Skip to main content

Scrivere senza pensare? Il dilemma dell’italiano nell’era dell’intelligenza artificiale

| Clemente Porreca

Tempo di lettura: 4 minuti

Scrivere senza pensare? Il dilemma dell’italiano nell’era dell’intelligenza artificiale
La scrittura è tornata a essere l’atto comunicativo principale, ma sembra aver perso la sua antica solidità. Nel suo ultimo saggio, Alfabit, il professor Giuseppe Antonelli esplora il cambiamento profondo della lingua italiana, analizzando come, passando dagli SMS all’intelligenza artificiale, il nostro modo di scrivere e pensare stia mutando radicalmente. Tra i rischi di standardizzazione e le nuove forme di oralità digitale, c’è da chiedersi cosa stiamo perdendo e cosa possiamo ancora proteggere di una competenza che definisce il nostro modo di vivere nel mondo

Socrate, nella parte finale del Fedro di Platone, mette in guardia il giovane interlocutore dai pericoli insiti nella scrittura, e lo fa raccontandogli il mito di Theut, un dio egizio che presenta al re Thamus l’invenzione della scrittura. Il rifiuto del sovrano si incentra su tre argomentazioni principali: essa indebolisce la memoria, le parole sono affidate a chi non sa custodirle e, infine, essa offre solo la parvenza della conoscenza. A distanza di tremila anni, il professor Giuseppe Antonelli nel suo ultimo saggio Alfabit. L’italiano digitale dagli SMS all’IA (ed. Il Mulino), propone un interrogativo simile: cosa sta succedendo alla nostra lingua in un’epoca in cui la scrittura è tornata ad essere l’atto comunicativo principale, ma in una forma che Platone non riconoscerebbe in quanto frammentata, effimera, algoritmica?

Tre decenni di metamorfosi linguistica

Il volume racconta la storia dell’italiano digitale, suddividendola in tre fasi tecnologiche principali: quella degli SMS e delle email (l’italiano “digitato”), quella dei social network e delle chat (l'”e-taliano”) e, infine, l’attuale fronte dei LLM (Large Language Models), soprannominati ironicamente “IA-taliano”. L’obiettivo è mostrare come, in soli trent’anni, ci sia stata una trasformazione linguistica storica. Metamorfosi paragonabile, per dimensione se non per direzione, a quella che nel Quattrocento seguì l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg. Allora, gli umanisti temevano che la riproduzione meccanica dei testi avrebbe compromesso il valore del sapere.

Il confine labile tra scritto e parlato

Anche Dante, nel De vulgari eloquentia, rifletteva sul carattere mutevole e vivo del volgare, in contrapposizione alla stabilità del latino. La lingua, osservava il Sommo Poeta, cambia da generazione a generazione; essa si forma attraverso usi, abitudini e necessità del tempo. Antonelli raccoglie quest’eredità e la porta nel dibattito contemporaneo, mostrando come i nuovi media digitali abbiano radicalmente cambiato il rapporto tra scritto e parlato, un confine che la tradizione retorica classica, da Aristotele a Cicerone, considerava fondamentale.

Il risultato è quello di una lingua dettata dai tempi dell’interazione simultanea: rapida, effimera, immediata e caratterizzata dalla spontaneità. Sempre più simile al parlato, con le sue omissioni, le sue ripetizioni e i suoi codici non verbali espressi tramite emoj ed emoticon, ma pur sempre tecnicamente scrittura. L’autore descrive questa zona di confine con chiarezza e senza catastrofismo, non esitando ad evidenziarne le criticità, come il progressivo impoverimento della competenza testuale complessiva.

L’allarme dell’impoverimento testuale

Orazio nell’Ars Poetica ammonisce che un’opera degna di memoria deve avere come sue caratteristiche irrinunciabili l’unità e la coerenza. Il dato più allarmante riportato da Antonelli va esattamente in direzione opposta: un terzo della popolazione italiana non riesce a comprendere pienamente un articolo di giornale. Le persone sanno digitare ma non sanno scrivere bene e la causa è da ricondurre nell’abitudine a testi ridotti a schegge, a frammenti che non richiedono né argomentazioni né una logica articolata.

