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E poi… Clima, ambiente e società: la necessità di una nuova consapevolezza ecologica

| Mariachiara Santoro

Tempo di lettura: 6 minuti

E poi… Clima, ambiente e società: la necessità di una nuova consapevolezza ecologica
La crisi climatica è frutto di scelte storiche, economiche e culturali. Superati i confini planetari, viviamo nell’Antropocene: l’attività umana è ora il principale fattore di squilibrio ambientale.

Ogni 22 aprile celebriamo la Giornata della Terra. Ma il giorno dopo, cosa resta? Le crisi ambientali non aspettano ricorrenze: avanzano ogni giorno. Questa rubrica è un invito a guardare in faccia la realtà e agire. Non un simbolo, ma un cambiamento.

In cinque articoli, proveremo a raccontare l’intreccio tra crisi climatica, perdita di biodiversità, inquinamento, emergenza idrica e impatti sociali della crisi ambientale. Non come compartimenti stagni, ma come facce di uno stesso sistema in crisi. Perché non ci sarà una soluzione “tecnica” se non sarà anche culturale, politica, collettiva.

Leggere è già un primo atto di resistenza. Comprendere, un primo passo verso il cambiamento.

Questo articolo è parte del percorso “Giornata della Terra 2025? E poi?”. Perché non basta un giorno per parlare di Terra, scopri la rubrica e le altre tappe del percorso.

Clima, ambiente e società: la necessità di una nuova consapevolezza ecologica

La crisi climatica non è un evento improvviso, ma il risultato di processi storici, scelte economiche e modelli culturali che si sono sedimentati nel tempo. Nasce da un problema strutturale, politico e sistemico. I cosiddetti planetary boundaries, i confini planetari individuati da un gruppo di scienziati del Stockholm Resilience Centre, indicano che abbiamo già superato diversi limiti critici, tra cui l’integrità della biosfera e il ciclo dell’azoto.

Il cambiamento climatico è definito come l’alterazione significativa e duratura dei parametri climatici su scala globale o regionale. A differenza della variabilità climatica naturale, che ha sempre caratterizzato la storia del pianeta, l’attuale riscaldamento globale è causato dalle attività umane. A confermarlo è l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il principale organismo scientifico internazionale sul clima, che stila Rapporti di valutazione sulla conoscenza dei cambiamenti climatici, delle loro cause, dei potenziali impatti e delle opzioni di risposta. L’IPCC produce anche Rapporti Speciali, che sono valutazioni su temi specifici, e Rapporti Metodologici, che forniscono linee guida pratiche per la preparazione degli inventari dei gas a effetto serra.

Superare la dicotomia: la crisi climatica come questione sistemica

La crisi climatica è oggi uno dei nodi centrali del dibattito scientifico, politico e culturale globale. Se per gran parte del XIX e del XX secolo l’uomo ha agito come se fosse separato dal sistema naturale, considerando l’ambiente come una risorsa da sfruttare per la crescita economica, oggi tale visione è entrata in crisi. La crescente evidenza del cambiamento climatico, delle alterazioni nei cicli biogeochimici, della perdita di biodiversità e della riduzione della biocapacità terrestre impone un ripensamento profondo delle relazioni tra uomo e natura.

Dal XX secolo si è osservata un’evoluzione della crisi ambientale con conseguenze quali: inquinamento del suolo, idrico e atmosferico; deforestazione; degradazione dei terreni e degli habitat; perdita di biodiversità; riduzione dell’ozono stratosferico; alterazioni nei cicli biogeochimici; cambiamento climatico. È quando le catastrofi e i danni iniziavano a rendersi tangibili che si è incominciato a parlare dei temi legati all’ambiente e a prendere in considerazione una concezione sistemica del reale.

Già dagli anni Ottanta, studiosi come Sergio Malcevschi hanno iniziato a evidenziare la necessità di una lettura sistemica e multidisciplinare della realtà, in grado di cogliere l’intreccio tra dimensioni ambientali, sociali, economiche e culturali. La proposta di Malcevschi di misurare gli impatti ambientali dell’agire umano ha rappresentato un passo verso il superamento della dicotomia uomo-natura, che ha dominato la cultura occidentale per secoli.

