il largo, i riflettori si accendono. I giornali titolano, i talk show discutono, i governi commentano. Le immagini delle barche nel Mediterraneo scorrono sugli schermi e per un attimo Gaza riappare nella cronaca internazionale. Ma è un’apparizione fragile, destinata a dissolversi in fretta. Perché il rischio più grande è questo: trasformare la solidarietà in spettacolo, e Gaza in semplice scenografia.
I media occidentali amano raccontare la sfida romantica di poche barche contro la marina israeliana. È una narrazione semplice, digeribile, perfino avvincente. Più facile da vendere al pubblico che non la realtà vera della Striscia: ospedali senza anestetici, bambini scheletrici per la fame, quartieri ridotti a cumuli di macerie. Più semplice emozionarsi davanti al coraggio degli attivisti occidentali che guardare in faccia i volti palestinesi cancellati dalle bombe.
Non è la prima volta. Nel 2010, dopo l’assalto alla Freedom Flotilla, il mondo discusse per settimane di acque internazionali, di legittimità dell’intervento israeliano, di procedure militari. Ma intanto a Gaza mancava l’acqua potabile. Mentre i talk show dibattevano, i malati morivano per infezioni banali. È lo stesso schema che rischia di ripetersi oggi: la Flotilla come evento spettacolare, Gaza come nota a piè di pagina.
È la logica dello spettacolo: concentrare tutta l’attenzione su un frammento, oscurando l’insieme. La barca che salpa diventa protagonista, mentre il popolo che resiste ogni giorno sotto assedio scompare. È la stessa distorsione che Pasolini denunciava quando parlava di democrazia ridotta a rumore televisivo: una partecipazione apparente che anestetizza, che svuota di senso.
Eppure, la Flotilla non nasce per essere spettacolo. Nasce per spezzare il silenzio, non per sostituirlo con il rumore. La sua forza non è nelle immagini suggestive delle vele in mare, ma nella verità che trasporta: a Gaza c’è un popolo imprigionato, affamato, bombardato. Se perdiamo di vista questo, la Flotilla diventa feticcio mediatico. Se la trasformiamo in show, tradiamo il suo stesso spirito.
Il pericolo è che i riflettori si accendano sull’Europa che “fa qualcosa”, mentre Gaza continua a morire nell’oscurità. Che i giornali raccontino i volti degli attivisti arrestati, ma non i nomi dei bambini palestinesi morti di fame. Che la solidarietà diventi autoreferenziale, un modo per sentirci “dalla parte giusta” senza toccare davvero i meccanismi del genocidio.
La verità è dura: la Flotilla da sola non basta. Non basta un evento mediatico a cambiare l’equilibrio di forze. Non basta commuoversi per le barche se poi nei nostri porti continuano a partire navi cariche di armi per Israele. Non basta sventolare bandiere palestinesi se poi si accetta la precarietà, lo sfruttamento, la repressione che fanno parte dello stesso sistema.
La sfida è non ridurre la Flotilla a spettacolo, ma usarla come miccia. Trasformare la visibilità momentanea in organizzazione duratura. Fare in modo che le immagini delle barche nel Mediterraneo diventino blocchi nei porti, scioperi nelle fabbriche, occupazioni nelle università. Solo così la solidarietà diventa resistenza reale.
Perché Gaza non è un palcoscenico. Non è una storia da raccontare per sentirsi migliori. Gaza è la misura della nostra coerenza. O impariamo a guardarla senza filtri, o resteremo complici dello spettacolo che ci distrugge.
Le notizie sono in continuo aggiornamento: su La Stampa si legge che “A Gaza si torna a pescare: “Grazie agli eroi della Flotilla che tengono occupati gli occupanti“”. Un segnale concreto che ricorda come la Flotilla non sia solo immagine, ma respiro reale per chi vive sotto assedio.