Accusa non certo nuova in quanto già Neil Postman negli anni Ottanta lamentava la dissoluzione del discorso pubblico a causa della televisione, ma Antonelli ha il merito di documentarla con dati linguistici chiari e di situarla storicamente, senza cedere alla nostalgia. Non si tratta di rimpiangere un’età dell’oro della scrittura, ma di capire cosa stiamo perdendo e cosa possiamo ancora conservare.

Se l’antichità è stata la culla della civiltà alfabetica, la contemporaneità assiste all’emergere di una nuova oralità mediata dalla tecnologia, una lingua che si scrive per essere immediatamente letta, quasi come fosse pronunciata.

L’IA e il rischio di una lingua “zombificata”

Il capitolo più originale, e forse più inquietante, è quello dedicato all’italiano generato dall’intelligenza artificiale. Riflettendo sulla capacità e i limiti dei sistemi generativi, l’autore evidenzia come la loro crescente autorevolezza rischia di trasformare il linguaggio delle macchine in una nuova norma. Problema non solo tecnico, ma culturale: chi decide cosa sia il “buon italiano” quando milioni di utenti delegano la scrittura a un algoritmo? Questione che riporta in auge il tema dell’auctoritas della tradizione classica.

Inoltre, l’autore osserva come i testi prodotti dai modelli linguistici tendano a una standardizzazione stilistica che livella le differenze, appiattisce i registri e crea una lingua formalmente corretta ma priva di quella imperfezione vitale che Leopardi, nel suo Zibaldone, considerava segno autentico dello stile individuale. Il rischio è quello di una scrittura zombificata, tecnicamente viva ma umanamente morta.

Si potrebbe usare la metafora del latino medievale, ossia una lingua precisa, codificata, internazionale, ma sterile, incapace di produrre letteratura vivace fino a quando non fu arricchita dal volgare. L’IA-taliano potrebbe avere un destino simile, un esperanto comunicativo che funziona ma non emoziona. Dilemma non risolto ma presentato onestamente, ricordando che ogni tecnologia si accompagna sia a perdite che a guadagni.

Il tono del saggio è narrativo e accessibile, corredato da esempi concreti tratti da conversazioni reali, dialoghi con chatbot e post virali, senza mai cedere al giornalismo superficiale. L’approccio è sociolinguistico e storico, quello di un intellettuale che considera la lingua come un termometro delle trasformazioni culturali. Il passaggio dall’alfabeto al bit non segna la fine della scrittura, inaugura semplicemente una nuova stagione, il cambiamento linguistico non è una minaccia, ma la condizione stessa della vitalità di una comunità.

Tornando a Platone: aveva ragione a temere la scrittura? Forse sì, forse no. Ma sicuramente non immaginava che un giorno la scrittura avrebbe temuto sé stessa, ridotta a pixel, dissolta in frammenti e delegata a una macchina.

Oltre la tecnologia: una riflessione civile

Alfabit parla di tecnologia, ma riguarda soprattutto l’uomo. Per questo motivo, merita di essere letto non solo come un saggio di linguistica, ma come una riflessione civile sul destino della comunicazione nell’era digitale. Un libro che aiuta a capire come cambiano le parole e, attraverso esse, il nostro modo di stare insieme nel presente.

Scrive per noi

Clemente Porreca
Clemente Porreca
Porreca Clemente, docente a tempo indeterminato presso l'I.I.S."Albert Einstein" di Torino. Laurea in filosofia ed insegnante nei corsi PNRR DM 65/23 e DM 66/23 su varie tematiche quali: applicativi informatici per l'inclusione, fake news, intelligenza artificiale, sicurezza in rete e cyberbullismo. Formatore ed esaminatore ICDL, DigComp, DigComp Edu