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Olimpiadi Milano-Cortina: dietro i Giochi, il prezzo invisibile del lavoro

| Federica Colucci

Tempo di lettura: 6 minuti

Olimpiadi Milano-Cortina: dietro i Giochi, il prezzo invisibile del lavoro
Milano-Cortina 2026: tra testimonianze e denunce emerge un modello fatto di turni massacranti, diritti compressi e lavoro povero normalizzato.

Non serve aspettare l’ennesima conferenza stampa o un titolo indignato per capire quando qualcosa si è già incrinato. Basta osservare come viene raccontato il lavoro dietro il grande evento, come certe condizioni vengano presentate come inevitabili, quasi naturali, dentro la macchina delle Olimpiadi Milano-Cortina.

Mentre il conto alla rovescia procede e la retorica dell’occasione storica riempie comunicati e spot, dalle testimonianze che arrivano dai cantieri e dai servizi emerge un’altra narrazione: turni che si allungano fino a confondere i confini tra vita e lavoro, mansioni che cambiano senza preavviso, sicurezza ridotta a raccomandazione più che a regola. La Cgil parla di precarietà e sfruttamento; chi lavora parla soprattutto di fatica, incertezza e paura di esporsi.

Il punto non è la singola irregolarità, ma il clima che si crea quando tutto diventa negoziabile: la paga, il riposo, le pause, perfino il diritto a dire di no. Una normalità costruita pezzo dopo pezzo, dove ciò che dovrebbe essere garantito si trasforma in concessione, e dove la velocità dell’evento sembra giustificare ogni compressione dei diritti.

È dentro questo scarto, tra il racconto ufficiale dei Giochi e la quotidianità di chi li rende possibili, che si apre la domanda più scomoda: quale modello di lavoro stiamo accettando come prezzo del grande evento? Perché se le anomalie si moltiplicano e si somigliano tutte, forse non siamo più di fronte a eccezioni, ma a un metodo che sta diventando sistema.

La normalità che non dovrebbe essere normale nello show delle Olimpiadi

Per capire quando qualcosa non torna, basta leggere con attenzione le parole con cui viene venduta come “normale”.

Qui la normalità è questa: una paga che sembra decente finché non scopri cosa ci hanno infilato dentro; turni che non finiscono mai; riposi trattati come un favore; sicurezza ridotta a “arrangiati”; e, quando provi a chiedere il minimo, il clima cambia subito: diventi quello che “rompe”.

La bozza che circola tra i lavoratori non descrive un singolo problema. Descrive un metodo. E il metodo è semplice: prendere ciò che dovrebbe essere garantito e trasformarlo in una variabile a discrezione dell’azienda.

Le parole dei lavoratori delle Olimpiadi invernali di Milano – Cortina 2026: CLICCA QUI

8 euro: il numero che copre tutto (e proprio per questo non dice niente)

“8 euro netti l’ora” suona pulito. Ma poi arriva la parte che fa irritare sul serio: quei soldi includono già tredicesima, quattordicesima, TFR, ferie, permessi.

Si legge sul contratto: “La paga oraria stabilita pari a € 10,00 al netto delle imposte comprende l’erogazione di quanto maturato a titolo di tredicesima e quattordicesima mensilità, TFR, Roll e Ferie…”

Tradotto: alle Olimpiadi ti pagano oggi anche pezzi di domani, così domani non devono darti niente. È una retribuzione impacchettata per impedire di vedere cosa stai davvero prendendo per l’ora di lavoro nuda e cruda. E quando spacchetti, la base reale si abbassa parecchio.

Non è “un dettaglio contrattuale”: è il cuore della questione. Perché se la paga base scende e tutto il resto viene assorbito nella stessa cifra, allora ogni tutela diventa un’illusione contabile.

Straordinari, notti, festivi: appiattiti. Cancellati.

Alle Olimpiadi turni da 12 ore pagati tutti uguali. Domeniche e festivi pagati come fosse un mercoledì qualsiasi. Notturni trattati come ore normali.

Qui non siamo nel campo delle interpretazioni: se lavori di più, di notte, nei festivi, esistono maggiorazioni proprio perché quelle ore valgono di più (per usura, per disagio, per impatto sulla vita). Pagare tutto “flat” significa una cosa sola: prendere lavoro “caro” e pagarlo “economico”.

E no, non è solo una questione di euro in busta: è un modo per dirti che il tuo tempo è tutto uguale, quindi vale poco. È un messaggio. E funziona.

Si legge sul contratto: “TOTALE COMPENSO SARA’ VERIFICATO AL TERMINE DELLA PRESTAZIONE LAVORATIVA.”

Pagare a maggio un lavoro finito a febbraio: comodo. Per loro.

La bozza parla di una clausola che prevede il saldo entro metà maggio per contratti che finiscono a febbraio. Tre mesi dopo la fine delle Olimpiadi di Milano – Cortina 2026.

Qui l’arrabbiatura è facile: non è gestione amministrativa, è spostare il rischio finanziario sui lavoratori. Nel frattempo tu anticipi spese, vivi, paghi affitto, mangi. L’azienda invece “si sistema” coi tempi di incasso e ti usa come cuscinetto gratis.

Si legge sul contratto “Il pagamento è previsto entro il 15 maggio 2026.”

È una dinamica tipica: quando sei sostituibile, cercano anche di farti da banca. A interessi zero.

84 ore a settimana: non è “flessibilità”, è consumo

12 ore al giorno, 7 giorni su 7: 84 ore. Qui la parola giusta non è “intenso”. È eccessivo.