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L’accordo di Trump e l’ipocrisia degli Stati: Gaza non è un resort
Da settimane, i governi occidentali parlano di un “accordo di pace” promosso da Donald Trump per Gaza. Un documento in venti punti, sostenuto da Netanyahu e da complici internazionali, compreso il governo Meloni. Nei titoli dei giornali suona come una svolta storica, una promessa di stabilità. In realtà è l’ennesimo insulto. Un piano che vorrebbe trasformare le macerie in business, il genocidio in opportunità economica.
Le bozze circolate parlano chiaro: investimenti miliardari, costruzione di infrastrutture, persino l’idea di un “resort” sulla costa. Gaza ridotta a vetrina, a parco giochi per investitori arabi e americani. Come se un popolo potesse essere ricostruito dall’alto, senza diritti, senza memoria, senza giustizia. Come se bastasse coprire le fosse comuni con centri commerciali per dire che la guerra è finita.
Questa è l’essenza del piano: cancellare la Palestina per trasformarla in progetto immobiliare. Non giustizia, ma rendita. Non diritti, ma profitti. Non autodeterminazione, ma colonizzazione travestita da sviluppo.
Ed è qui che emerge l’ipocrisia dei governi occidentali. Gli stessi che parlano di “diritto internazionale”, di “cessate il fuoco”, di “dialogo”, oggi sostengono un accordo che nega la cosa più elementare: l’esistenza stessa dei palestinesi come popolo libero. Non c’è nulla di “pacifico” in un piano che nasce sulle rovine di un genocidio. È come costruire un albergo sulle macerie di Hiroshima e chiamarlo “riconciliazione”.
Il governo Meloni è in prima fila in questa recita. Da un lato proclama sobrietà e stabilità, dall’altro criminalizza la Global Sumud Flotilla accusandola di “mettere a rischio” l’accordo. La verità è che la Flotilla mette a rischio soltanto la narrativa che i governi vogliono imporre: quella di un dopoguerra pacificato, ordinato, redditizio. Una narrativa che ha bisogno del silenzio di Gaza. Ecco perché ogni barca intercettata diventa una minaccia politica. Perché ricorda al mondo che sotto la retorica della stabilità c’è un genocidio ancora in corso.
E la delusione diventa ancora più grande quando si guarda a chi ha dato legittimità a questa farsa. Tony Blair, da sempre pronto a mettere la sua firma su piani di “sviluppo” che cancellano i diritti palestinesi. Matteo Renzi e altri politici italiani, che si presentano come progressisti in Europa ma non esitano a sostenere un accordo che trasforma Gaza in laboratorio coloniale. La loro adesione non è ingenuità: è complicità. È scegliere da che parte stare, e scegliere la parte sbagliata.
Parlare di resort mentre la popolazione muore di fame non è solo ipocrisia: è cinismo puro. È la logica del capitale che trasforma tutto in merce, persino la sofferenza. Gaza, per i potenti, non è una comunità da liberare, ma un terreno da sfruttare. E i governi europei, Italia inclusa, si prestano a questo gioco. Non per ignoranza, ma per interesse.
L’accordo di Trump non è fallace: è criminale. Perché non mira a garantire giustizia, ma a congelare l’ingiustizia in una nuova forma. Non vuole interrompere l’assedio, ma renderlo invisibile. Non intende restituire libertà, ma trasformare Gaza in gabbia dorata, sorvegliata da capitali e da soldati.
È in questo contesto che la Flotilla diventa intollerabile. Perché svela l’inganno. Mostra che non c’è stabilità possibile senza giustizia. Che non c’è pace senza libertà. Che non c’è ricostruzione possibile se prima non si riconosce la Nakba, la Naksa, il genocidio.
Gaza non è in vendita. Non è un progetto urbanistico. Non è un “affare” per le élite. Gaza è un popolo. E un popolo non si compra: si libera.
Il governo Meloni: repressione, propaganda e complicità col genocidio
Ogni volta che si parla di Gaza, il potere occidentale prova a isolare il presente. Come se il genocidio iniziato nell’ottobre 2023 fosse un fatto improvviso, nato dal nulla. Come se la storia palestinese fosse una sequenza di “incidenti”, un conflitto eterno e inspiegabile. In realtà, la verità è più semplice e più feroce: esiste una genealogia di massacri, un filo rosso che unisce il passato e il presente, e che mostra come la violenza contro il popolo palestinese non sia un’eccezione, ma un progetto politico.