Tanti e tante le studiosi che hanno sollevato il tema e, oggi le criticità ecologiche e climatiche che preoccupano il pianeta sono costantemente nel dibattito pubblico, politico e scientifico, in cui viene ampiamente messa in discussione la biocapacità del sistema terra, poiché i prelievi, le immissioni e le trasformazioni antropiche superano la capacità di carico dei sistemi naturali (Angelini e Pizzuto 2021).

L’era dell’Antropocene e gli effetti della crisi climatica

In tal senso, un grande apporto al tema è stato dato con il concetto di Antropocene, seppur non totalmente condiviso dagli studiosi, introdotto nel 2000 dal chimico Paul Crutzen e dal biologo Eugene Stoermer. Con questo termine si identifica una nuova era geologica, in cui l’attività umana è divenuta il principale fattore di cambiamento della Terra, influenzando atmosfera, clima, geologia e sistemi biologici. Tale consapevolezza ha portato a riconoscere l’inadeguatezza del paradigma classico di sviluppo, fondato su sfruttamento e crescita illimitata, e ha sollevato interrogativi sulla sostenibilità delle nostre scelte.

L’era dell’Atropocene è caratterizzata da una forte attività antropica e che è divenuta impattante per la Terra al punto da modificare i primari sistemi biogeofisici. A partire dalla rivoluzione industriale del diciottesimo secolo si è operata una trasformazione dell’atmosfera come conseguenza dell’uso di combustibili fossili: la quantità di anidride carbonica è infatti cresciuta in maniera esponenziale spingendo a cogliere una temporalità condivisa tra l’uomo e i sistemi biologici, chimici e fisici terrestri (Crutzen e Stoermer 2000).

Nel luglio del 2001 si è tenuta ad Amsterdam la Global Change Open Science Conference, in quell’occasione si sono incontrati i rappresentanti dei più importanti programmi di ricerca internazionale sui cambiamenti climatici, per discutere proprio delle sfide poste dal cambiamento climatico sulle nostre società.

I problemi legati all’ambiente mostrano la necessità di prendere in considerazione, oltre a campi disciplinari diversi, una pluralità di attori che agisce seguendo logiche, schemi e obiettivi differenti. Tra questi possiamo individuare ad esempio: la società civile, le imprese, le associazioni ambientaliste, gli stati e le organizzazioni internazionali.

La crisi climatica, manifestazione evidente dell’Antropocene, è il risultato dell’uso massiccio di combustibili fossili, della deforestazione, dell’urbanizzazione e della produzione industriale. Le conseguenze – tra cui eventi metereologici estremi, innalzamento del livello del mare, desertificazione, crisi idriche e migrazioni climatiche – rendono sempre più tangibile il superamento della capacità di carico degli ecosistemi (Angelini e Pizzuto 2021). Il problema non è solo tecnico o scientifico, ma profondamente politico e culturale.

Il forte legame tra crisi ambientale e giustizia socio-ambientale

Il legame tra crisi climatica e giustizia socio-ambientale è sempre più evidente. Come mostra la letteratura della Environmental Justice, nata negli anni Ottanta negli Stati Uniti, gli impatti ambientali non sono distribuiti equamente: le comunità più vulnerabili, spesso già colpite da disuguaglianze sociali, subiscono le conseguenze più gravi dell’inquinamento e della crisi climatica (Bullard 1990, in Pasetto 2020). L’ambiente non è neutro: è attraversato da rapporti di potere, di diseguaglianza e di responsabilità, e la crisi climatica accentua disuguaglianze, mettendo sotto pressione le risorse idriche, spingendo a migrazioni forzate, alterando le dinamiche geopolitiche, creando problemi di sicurezza alimentare e aumentando il rischio di conflitti sociali.