La legge sull’orario di lavoro (con tutte le flessibilità e medie possibili) alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 non è pensata per coprire un mese di massacro senza recupero. Soprattutto se il contratto è breve: non puoi promettere riposo “il mese prossimo” se il mese prossimo non esiste.

Il punto non è fare i puristi del cartellino. Il punto è che un’organizzazione che regge solo così è un’organizzazione che scarica tutto sul corpo degli altri.

Si legge sul contratto “L’orario delle sue attività sarà di __ ore settimanali secondo i turni che le comunicheremo __ “

Riposo e pause: trasformati in elemosina

Altro passaggio che fa saltare i nervi: il riposo settimanale non garantito dal piano turni, ma concesso solo se lo chiedi, quando sei stremato. E le pause durante turni lunghi? “Non previste”, oppure mangiando in piedi “al varco”.

Questo non è solo illegale: è tossico. Perché crea dipendenza e paura.

Se il riposo dipende dal tuo coraggio di chiederlo, allora stai negoziando un diritto come se fosse un privilegio. E chi negozia da stanco perde sempre.

Si legge sul contratto “Il riposo sarà gestito in base al piano turni”, questo non indica frequenza minima e non specifica il riposo settimanale garantito

Sicurezza: acqua, freddo, alloggi. Il minimo sindacale che diventa optional

Turni all’esterno con temperature estreme, senza rotazioni adeguate al caldo, senza verifica seria dei dispositivi di protezione per quel tipo di microclima. Nessuna acqua potabile fornita. E poi gli alloggi: sovraffollamento, “letto caldo”, igiene ridotta.

Qui si supera la soglia del “lavoro duro”. Qui si entra nella gestione negligente del rischio, quella che poi viene chiamata “fatalità” solo quando succede qualcosa.

Se metti persone per ore a -10/-20 e non organizzi pause reali, protezioni adeguate, idratazione e logistica dignitosa, non stai facendo un errore: stai risparmiando sui punti più sensibili. Cioè sulla salute dei lavoratori delle Olimpiadi Milano – Cortina 2026.

La parte più sporca: ritorsioni e controllo

Poi c’è il capitolo che peggiora tutto: quando alle richieste (acqua, riposo, sicurezza) rispondono con minacce, allontanamenti ventilati, frasi tipo “se non ti va bene vai a casa”.

E ancora: screenshot di chat private usati per “individuare” chi parla, chi prova a organizzarsi, chi fa domande.

Qui non è più solo gestione scorretta. Qui è clima intimidatorio. E il senso è chiarissimo: non ti sto solo sfruttando, ti sto anche dicendo che devi stare zitto.

Visite mediche, formazione: assenti. Ma il lavoro lo fai lo stesso.

La bozza che circola tra i lavoratori delle Olimpiadi Milano – Cortina 2026 segnala assenza di sorveglianza sanitaria preventiva nonostante notturni, freddo, movimentazione e contesto operativo complesso. E formazione “passaparola”, fatta da colleghi, senza corso certificato prima di mandarti sul campo.

È un altro schema tipico: prima ti mettono in servizio, poi eventualmente “si vede”. Solo che nel frattempo il rischio è tuo. E se succede qualcosa, spesso provano pure a scaricare la responsabilità su chi stava al varco.

Il viaggio imposto: lavoro che non chiamano lavoro

Alloggi lontani, spostamenti lunghi su mezzi organizzati dall’azienda, tempi vincolati. Se non sei libero di gestire quel tempo, non è “vita tua”: sei a disposizione.

Eppure viene trattato come se non esistesse. È un modo elegante per ottenere ore gratis senza scriverle da nessuna parte.

Malattia e infortunio: “non paghiamo” non è una policy, è un ricatto

Dire che la malattia “non viene pagata” è una frase che dovrebbe far scattare allarmi automatici. Perché significa spingere le persone a lavorare anche quando non stanno bene. E significa spostare tutto il rischio d’impresa sul singolo: se ti fai male, problemi tuoi.

È il contrario di come dovrebbe funzionare un lavoro regolare. Ed è una delle cose che fanno più rabbia ai lavoratori delle Olimpiadi Milano – Cortina 2026 perché colpisce chi è già più fragile: chi non può permettersi un giorno senza soldi.

Il punto non è “che brutta azienda”. Il punto è: questo modello sta passando alle Olimpiadi Milano – Cortina 2026

Questa storia non è interessante perché è scandalosa. È interessante perché è plausibile, quindi replicabile. È un copione che può funzionare ovunque ci siano urgenza, appalti, turni massacranti e persone facilmente sostituibili.

La domanda non è “è tutto legale?”. La domanda è più secca: perché nel 2026 c’è ancora chi pensa di poter comprare ore, salute e silenzio con una tariffa piatta e qualche minaccia?

E l’altra domanda, ancora più concreta: quante cose devono essere “anomale” insieme prima che smettiamo di chiamarle anomalie e le chiamiamo sistema?

Si legge sul contratto: “Potremo anche affidarle incarichi diversi…” e ancora “L’Azienda si riserva di cambiare per esigenze aziendali la sede di lavoro…”

Fonti:

Olimpiadi, la denuncia della Cgil su sicurezza e diritti dei lavoratori

La denuncia dei lavoratori: «Turni da dodici ore a temperature bassissime»

Ai Giochi invernali di Milano-Cortina militari ammassati in alloggi precari, senza docce e servizi igienici

Olimpiadi di precariato e sfruttamento

Scrive per noi

Federica Colucci
Federica Colucci
Giornalista e project manager con esperienza nella comunicazione ambientale e nell’organizzazione di eventi internazionali. Collabora a progetti che promuovono la sostenibilità e l’educazione ambientale attraverso il giornalismo e la gestione di reti globali.