La Nakba del 1948 è il punto di non ritorno. Centinaia di villaggi rasi al suolo, oltre 700.000 palestinesi costretti alla fuga, decine di massacri documentati. A Deir Yassin, donne incinte sventrate, bambini assassinati, corpi gettati nei pozzi. A Tantura, fosse comuni negate per decenni. A Jaffa, la città svuotata sotto il fuoco. La nascita dello Stato di Israele coincide con l’espulsione di un intero popolo: una ferita che ancora oggi sanguina.
Ma la Nakba non è un episodio chiuso. È un processo continuo. Nel 1953, a Qibya, 69 civili massacrati in una notte, case fatte saltare con gli abitanti dentro. Nel 1956, a Khan Younis, più di 200 palestinesi giustiziati dall’esercito israeliano. Nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, intere comunità annientate, Gerusalemme ridisegnata con la forza.
Il 1982 segna un altro abisso: Sabra e Shatila, campi profughi trasformati in mattatoi, con la complicità dell’esercito israeliano che lasciò entrare le milizie falangiste libanesi. Donne stuprate, bambini decapitati, vecchi giustiziati nei letti. Migliaia di morti che l’Occidente ha preferito dimenticare.
Poi arrivano i massacri del “moderno”. Jenin, 2002: un campo profughi raso al suolo, centinaia di civili schiacciati sotto le macerie. Gaza 2008-2009: operazione “Piombo Fuso”, più di 1.400 palestinesi uccisi in poche settimane. Gaza 2014: quasi 2.300 morti, interi quartieri cancellati. Gaza 2018-2019: i cecchini che sparano sui manifestanti della “Grande Marcia del Ritorno”. Gaza 2021: bombardamenti feroci su torri residenziali, su scuole dell’ONU, su famiglie intere.
E poi il 7 ottobre 2023. La data che segna l’inizio del genocidio attuale. Fame usata come arma, convogli umanitari bombardati, ospedali assediati, sessanntacinquemila morti stimati in meno di due anni. Un numero che supera la capacità di immaginare, che rischia di diventare pura statistica. Ma non è una statistica. È un popolo intero, colpito con precisione scientifica.
Questo filo di massacri non è casuale. È un disegno. Ogni episodio è stato minimizzato, archiviato, ridotto a “risposta militare”. Ogni volta, la comunità internazionale ha scelto la neutralità, cioè la complicità. Ogni volta, il silenzio ha preparato il terreno per la strage successiva.
Oggi la Flotilla ci ricorda che questo filo non si è spezzato. Che Gaza non è un’eccezione, ma l’ultimo capitolo di una lunga storia di annientamento. Ricordare i massacri non è un esercizio di memoria sterile: è un atto politico. Perché se non riconosciamo questa continuità, continueremo a vivere nell’illusione che il genocidio in corso sia un “conflitto complicato” e non quello che è: l’ennesima tappa di una colonizzazione costruita sul sangue.
Il filo dei massacri ci riguarda. Perché o lo spezziamo, o ne saremo parte.
L’Italia che scende in piazza: scioperi e cortei, da Torino un segnale radicale
La parola Sumud non appartiene solo alla Palestina. Significa fermezza, radicamento, resistenza che non si piega. Ed è proprio questo filo che, in questi giorni, ha legato Gaza a Torino. Perché quando l’assalto israeliano alla Global Sumud Flotilla è iniziato, non è arrivata solo la notizia sui giornali. È arrivata nelle piazze.
A Torino è bastata mezz’ora: in trenta minuti, più di quattromila persone hanno riempito lo spazio davanti al municipio. Studenti, lavoratori, migranti, famiglie. Nessuna convocazione ufficiale, nessun grande apparato organizzativo: solo la consapevolezza che non si poteva restare fermi mentre Israele arrestava, uno per uno, gli attivisti disarmati della Flotilla. Un lampo di dignità collettiva, che ha mostrato quanto il legame tra Gaza e l’Italia sia vivo e concreto.