La letteratura in ambito di ecologia, la scienza che studia gli ecosistemi, ha al suo interno un filone chiamato Ecologia sistemica, che prende in considerazione il mondo come un sistema unico e chiuso, che considera l’interrelazione di tutti gli elementi. La concezione di sistema chiuso sta ad indicare come l’agire crea effetti a catena sul sistema ambiente che portano a catastrofi. Molti sono gli studiosi e, di particolare rilevanza, sono le riflessioni di James K. Boyce, economista americano. All’interno del testo “The Political Economy of the Environment”, lo studioso riconosce ampiamente il legame tra le disuguaglianze che sono economiche, politiche e sociali e il degrado ambientale.

Altri autori che possiamo citare sono John Bellamy Foster e Nigel South, che parlano di stress ecologico dato dalla mancanza di risorse che si trasforma in stress economico tra cui scarsità di materiale che si trasformano in seguito in disordini sociali e instabilità politica.

La crisi che si presenta come sociale e ambientale ha impatti a scale e piani differenti. Si apre qui il grande scenario che mette in relazione l’uomo, l’ambiente e la giustizia sociale. Gianfranco Bologna sostiene che viviamo immersi in una visuale del mondo dominata dalla prospettiva economica, all’interno della quale si assume che le relazioni economiche siano effettivamente il sistema stesso. In realtà la nostra specie è solo una parte del mondo naturale e senza di esso non può sopravvivere (Bologna 2005, in Angelini e Pizzuto 2021). 

Rivoluzione culturale e immaginario ecologico: le società “ecologiche”

Rivoluzione culturale e immaginario ecologico sono elementi fondamentali per affrontare la crisi climatica. Autori come Gregory Bateson e Edgar Morin invitano a superare la separazione tra mente e natura, tra cultura e ambiente.

Il pensiero ecologico, in quanto scienza della complessità, propone una visione sistemica del mondo: ogni essere vivente è legato agli altri in una rete di interdipendenze (Morin 1989; Bateson 1979). Ciò implica una ridefinizione del nostro modo di abitare il pianeta, di produrre, consumare e pensare. Non possiamo più vivere in una visione del mondo incentrata esclusivamente sull’economia: la nostra specie è parte del mondo naturale, e senza di esso non può sopravvivero, è quindi  necessario passare da una cultura dello sfruttamento a una cultura della cura

È oggi necessario prendere in considerazione gli “umani” dentro la Terra, non distinti, come Oikos, cominciare a trasformare il mondo a partire da una rivoluzione culturale che vada a ridefinire un vocabolario globale che segua il flusso di un mondo che cambia. Si riscontra la necessità di riadattarsi al mondo su un piano in primo luogo culturale che crei nuovi strumenti linguistici e nuovi schemi cognitivi che superino il dualismo uomo-ambiente.

La relazione tra uomo e ambiente è il fondamento del vivere delle diverse comunità sul pianeta e per andare oltre il limite del nostro modo di vivere il mondo è necessario riflettere proprio su quali siano le modalità che ci connettono e ci consentono di conoscerlo in ottica di società ecologica: non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale, e non esiste futuro sostenibile senza una trasformazione radicale del nostro modo di pensare e agire nel mondo.

Questo articolo è parte del percorso “Giornata della Terra 2025? E poi?”. Perché non basta un giorno per parlare di Terra, scopri la rubrica e le altre tappe del percorso.

FONTI: 

Angelini Aurelio, Pizzuto Piergiorgio (2021), La società sostenibile. Manuale di Ecologia Umana, FrancoAngeli, Milano.

Bateson, G. (1979). Mente e natura: un’unità necessaria. (Traduzione di G. Longo). Adelphi, Milano.

Boyce James K. (2002), The Political Economy of the Environment, Edward Elgar Publishing, Cheltenham.

Morin Edgar, La Methode. Tomo I. La nature de la nature, Editions du soleil; Parigi (ed.it., parziale, 1983, Il metodo, Feltrinelli, Milano; ed.it., dell’intero volume, 2001, Il metodo. La natura della natura, Raffaello Cortina Editore, Milano). 

Pasetto Roberto et al. (2020), Promozione della giustizia ambientale nei siti industriali contaminati, Epidemiol Prev 2020; 44 (5-6):417-425. doi: 10.19191/EP20.5-6. A001.

https://www.ipcc.ch/

https://www.stockholmresilience.org/research/planetary-boundaries.html