E non è stato un episodio isolato. In questi giorni, Torino è stata attraversata da cortei spontanei, assemblee universitarie, scioperi simbolici nelle fabbriche. I portuali hanno minacciato di bloccare le navi cariche di armi. Gli studenti hanno alzato striscioni contro il genocidio dentro e fuori gli atenei. I precari hanno incrociato le braccia, legando la lotta contro lo sfruttamento al rifiuto della guerra. È stato come se il Sumud palestinese avesse trovato eco qui, trasformandosi in una forma di resistenza quotidiana contro il governo Meloni e le sue politiche.
Il potere, ovviamente, ha reagito come sempre. Le solite accuse: “disturbatori dell’ordine pubblico”, “strumentalizzatori”, “nemici della stabilità”. Ma a nessuno sfugge la verità: le piazze non sono un disturbo, sono l’unica forma di vita democratica rimasta. Perché la vera stabilità che Meloni difende non è quella della pace: è quella dei contratti miliardari con le aziende d’armi, è quella della NATO che chiede obbedienza, è quella del capitale che macina profitti sulla pelle dei palestinesi come dei lavoratori italiani.
Ecco il punto: Gaza e Torino non sono mondi lontani. Sono due facce dello stesso conflitto. In Palestina si muore di fame per un blocco illegittimo. In Italia si vive nella precarietà per un sistema che trasforma la vita in profitto. A Gaza bombardano ospedali; qui privatizzano sanità e scuola. Là il nemico si chiama assedio, qui si chiama sfruttamento. Ma la logica è identica: negare la dignità, impedire la libertà, normalizzare l’ingiustizia.
Per questo la piazza di Torino non è solo un gesto di solidarietà. È molto di più: è l’inizio di una presa di coscienza. È la dimostrazione che il Sumud palestinese può contagiare le nostre lotte, può diventare la lente con cui leggere la nostra condizione. Non basta indignarsi per Gaza: bisogna tradurre quell’indignazione in organizzazione qui, adesso.
Il 2 ottobre, quando la Flotilla veniva intercettata, Torino, Napoli, Milano, Bologna, tutte le piazze d’Italia, hanno risposto con un atto di resistenza. A Trino quattromila persone in mezz’ora: questo è il segno che il popolo non è morto, che esiste ancora una capacità di reagire. Ora si tratta di non disperdere quella forza. Di trasformare la rabbia in blocchi reali, in scioperi duraturi, in reti di lotta.
Perché Gaza non resiste da sola. Ogni volta che una piazza italiana si solleva, ogni volta che un corteo rompe il silenzio, ogni volta che una città come Torino sceglie di non piegarsi, il Sumud si fa universale. E diventa il filo che lega la lotta di un popolo al futuro di tutti.
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Dalla fabbrica al porto: le lotte operaie e studentesche come parte della stessa battaglia
Non c’è genocidio senza silenzio. Non c’è massacro che duri così a lungo senza la complicità di chi guarda e tace. Gaza oggi non muore solo per i missili israeliani: muore per l’indifferenza dell’Occidente, per il calcolo cinico dei governi, per l’ipocrisia di chi parla di pace mentre arma l’aggressore.
Gli Stati Uniti finanziano Israele con miliardi di dollari, ogni anno. La Germania continua a inviare forniture militari, persino dopo le condanne delle Nazioni Unite. L’Unione Europea, che ama presentarsi come campione del diritto internazionale, ha scelto di ignorare le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, che ha parlato di “rischio concreto di genocidio”. È un silenzio fatto di contratti, di accordi strategici, di obbedienza cieca alla NATO.
E l’Italia? L’Italia di Giorgia Meloni è tra i complici più zelanti. Mentre il Mediterraneo diventa teatro della resistenza pacifica della Global Sumud Flotilla, il governo sceglie di criminalizzare le barche disarmate e di difendere il blocco illegittimo. Meloni lo ha detto senza imbarazzo: la Flotilla “mette a rischio” la stabilità. Quale stabilità? Quella del genocidio in corso? Quella dei progetti di Trump che vorrebbero trasformare Gaza in un resort per investitori stranieri?
Il silenzio non è mai neutrale. È sempre una scelta. È scegliere di stare con l’oppressore. Quando i governi occidentali parlano di “equilibrio”, quando invocano la formula vuota del “diritto di Israele a difendersi”, stanno legittimando l’annientamento di un popolo. Perché nessuna difesa giustifica bombardare ospedali, affamare bambini, bloccare convogli umanitari. Non c’è neutralità possibile di fronte a un genocidio.
La complicità dell’Occidente è doppia. Da un lato materiale: armi, soldi, coperture diplomatiche. Dall’altro narrativa: il linguaggio che svuota la realtà. I massacri diventano “operazioni mirate”. Le fosse comuni diventano “effetti collaterali”. Le navi cariche di farina diventano “provocazioni”. È un lessico di menzogna che serve a tranquillizzare le coscienze, a garantire che il genocidio possa continuare senza scandalo.
Ma c’è un’altra forma di complicità, più subdola: quella del cittadino spettatore. Scrolliamo immagini di Gaza tra una pubblicità e un video comico. Ci indigniamo per pochi secondi, poi passiamo oltre. Questo consumo passivo della sofferenza è la vera vittoria dell’Occidente neoliberale: trasformare anche la solidarietà in un prodotto da consumare, senza conseguenze.
Il silenzio occidentale uccide due volte: uccide i palestinesi, e uccide la possibilità stessa di credere nella giustizia internazionale. Perché se la Corte Internazionale può parlare e nessuno la ascolta, allora il diritto diventa carta straccia. Se le Nazioni Unite possono denunciare e i governi possono ignorare, allora la democrazia diventa facciata.

Ecco perché le piazze, gli scioperi, le mobilitazioni sono fondamentali. Perché rompono questo silenzio complice. Perché ricordano ai governi che il popolo vede, e che non tutto può essere sepolto sotto la retorica. A Torino, a Napoli, a Genova, in tutta Europa, il grido delle strade è chiaro: il silenzio è complicità, e noi non saremo complici.
L’Occidente ha scelto di voltarsi dall’altra parte. Ma ogni volta che una piazza si riempie, ogni volta che una nave salpa, ogni volta che una voce rompe il coro dell’indifferenza, la complicità diventa più fragile. E allora il silenzio non basta più.
Il 2 ottobre, mentre la Flotilla veniva assaltata, in Italia la Cgil ha proclamato uno sciopero generale. Il Garante lo ha bollato come «illegittimo», il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini ha agitato lo spettro della precettazione e di nuove sanzioni. Ma Segretario generale della CGIL Maurizio Landini ha risposto chiaro: «Lo sciopero è pienamente legittimo, lo confermiamo».

La protesta è andata avanti lo stesso. È qui che si vede la contraddizione: il governo difende la “stabilità” del genocidio, mentre chi resiste – a Gaza come nelle fabbriche italiane – viene criminalizzato. Se persino uno sciopero in solidarietà diventa un reato, allora vuol dire che ha colpito nel segno. Nella giornata del 3 ottobre 2025 le piazze d’Italia si sono colorate di rosso e di verde, di striscioni e di cartelli scritti a mano, di bandiere palestinesi accanto a quelle sindacali, di cori che attraversavano le strade come onde.
Si sono colorate dei volti che non accettano il futuro che gli viene imposto, delle mani di chi sa cosa significa lottare, di grida di speranza. Non una protesta sindacale ma la prova che la dignità non si può mettere a tacere con divieti e multe.
Voci da Gaza
- MSF – Martina Marchiò (Gaza City): “Siamo alla fine… ho visto bambini mutilati…” (Eunews, 19/06/2025)
- EMERGENCY – Filippo Pelagatti (Nasser Hospital): “Un’esplosione durante la preparazione dei pazienti… senza quell’intervento sarebbero morti.” (Emergency, data post)
- Dr. Tanya Haj-Hassan (pediatria/ICU): “La presa di mira dell’infrastruttura sanitaria…” (Progressive International, 15/07/2024)
- Portuali – Genova/Ravenna: “Bloccare carichi bellici non è simbolico: è sicurezza del lavoro e responsabilità civile.” (Il Fatto Quotidiano; Collettiva; Il Post, set 2025)
Sumud: il filo rosso della resistenza, dalla Palestina alle strade italiane
C’è una parola che attraversa tutta la storia palestinese e che oggi, più che mai, parla anche a noi: Sumud. Fermezza. Tenacia. Radicamento. È la capacità di resistere quando tutto ti dice che sarebbe più facile arrendersi. È piantare un ulivo sapendo che verrà sradicato. È ricostruire una casa bombardata dieci volte. È continuare a vivere, a studiare, a curare, a scrivere sotto le macerie. È dire: “noi restiamo”.
Il Sumud non è retorica: è politica quotidiana. Ed è questa la sua forza. In Palestina, il Sumud è la risposta al tentativo sistematico di cancellare un popolo. In Italia, il Sumud diventa la parola che può dare senso alle nostre lotte. Perché anche qui la strategia del potere è la stessa: frammentare, isolare, scoraggiare. Dire che non vale la pena, che tanto nulla cambia. Il Sumud ci insegna il contrario: resistere non è inutile, è l’unica possibilità.
Negli ultimi giorni Torino lo ha mostrato con chiarezza. Quando Israele ha iniziato ad assaltare la Global Sumud Flotilla, non c’è stato bisogno di convocazioni ufficiali: la gente ha reagito. In mezz’ora, più di quattromila persone hanno riempito la piazza davanti al municipio. Studenti, operai, migranti, famiglie intere. Una folla che non voleva solo “esprimere solidarietà”, ma rivendicare la propria parte nella lotta. Quello è Sumud.
E lo stesso accade nelle fabbriche e nei porti, quando i lavoratori incrociano le braccia contro le forniture d’armi. Nelle scuole e nelle università, quando gli studenti occupano aule e cortili. Nei quartieri popolari, quando le comunità resistono allo sgombero e alla precarietà. Non sono episodi isolati: sono frammenti di una stessa resistenza che, se guardata insieme, disegna un quadro diverso. Un quadro in cui Gaza e Torino non sono lontane, ma parte della stessa battaglia.
Il governo Meloni cerca di spezzare questo filo. Lo fa con la repressione, con i manganelli, con la retorica dell’“ordine”. Lo fa criminalizzando le piazze e santificando i profitti delle multinazionali delle armi. Ma ogni volta che un corteo si muove, ogni volta che un blocco interrompe la normalità, quel filo si ricompone. E diventa più forte.
Il Sumud ci dice che la resistenza non è mai individuale. È sempre collettiva. Non basta indignarsi da soli davanti a uno schermo: bisogna agire insieme. Non basta piangere i morti palestinesi: bisogna lottare perché non ce ne siano altri. Non basta criticare il governo Meloni: bisogna costruire pratiche concrete di opposizione, qui e ora.
Il Sumud palestinese non è un simbolo lontano. È una lezione che riguarda la nostra vita. Ci insegna che la libertà non viene concessa, ma strappata. Che la dignità non è un regalo, ma una conquista. Che il futuro non si aspetta: si costruisce nella resistenza quotidiana.
Quando un bambino a Gaza va a scuola sotto le bombe, quando un operaio torinese sciopera contro lo sfruttamento, quando uno studente occupa un’aula, il gesto è lo stesso: dire no. No alla rassegnazione. No alla morte lenta. No al silenzio che uccide. Questo è il filo rosso che unisce le nostre lotte. Questo è il Sumud che non può più essere fermato.
Gaza, Torino e il futuro delle nostre lotte
Arrivati alla fine di questo percorso, una verità si impone con tutta la sua forza: non ci sono lotte separate. Gaza non è un capitolo a parte, lontano e incomprensibile. Gaza è lo specchio in cui il mondo intero deve guardarsi. Gaza è la misura della nostra coerenza.
La Global Sumud Flotilla ha mostrato che esistono ancora corpi capaci di sfidare il mare, mani capaci di caricare farina e antibiotici come fossero armi di resistenza. Navi fragili che hanno tenuto in scacco, anche solo per poche ore, una delle potenze militari più armate del pianeta. Non è folklore, non è spettacolo. È politica. È denuncia. È la prova che l’assedio non è inevitabile, che la fame non è destino, che il genocidio può e deve essere fermato.
Eppure, la Flotilla da sola non basta. Perché Gaza non ha bisogno soltanto di gesti simbolici, ma di una rottura reale dell’assedio. E questa rottura non si costruisce in mare, ma nelle strade, nei porti, nelle fabbriche, nelle scuole. Si costruisce qui, dove viviamo.
Torino lo ha dimostrato. Quando Israele ha assaltato la Flotilla, in mezz’ora più di quattromila persone hanno riempito la piazza davanti al municipio. Senza preavviso, senza regia dall’alto, senza calcoli di partito. Una mobilitazione spontanea che ha detto con chiarezza: non siamo spettatori. Non resteremo complici. È questa la forza che può cambiare le cose: la capacità di reagire insieme, di trasformare l’indignazione in presenza, la rabbia in organizzazione.
Il governo Meloni, e con lui gran parte dell’Occidente, hanno scelto la complicità. Hanno preferito difendere la stabilità dei mercati, gli accordi con la NATO, le rendite delle multinazionali delle armi, piuttosto che il diritto dei palestinesi a vivere. Hanno parlato di pace mentre firmavano forniture militari. Hanno parlato di stabilità mentre accettavano che Gaza fosse trasformata in un cimitero a cielo aperto. Questo è il loro crimine: rendere il genocidio invisibile, “normale”, digeribile.
E allora la sfida cade su di noi. Perché se i governi tradiscono, tocca alle piazze raccogliere il testimone. Non si tratta di caricare solo sulla solidarietà simbolica: si tratta di costruire blocchi reali, di fermare le merci, di interrompere i flussi di profitto. Si tratta di scioperi, di porti chiusi, di università occupate. Di un Sumud che non resta parola araba, ma diventa pratica quotidiana nelle nostre città.
Perché Gaza non è un “altrove”. È qui, ogni volta che la precarietà ci toglie il respiro. È qui, ogni volta che le nostre scuole e i nostri ospedali vengono smantellati. È qui, ogni volta che la repressione manganella una piazza. È qui, perché la logica che affama Gaza è la stessa che sfrutta Torino. La stessa che bombarda i civili è quella che precarizza i lavoratori. È un’unica guerra: del capitale contro la vita.
La Global Sumud Flotilla è stata una scintilla. Torino è stata una risposta. Ora serve il fuoco. Serve unire le lotte, tessere il filo rosso tra il Sumud palestinese e le nostre resistenze quotidiane. Non per pietà, non per carità, ma per giustizia. Perché liberare Gaza significa liberare anche noi.
La scelta è semplice, e non ci lascia zone grigie: o restiamo complici, o resistiamo. O accettiamo che Gaza sparisca, o costruiamo un futuro in cui Gaza, Torino, Napoli, Bologna e ogni città diventino nodi di una stessa rete di resistenza.
Non possiamo aspettare. Non possiamo più rimandare. Gaza ci chiama. Torino ha risposto. Ora tocca a tutti noi. Perché il futuro delle nostre lotte non si scrive nei palazzi del potere, ma nelle piazze, nei porti, nelle scuole, nei corpi che scelgono di dire no.
E la verità è questa: la resistenza non è una commemorazione. È un’urgenza. È il nostro compito. Qui. Ora. Sempre.
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- Federica Colucci
- Giornalista e project manager con esperienza nella comunicazione ambientale e nell’organizzazione di eventi internazionali. Collabora a progetti che promuovono la sostenibilità e l’educazione ambientale attraverso il giornalismo e la gestione di reti globali.
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